Il grande balzo indietro delle donne cinesi

14 aprile 2015 18:16

“Speriamo che i leader di altri paesi rispettino la sovranità e l’indipendenza della magistratura cinese”. Così Hua Chunying, la portavoce del ministro degli esteri cinese, aveva risposto alle pressioni di alto livello arrivate dall’Unione europea, dal Regno Unito e dagli Stati Uniti per il rilascio delle cinque femministe arrestate qualche giorno prima dell’8 marzo, festa della donna. La notte del 13 aprile, dopo più di un mese di detenzione, le cinque attiviste sono state liberate su cauzione. Uno degli avvocati ha dichiarato che le donne rimarranno sotto osservazione per un anno. La polizia si riserva il diritto di interrogarle di nuovo, quindi non potranno viaggiare senza prima avvertire le autorità.

Wei Tingting, Li Tingting, Wang Man, Zheng Churan e Wu Rongrong (di età tra i 25 e i 33 anni) avevano già animato azioni dal basso mirate a sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti delle donne. Questa volta volevano distribuire nei mezzi pubblici adesivi e volantini contro la violenza sessuale in occasione dell’8 marzo. Ma sono state arrestate prima di poterlo fare. L’accusa è quella di disturbo dell’ordine pubblico.

Spesso le distinzioni sono sottili. Soprattutto in Cina. Ci sono le donne in movimento (yundong funü) e il movimento delle donne (funü yundong). Le prime servono la nazione attraverso l’organizzazione statale della Federazione di tutte le donne. Le altre… non hanno praticamente spazio. Chi chiama all’azione dal basso non è ben visto nella Repubblica popolare, anche se i suoi obiettivi coincidono con quelli del governo. È così che lo spiega Feng Yuan, della Rete contro la violenza domestica di Pechino. La sua è un’organizzazione non governativa registrata che agisce in sintonia con la Federazione di tutte le donne. Sono vent’anni che lavora a una bozza di legge sulla violenza domestica. Finalmente lo scorso novembre si è arrivati a una definizione e l’8 marzo i mezzi d’informazione di stato hanno chiesto di velocizzare la legge per “eliminare un dolore nascosto della società”.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2013, circa la metà degli uomini cinesi ha usato violenza psicologica o fisica sulla propria compagna. Numeri non troppo differenti da quelli di altre parti del mondo. Ma particolarmente grave è che in Cina il 72 per cento degli uomini che hanno abusato di una donna non abbia subìto nessuna conseguenza legale. Adesso una bozza di legge è finalmente pronta e sarà esaminata il prossimo agosto. La notizia è arrivata qualche giorno dopo l’arresto delle cinque giovani femministe. Come a dire: il governo è a conoscenza del problema e sta cercando di risolverlo. Nessuno si metta in testa di organizzare proteste pubbliche.

All’inizio del novecento, quando la Cina era ancora un impero, molti intellettuali erano convinti che la questione dei diritti delle donne fosse centrale per trasformare la Cina in una nazione moderna. Anche ai tempi di Mao, l’uguaglianza tra uomini e donne era considerata fondamentale per il paese e un vanto dei sistemi socialisti. Poi con l’apertura al mercato, le cinesi hanno perso il terreno già conquistato. Oggi ricevono salari più bassi degli uomini e subiscono una forte pressione sociale per sposarsi e badare alla famiglia.

Anche i corpi delle donne, che durante gli anni di socialismo reale erano nascosti da divise e acconciature uniformi, sono tornati a essere mostrati per guidare consumi e desideri. Oggi le donne guadagnano in media il 40 per cento in meno degli uomini e faticano ad arrivare a ruoli di potere. Sono donne solo due dei 25 membri del politburo e la moglie del presidente, Peng Liyuan, ha dovuto abbandonare la sua carriera di cantante di successo per non far ombra al marito. “Il sogno cinese di Xi Jinping”, ha sintetizzato l’opinionista Chang Ping “potrebbe essere meglio descritto come il sogno di un impero patriarcale”.

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