Barack Obama non aveva mai voluto riceverlo. Donald Trump invece lo ha accolto il 3 aprile alla Casa Bianca e lo ha riempito di complimenti definendolo un “grande amico e grande alleato”. A sentire il presidente americano, il capo di stato egiziano, il maresciallo Al Sisi, avrebbe “svolto un lavoro fantastico” dalla sua ascesa al potere nel luglio 2013, ed è per questo che gli Stati Uniti sono “pienamente dalla sua parte”.

Ma entriamo nel dettaglio di questo “lavoro fantastico”. Dopo aver rovesciato Mohamed Morsi, presidente eletto sulla scia della rivoluzione araba, il generale Al Sisi, che non si era ancora autopromosso al rango di maresciallo, ha effettuato circa 40mila arresti politici.

Negli ultimi dodici mesi in Egitto sono state registrate cinquecento sparizioni forzate. Nel 2015 sono state pronunciate 538 condanne a morte. L’anno seguente al colpo di stato sono stati uccisi 1.400 manifestanti, e il ricorso alla tortura è generalizzato.

La stretta di mano al torturatore
Inutile dire che i mezzi d’informazione sono imbavagliati. Ma per quale motivo? La risposta è semplice: Al Sisi ha voluto ristabilire e rafforzare il dominio dell’esercito approfittando dell’estrema impopolarità di Morsi dovuta alla sua palese incapacità di guidare l’Egitto. Oggi Morsi, esponente non del gruppo Stato islamico ma dei Fratelli musulmani, marcisce in prigione.

Senza il colpo di stato, Morsi sarebbe comunque caduto. Il suo posto sarebbe stato preso da un candidato eletto dal popolo e l’Egitto, paese più popoloso e più importante tra gli stati arabi, vivrebbe in democrazia. Proprio quello che il maresciallo Al Sisi voleva evitare a tutti i costi.

L’aumento della violenza islamista è legato soprattuto al fatto che i popoli arabi non potevano sbarazzarsi degli autocrati sostenuti dagli occidentali o dall’Urss

Il primo motivo per cui Trump ha accolto così calorosamente il maresciallo è che non si lascia impressionare della tortura, che avrebbe voluto ripristinare anche negli Stati Uniti se l’esercito non si fosse opposto. Stringere la mano di un torturatore non è un problema per questo presidente convinto che il modo migliore di combattere i jihadisti e il loro terrorismo sia quello di sostenere le dittature arabe, compresa quella di Bashar al Assad.

Trump non è l’unico. Da Vladimir Putin all’estrema destra europea, passando per figure politiche e studiosi molto più moderati, sono in molti a pensarla così, magari senza dirlo.

L’intelligenza fuori moda
Il numero e la barbarie degli attentati terroristici hanno rafforzato questa idea, ma si tratta di un concetto sbagliato, perché l’aumento della violenza islamista è legato soprattuto al fatto che i popoli arabi non potevano sbarazzarsi dei dittatori sostenuti dagli occidentali o dall’Urss e che gli islamisti hanno potuto sostenere che l’islam è l’unica soluzione mentre la democrazia è un inganno.

Dagli anni novanta gli Stati Uniti avevano cominciato a capire l’errore e avevano iniziato a sostenere le aspirazioni democratiche dei paesi arabi, pure al prezzo dell’elezione di islamisti incapaci di governare come Morsi. È per questo che Obama non voleva ricevere il generale Al Sisi. Ma questo tipo di intelligenza non va più di moda.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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