Per il Sudafrica, il mondiale che sta per cominciare sarà prima di tutto un test sui cambiamenti sociali degli ultimi anni, scrive Boubacar Boris Diop.

Il Radium Beer Hall sulla Louis Botha Avenue non ha un’aria particolarmente attraente. In realtà questo caffè-ristorante centenario di Johannesburg è anche un’istituzione sportiva, come dimostrano le foto dei giornali alle pareti.

Al Radium bisogna quasi gridare per farsi sentire: i clienti sembrano conoscersi bene e parlano tutti insieme. Si vede che amano l’aspetto trasandato e vagamente chic del posto. Varie televisioni trasmettono l’amichevole Portogallo-Mozambico a cui nessuno presta grande attenzione.

La situazione è molto diversa, mi dicono, le sere in cui giocano gli Springboks, i Proteas o i Bafana-Bafana. Tre nomi diversi per le nazionali di rugby, cricket e calcio. Basta questo per rendersi conto di essere in Sudafrica.

Nel 1995 Nelson Mandela aveva cercato di servirsi dello sport dei bianchi per dare un colpo alla follia fredda e metodica dell’apartheid. Quindici anni dopo, la realtà è come nel film

Invictus? No, ma c’è qualche speranza, come dimostra la recente finale tra i Blue Bulls e gli Stormers all’Orlando Stadium: rugby nel cuore della township nera di Soweto. Non è cosa da poco.

Il Mondiale che comincia sarà un nuovo test del desiderio di unità di un paese dove tutto si valuta istintivamente in base al colore della pelle. E in questi giorni si ha l’impressione che la cosa più importante per i sudafricani sia quella di non mancare il loro duplice appuntamento, con il mondo e con se stessi.

*Boubacar Boris Diop è uno scrittore senegalese. Il suo ultimo libro è * Rwanda. Murambi, il libro delle ossa (e/o 2004).

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