Una manifestazione contro la Brexit a Londra, il 13 marzo 2017.

Theresa May tra la Brexit e la ribellione della Scozia

Una manifestazione contro la Brexit a Londra, il 13 marzo 2017.
15 marzo 2017 09:49

Conosciamo il suo credo. Da quando il 52 per cento dei britannici si è pronunciato in favore dell’uscita dall’Unione europea, la prima ministra Theresa May ha continuato a ripetere che “la Brexit è la Brexit”.

May ha ragione. La volontà popolare è stata espressa in modo chiaro. Risicata o meno, una maggioranza è sempre una maggioranza. Il Regno Unito dovrà uscire dall’Unione, ma il 13 marzo, giorno in cui il parlamento britannico ha dato il via libera all’avvio della procedura di divorzio, la Scozia, una delle sue nazioni costitutive, ha fatto sapere che intende chiedere allo stesso parlamento britannico l’autorizzazione per organizzare un altro referendum sulla separazione da Londra, con la conseguente indipendenza.

Il 23 giugno 2016 la Scozia si è già pronunciata in favore della permanenza nell’Unione con una maggioranza chiara del 62 per cento, e non vuole seguire il resto del Regno Unito su un cammino che considera pericoloso e contrario ai suoi interessi. Nel settembre del 2014 il 55 per cento degli scozzesi aveva detto no all’indipendenza.

Il risveglio del nazionalismo scozzese
Per molto tempo la questione è sembrata risolta, ma la Brexit ha considerevolmente rafforzato il nazionalismo scozzese, e se ci fosse una nuova consultazione all’ombra dei negoziati tra Londra e l’Unione, il sì all’uscita dal Regno Unito e a una candidatura di una Scozia indipendente per il ritorno nell’Ue avrebbe grosse chance di successo.

La premier dovrà negoziare con i 27 senza poter parlare a nome di tutti i britannici

Dal punto di vista legale il parlamento britannico può negare l’autorizzazione a un nuovo referendum, ma politicamente questo significherebbe assumersi il rischio di apparire contrari all’espressione della volontà popolare, infiammando gli animi in Scozia. È evidente che prima o poi il parlamento di Londra dovrà accettare un nuovo voto.

Staremo a vedere. Theresa May cercherà di trovare un compromesso con gli scozzesi proponendogli di votare solo dopo la conclusione della trattativa con l’Unione, ma a prescindere dalla scadenza la premier dovrà negoziare con i 27 senza poter parlare a nome di tutti i britannici.

Questo indebolisce parecchio la sua posizione, anche perché gli scozzesi non sono gli unici a rinnegare la Brexit o ad averne sempre più paura. Come la Scozia, anche l’Irlanda del Nord si era espressa a larga maggioranza a favore della permanenza nell’Unione. Londra, la capitale del paese e piazza finanziaria britannica da cui il paese trae grandi vantaggi, avrebbe anch’essa voluto restare europea. Gli agricoltori britannici cominciano a chiedersi come faranno a tirare avanti senza le sovvenzioni della politica agricola comune, mentre gli industriali sono sempre più inquieti da quando May ha scelto la “Brexit dura”, ovvero senza il mantenimento di qualsiasi legame con il mercato unico.

La rivolta scozzese è solo il segno più evidente di una confusione che lascia pensare a un Regno Unito che, un giorno, possa decidere di restare unito ed europeo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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