22 aprile 2015 09:25

Sonig Tchakerian e Pietro Tonolo,Vivaldi: Seasons and mid-seasons (Decca)
Ecco un modo davvero intelligente e originale di presentare un titolo discograficamente inflazionato come Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi. La bravissima violinista Sonig Tchakerian ce ne presenta una versione “moderna” stilisticamente precisissima e carica di energia insieme all’orchestra di Padova e del Veneto, interpolando tra un capitolo e l’altro del capolavoro vivaldiano delle pagine composte da uno dei maggiori musicisti jazz in attività oggi, Pietro Tonolo, strepitoso sassofonista che qui si sbizzarrisce in improvvisazioni bellissime su tappeti orchestrali che rielaborano a modo proprio dei frammenti tratti dalla partitura del Prete rosso, intitolate Le mezze stagioni. Nessuna furba “contaminazione” o tentativo di inutile crossover attraversa questi lavori di grande rigore di scrittura e intensa espressività. Il linguaggio dell’improvvisazione di Tonolo e quello di Vivaldi riescono a integrarsi benissimo in un album curioso tutto da ascoltare.


Maniscalco, Bigoni e Solborg (Ilkmusic)
Il pianista (nonché batterista) Emanuele Maniscalco, residente da anni fuori d’Italia, è uno dei musicisti più stimolanti e creativi della scena musicale improvvisata, dotato di un grande acume musicale che gli permette di affrontare ogni nuovo progetto con idee sempre fresche e innovative. Questo recentissimo album realizzato in Danimarca lo vede in compagnia di due altri grandi talenti, il sassofonista Francesco Bigoni e il chitarrista Mark Solborg, alle prese con un repertorio interamente composto dai tre titolari. Musica senza compromessi, che alterna momenti rarefatti ad altri di più acceso lirismo, sempre sotto il segno di un’essenzialità di scrittura che evita fortunatamente qualsiasi tipo di autocompiacimento o sbrodolatura virtuosistica. La bravura dei tre musicisti è evidente dal primo ascolto e risplende ancora di più in quelli successivi.


Marcus Miller Afrodeezia (Blue Note)
Il deus ex machina dell’ultima produzione di Miles Davis ha da tempo abbandonato i mondo del jazz per gettarsi in una policroma mistura di generi, dal funk alla world music, dal rap al soul triturati insieme con indubbia abilità, anche se il risultato raramente scalfisce la superficie. Questo disco, però, è decisamente migliore delle prove precedenti, meno ossessionato da logiche di mercato e più indirizzato all’unione di elementi apparentemente disparati in un risultato di indubbia piacevolezza, anche se rimaniamo lontanissimi da qualsiasi ambito di ricerca. Il pirotecnico virtuosismo di Miller al basso elettrico è tenuto giustamente a freno e messo al servizio delle composizioni, che stavolta si avventurano anche su sentieri gospel e dal sapore fortemente africano. Arrangiamenti come sempre perfetti danno un giro di smalto finale al tutto.