Stacey Abrams dopo la vittoria alle primarie, Atlanta, 22 maggio 2018.

Le donne rinnovano il Partito democratico statunitense

Stacey Abrams dopo la vittoria alle primarie, Atlanta, 22 maggio 2018.
24 maggio 2018 11:29

A novembre, con le consuete elezioni di metà mandato, negli Stati Uniti si voterà per un terzo dei seggi in senato, per tutti quelli della camera e per 39 governatori. Ma all’interno del Partito democratico le primarie in corso sono tutto fuorché consuete.

In Georgia e in Texas i democratici hanno scelto due donne, Stacey Abrams, 44 anni, nera, capogruppo dei democratici nel parlamento statale, e Lupe Valdez, 70 anni, ex sceriffa di Dallas, lesbica e ispanica, da candidare come governatrici. In Idaho toccherà a Paulette Jordan, 38 anni, nativa americana, fare campagna per diventare governatrice.

La base prende il controllo
Le primarie democratiche, dunque, hanno premiato un bel numero di donne dal profilo nuovo, giovani e spesso appartenenti alle minoranze, per prendere d’assalto la camera dei rappresentanti, dove i democratici sperano di ottenere la maggioranza.

Non si tratta di una strategia studiata a tavolino dai vertici del partito. Al contrario, la scelta delle donne è il risultato di un movimento partito dalla base, una base che non sopporta più Donald Trump e scommette istintivamente sul fatto che queste persone, molto più rappresentative della popolazione americana rispetto ai soliti candidati dei due partiti, potrebbero portare alle urne chi generalmente non vota, far calare l’astensione e dare così un vantaggio alla sinistra, ai “progressisti” come preferiscono chiamarli negli Stati Uniti.

È un po’ come se la base avesse preso il comando del partito, ma è anche vero che ai vertici sembra non esserci nessuno. Il Partito democratico, infatti, non si è ancora ripreso dalla sconfitta di Hillary Clinton nel 2016 e non sa bene cosa fare né quali posizione prendere davanti a un presidente che conserva la speranza di essere rieletto nel 2020.

Grazie all’eredità delle riforme di Obama e ai regali fiscali fatti alle aziende da Donald Trump, la fiducia degli investitori e lo stato dell’economia sono a livelli da record. Malgrado le sue improvvisazioni diplomatiche e il caos che hanno seminato, Trump non ha ancora scatenato alcuna guerra, evitando dunque di inimicarsi l’elettorato. Spinto dai senatori e dai deputati repubblicani, il presidente ha rapidamente capito che è più facile, meno rischioso e più proficuo per gli interessi patrimoniali che difende liberalizzare a tutto spiano anziché approvare o abrogare grandi leggi politicamente fin troppo simboliche.

I democratici dovranno sudare per vincere a novembre e tra due anni. Per questo la loro base ha preso la situazione in mano, per ricordarci che Trump non rappresenta tutta l’America. Chissà, potrebbe funzionare. Staremo a vedere.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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