No, non sarebbe affatto democratico. I britannici sono stati consultati e si sono pronunciati a favore dell’uscita dall’Unione europea. Nessuno può sostenere che il voto sia stato truccato. Allora perché chiedere un secondo referendum e magari un terzo o un quarto, fino a quando il popolo non voterà nel modo desiderato? Brexit significa Brexit, come aveva giustamente sottolineato Theresa May qualche mese fa.

Ma è altrettanto vero che oggi la situazione è cambiata. Il fronte dell’uscita dall’Unione europea si è scisso in almeno due correnti, quella che difende il compromesso raggiunto dalla premier con l’Unione europea e quella che lo considera sfavorevole agli interessi del paese e preferirebbe che il Regno Unito (unito per modo di dire) uscisse dall’Unione senza alcun accordo, rinunciando al mercato unico e volando con le sue ali nel vasto mondo.

Complessità svelata
Su questo tema i britannici non sono stati consultati, nonostante sia ben più importante della semplice alternativa tra restare o uscire dall’Unione. In questo senso, a non essere democratico sarebbe il mancato ritorno alle urne per chiedere il parere della popolazione. Un po’ come si fa con i bambini, a cui si chiede un parere sul colore del pigiama ma non sull’ora in cui devono andare a dormire. Le cose serie per il parlamento e l’illusione della decisione per il popolo?

Se questa è la democrazia, allora tanto vale tornare alla monarchia assoluta o passare all’oligarchia, almeno le cose sarebbero chiare. Il secondo argomento a favore di un nuovo referendum è che il vero dibattito nazionale sui meriti e gli inconvenienti dell’adesione non è stato chiuso nel 2016. Al contrario, si è aperto solo dopo il referendum, quando i britannici hanno scoperto, a margine del negoziato con l’Unione, tutta la complessità della Brexit.

Ci sono molti argomenti a sostegno di un nuovo referendum

Quasi tutti i favorevoli all’uscita (leaver) volevano fermare l’arrivo massiccio di giovani dall’Europa centrale in cerca di lavoro su un’isola dove la loro presenza esercita una pressione sui salari e trasforma interi quartieri in enclave straniere. Questo è chiaro.

Ma in quanti avevano capito che chiudendo le frontiere all’immigrazione polacca o ungherese avrebbero anche sbarrato i confini dell’Unione alle esportazioni britanniche? Quanti avevano compreso che per restare nel mercato unico senza più far parte dell’Unione avrebbero dovuto accettare tutte le regole imposte dai ventisette del club senza poter più influire sul processo decisionale?

Un voto è un voto
Di sicuro pochissimi leaver erano consapevoli del fatto che, nel negoziato futuro con l’Unione, non avrebbero potuto contare sull’appoggio dei sovranisti di altri paesi, perché perfino Viktor Orbán continua a sostenere la libera circolazione (fondamentale per l’economia ungherese) e nessun altro governo europeo e nemmeno il più eurofobo dei partiti euroscettici è disposto a permettere che il Regno Unito abbia tutti i vantaggi e nessuno svantaggio dell’adesione.

Riassumendo, possiamo davvero sostenere che il voto del 2016 sia stato regolare anche se molti sostenitori della Brexit hanno mentito spudoratamente e nascosto la realtà dei fatti? In un certo senso è così, perché un voto è un voto. Ma la risposta può anche essere no, perché i cittadini sono stati talmente ingannati sulla posta in gioco che sarebbe giusto interpellarli una seconda volta.

Come vedete, ci sono molti argomenti a sostegno di un nuovo referendum. Ne resta ancora uno, decisivo: il parlamento britannico è chiaramente diviso, all’impasse, dunque serve che qualcuno prenda una decisione, e se escludiamo la regina può farlo soltanto il popolo.

Vada dunque per il secondo referendum. Ma chi deciderà la formulazione della domanda? Bisognerà scegliere tra un sì e un no al compromesso di May, tra un sì e un no all’uscita senza accordo, o ancora tra un sì e un no alla Brexit all things considered? Sull’argomento preferisco non pronunciarmi, per paura di essere accusato di ingerenza negli affari interni del Regno Unito. Ma voglio dare un consiglio ai britannici, ai francesi e a tutto il mondo: faremmo meglio a pensarci due volte prima di abbandonare la preminenza della rappresentazione nazionale a beneficio dei referendum, di Facebook e della democrazia diretta.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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