Un monumento al poeta e filosofo Friedrich Schiller a Stoccarda, Germania, 12 dicembre 2018.

Cinque elementi decisivi per l’Europa del 2019

Un monumento al poeta e filosofo Friedrich Schiller a Stoccarda, Germania, 12 dicembre 2018.
29 dicembre 2018 10:07

Chi sperava in una pausa dalla politica convulsa degli ultimi tempi non se l’aspetti nel 2019. L’anno prossimo sarà il momento di elezioni un po’ ovunque in Europa: le parlamentari in sette stati membri dell’Ue (e in Svizzera), le presidenziali in sei (oltre alla Macedonia e all’Ucraina) e, naturalmente, la madre di tutte le elezioni: le europee a maggio. E queste sono solo le consultazioni elettorali già programmate. Di conseguenza, pronosticare come sarà il 2019 è quasi impossibile, tanto meno in un breve articolo come questo. In ogni caso, lasciate che ci provi.

Prima di tutto, che lo si voglia o meno – e la maggior parte di noi non lo vuole da tempo – la Brexit dominerà i primi mesi del 2019. Ci saranno elezioni parlamentari anche nel Regno Unito? Ci sarà un nuovo “people’s vote” (ossia un secondo referendum)? L’uscita del Regno Unito avverrà con una deal Brexit o una no-deal Brexit? E infine, accadrà davvero?

Le vostre risposte a questi interrogativi sono valide quanto le mie, ma una cosa è certa: continueremo a preoccuparci come minimo per alcuni mesi ancora. E così pure avverrà per le ricadute politiche di una (non) decisione, in particolare all’interno del Regno Unito stesso, ma anche nell’Ue e nei suoi stati membri, e soprattutto nella Repubblica d’Irlanda.

Perdite di consensi e risultati eccellenti
In secondo luogo, nel 2019 la cosiddetta ascesa del populismo continuerà dominare l’attualità della maggior parte dei mezzi d’informazione che seguiranno le varie tornate elettorali. Se i partiti populisti riscuoteranno qualche modesta vittoria, si tratterà di risultati molto disomogenei e, perlopiù, della destra radicale.

Si può prevedere che i partiti oggi al governo perderanno consensi: per esempio il partito dei Verdi in Finlandia, e di Syriza in Grecia (come pure dei Greci indipendenti). Perfino il Partito popolare danese, che appoggia il governo liberale di minoranza, è previsto in (modesto) calo. Nel frattempo, possiamo immaginare che molti altri partiti radicali populisti di destra, ora all’opposizione, otterranno risultati eccellenti: nello specifico il Vlaams Belang in Belgio e, in particolare, il partito di destra al momento meno conosciuto in Europa, il Partito popolare dei conservatori in Estonia, che al momento è dato al 15 per cento.

L’eccezione più significativa rispetto a questa tendenza generale è quella del partito polacco Diritto e giustizia (Pis), il terzo elemento principale della politica nel 2019. Malgrado le opposizioni interne e le critiche internazionali, inclusa un’opposizione abbastanza energica da parte dell’Ue – soprattutto se paragonata al misurato approccio adottato dall’Unione nei confronti di Viktor Orbán in Ungheria – il governo del PiS, una destra radicale populista, ha guadagnato sempre più popolarità.

Con l’uscita dei britannici dall’Ue, presumibilmente molti gruppi politici dovranno affrontare sfide complesse

A differenza di quanto accade in Ungheria, tuttavia, il Pis deve affrontare un’opposizione liberaldemocratica sufficientemente ben organizzata (Piattaforma civica, Po) e non può trarre beneficio da un sistema elettorale tanto asimmetrico. Le elezioni del 2019 determineranno se il Pis potrà raggiungere una maggioranza costituzionale – con il (tacito) sostegno di Kukiz’15 – così da poter adottare sul serio l’illiberale “modello Budapest”, o se dovrà continuare a esercitare pressioni per fare accogliere la sua agenda illiberale senza un mandato democratico. Allo stesso modo, questo costringerà l’Ue a mettere le carte in tavola: sarà disposta, e capace, di imporre sanzioni alla Polonia? O, al contrario tratterà con i guanti tutti i democratici illiberali al suo interno?

La sfida delle europee
Il quarto evento del 2019, e ovviamente il più importante, sono le elezioni europee previste a maggio. In questo caso quello che più conta non sono tanto i risultati elettorali dei vari gruppi politici e dei singoli partiti, quanto la loro composizione.

Con l’uscita dei britannici dall’Ue, presumibilmente molti gruppi politici dovranno affrontare sfide complesse. I Conservatori e riformisti europei “blandamente euroscettici” (Ecr) sono dominati dai tory, mentre gli “euroscettici duri” del Gruppo Europa della libertà e della democrazia diretta (Eldd) sono controllati dall’Ukip, il Partito indipendentista del Regno Unito. Se da un lato si prevede un crollo dell’Eldd, dall’altro l’Ecr potrebbe accogliere molti degli ex affiliati e orientarsi ancor più verso l’estrema destra, e ciò a sua volta potrebbe condurre – possibilità da mettere in conto – a una forma di collaborazione o addirittura a una fusione con il partito di Marine Le Pen, Europa delle nazioni e della libertà (Enl).

Al tempo stesso, il Partito popolare europeo (Ppe), dato in lieve flessione, presumibilmente aumenterà il suo ascendente (relativo) sul gruppo Socialisti e democratici (S&d).

Ancora più importante è il fatto che, scegliendo come candidato guida il conservatore bavarese Manfred Weber e non l’ex premier finlandese Alexander Stubb, il Ppe si è formalmente impegnato a intraprendere un cammino politico più a destra, cosa che indebolirà ulteriormente l’alleanza “centrista” Ppe-S&d-Alde che finora ha dominato il Parlamento europeo.

Forse, se rimarranno almeno due gruppi euroscettici di destra, uno dei quali potrà restare fuori dal “regno della rispettabilità” per le politiche ufficiali di coalizione (per esempio l’Enl), le forze euroscettiche interne al Ppe potrebbero usarli per acquisire potere di veto, rendendo di fatto significativamente più problematica e meno probabile una maggiore integrazione europea.

La variabile francese
In definitiva, comunque, buona parte di tutto ciò dipende da un unico uomo – e questo è il quinto e ultimo elemento di grande importanza del nuovo anno – il presidente francese Emmanuel Macron. Il suo movimento En Marche, sfidato in piazza dai “gilet gialli” proprio mentre è alle prese con un tragico calo di popolarità, sembra aver perduto slancio sia in Francia sia in Europa. Macron, però, in passato ci ha già stupito e di questi tempi la politica francese è estremamente variabile.

Di conseguenza, anche se al momento può sembrare secondario, un buon risultato di Macron alle elezioni europee potrebbe ripristinarne l’autorità a Parigi e metterlo nella condizione di controllare le nomine di maggior peso a Bruxelles. Per di più, con la recente elezione in Germania di una francofila a capo dell’Unione cristiano-democratica (Cdu) – verosimilmente proiettata a diventare la prossima cancelliera tedesca – potremmo assistere perfino al ritorno della locomotiva franco-tedesca.

(Traduzione di Anna Bissanti)

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