Lo scrittore cinese A Yi.

A Yi racconta la noia omicida nella Cina moderna e arricchita

Lo scrittore cinese A Yi.
08 aprile 2016 11:40

Con la sua prosa asciutta, una scrittura che va dritta al punto e una predilezione per la narrazione in prima persona, A Yi è considerato l’enfant prodige della letteratura cinese. Lianhe Wenxue, la più prestigiosa rivista letteraria di Taiwan, l’ha inserito tra “i venti migliori scrittori cinesi sotto i quarant’anni”, e per la cinese Renmin Wenxue, che nel 2011 l’ha nominato giovane scrittore dell’anno, è uno dei “venti maestri del futuro”. I suoi lavori, per lo più raccolte di racconti noir ambientati in provincia, in Cina gli hanno già fatto vincere diversi premi. In Italia ha appena pubblicato E adesso? (Metropoli d’Asia, traduzione di Silvia Pozzi), il racconto in prima persona di un ragazzo che commette un efferato omicidio per noia.

L’appuntamento è al bar di una libreria in un centro commerciale alla periferia di Pechino. Ordina una fetta di torta che divora prima di cominciare a parlare. È l’una passata, ma non ha ancora pranzato. Classe 1976, un passato da poliziotto di provincia e un blog che l’ha reso famoso, oggi scrive e basta, “almeno due ore al giorno”, per lo più racconti brevi ambientati in provincia. E adesso? è una storia in cui si ha l’impressione che l’unico buono sia proprio il protagonista, l’assassino. “Se sei una persona buona o troppo gentile con gli altri, prima o poi diventerai una vittima”, spiega a bassa voce. Evita di incrociare lo sguardo con chi gli parla, il labbro è scosso da un costante tremolio.

Un luogo della memoria

Quando aveva 19 anni ha scelto di usare uno pseudonimo. “A Yi non ha alcun significato, ma non potevo tenere il mio vero nome: Guozhu (capo di stato). La pressione era troppa: e se non fossi diventato nemmeno ministro?”. Ride. Racconta poco della sua infanzia e dei suoi complicati rapporti familiari, qualcosa del suo passato da poliziotto. “Sono diventato adulto quando l’intera società cinese si è votata al dio denaro. Nel paese dove sono nato ti giudicavano solo in base al grado di successo raggiunto. Di me, che scrivevo racconti, pensavano fossi pazzo”.

Odia la mentalità di provincia in cui è nato e cresciuto. Non torna mai al suo paese d’origine, ma in qualche modo i suoi racconti sono ambientati tutti lì. Strade sterrate, motel desolati, ignoranza. Rancori che si trasformano in odio per mancanza di distrazioni. “Ci tornerei solo se mi ammalassi, perché lì la qualità dell’aria è migliore. Il mio villaggio ormai si è trasformato in una piccola città, tra poco ci arriverà anche l’alta velocità. Ci ho trascorso i primi 25 anni della mia vita e, dato che la letteratura per me è una questione di ricordi, è lì che attingo. Anche se ormai è solo un luogo della memoria”.

Era l’inizio del nuovo millennio e in Cina tutti sembravano felici di avere più soldi da spendere

A 26 anni si è trasferito nella regione centrale dello Henan. Si era lasciato alle spalle la famiglia, la provincia in cui era nato e il mestiere di poliziotto per fare il redattore in un quotidiano sportivo. Ma il lavoro non gli bastava. Forse è proprio la depressione sofferta in quel periodo a rendere così vividi i sentimenti che portano il protagonista di E Adesso? a uccidere una compagna di classe senza motivo. “All’epoca mi annoiavo a morte. Avevo solo voglia di fare a botte o di appiccare incendi. Poi piangevo come un disperato e alla fine avevo solo voglia di uscire e guardare la folla. Ero solo come un cane”, racconta.

Schivare le domande politiche

Era l’inizio del nuovo millennio. La Cina era appena entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio, e tutti sembravano felici di avere più soldi da spendere. Secondo A Yi quello è stato il momento della svolta senza possibilità di ritorno. “Se volevamo cambiare le cose dovevamo farlo prima, ormai non c’è più speranza. In Cina non abbiamo mai avuto la democrazia, prima c’era l’imperatore. E le dinastie puoi rovesciarle solo quando il popolo muore di fame”.

È famoso per schivare le domande sulla politica e, accorgendosi di essere entrato in un terreno minato, si tira indietro: “Non posso nascondere che in Cina non mi sento a mio agio a parlare. Capisci? O fai parte della politica, o devi starne il più lontano possibile. Far finta di non vedere e di non sentire. Continuare imperterrito a fare le tue cose. Ci ho pensato. Niente di quello che posso dire può cambiare lo status quo. Rischio solo di mettere in pericolo me e i miei familiari. Pensa all’Unione Sovietica o alla Germania dell’Est e capirai”.

Quando l’intervista finisce si ferma a curiosare tra gli scaffali dedicati agli autori stranieri. Ma evidentemente continua a pensare a quello che ha appena detto. Durante la notte manda un messaggio in cui chiede di non riportare alcune sue osservazioni. “È un’epoca troppo complicata, non sai mai cosa pensano i tuoi amici, figuriamoci i tuoi nemici. Si cambia così in fretta che molti non sono più nemmeno fedeli alle proprie idee”. A Yi scrive da dieci anni e vuole continuare a farlo per almeno altri venti. Non tutti hanno il coraggio e la forza di essere come il protagonista del suo romanzo “un pazzo che tenta di colpire il sistema, la tradizione, ciò in cui crediamo e su cui fondiamo la nostra esistenza”.

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