Lo Sgargabonzi è il migliore scrittore comico italiano

28 maggio 2016 11:26

Negli ultimi due anni ho letto tutti i post dello Sgargabonzi – direi una media di un paio al giorno: è uno dei cinque-sei siti che ho tra i preferiti – mentre scrivevo un interminabile manuale-antologia per le scuole superiori, e mi è capitato più di una volta di pensare che quei post sarebbero stati molto utili anche per gli studenti, che li avrebbero fatti diventare più intelligenti, e anche più bravi a scrivere. Il manuale-antologia ha anche una sezione intitolata Oltre il Novecento, in cui abbiamo messo autori dei nostri giorni. In un’ipotetica sub-sezione intitolata Altre scritture entra, entrerebbe questo capitoletto sullo Sgargabonzi.

1.

Settant’anni fa Anna Frank moriva nel lager di Bergen-Belsen. Pietro Citati la ricorda così, in un articolo sul Corriere della Sera del 27 luglio 2015:

La vita, quale Anne la vedeva nel fondo del suo Alloggio segreto, era un grande gioco. Lei cercava di cogliere i colori, le luci, i baluginii, gli improvvisi terrori, che talvolta oscuravano il suo carcere quando si avvertiva l’ombra di un ladro o di un estraneo. Il Diario era lo specchio nel quale tutto si rifletteva […]. Si rifletteva Dio, nel quale Anne aveva piena fiducia malgrado la terribile persecuzione.

Anche Alessandro Gori, alias lo Sgargabonzi, si mette nei panni di Anna, ma invece di immaginare in piccolo (“i colori, le luci, i baluginii” che oscurano il suo carcere, la “piena fiducia” in Dio che Citati, che le legge nel cuore, le attribuisce) immagina in grande, e s’inventa una pagina inedita del suo diario:

All’alba sono venuti i nazisti. Hanno bussato e io ho aperto. Erano già venuti in passato, limitandosi a servirsi della nostra dispensa. Ero pronta ad accompagnarli in cantina, quando mi hanno chiesto di svegliare tutta la mia famiglia. Così ho fatto. E mentre i miei cari erano in piedi, in cucina, confusi, infreddoliti e terrorizzati, i nazisti mi hanno fatto capire che questa volta non interessava loro la nostra dispensa, né i pochi denari che ci erano rimasti e neppure un posto dove nascondersi. Mi hanno invece chiesto qualcosa che proprio non mi aspettavo e a cui non volevo credere: un familiare. Da caricare sul treno dell’indomani per i campi di lavoro.

Arrivati qui, alla scelta di un famigliare da mandare in Germania, succede qualcosa, il tono cambia, il racconto scivola verso un finale geniale e delirante perché Anna Frank confessa, non solo impassibile ma quasi euforica, di avere consegnato il padre ai soldati tedeschi:

Niente di personale, è solo che l’ho visto stanco di questa esperienza familiare. Oltretutto molto debilitato, nonché massacrato dall’anedonìa, dalle pulci dei materassi e pure da una bomba, purtroppo, tempo fa. Lo vedo un po’ a fine corsa insomma. Ultimamente si è anche chiuso in se stesso rispetto al resto della famiglia e spero che questa mia scelta serva a smuoverlo in qualche modo. Ci tengo a dire che non ha niente a che fare con gli screzi avuti in settimana perché ci siamo chiariti. Solo che ormai siamo rimasti in pochi e io chiaramente adesso devo andare per esclusione, tanto che volevo nominarmi io ma mi hanno detto che non è possibile. Quindi alla fine mi sono chiesta: con chi voglio arrivare alla fine di questa maledetta guerra? Beh, è stato chiaro fin da subito: con mio cognato Alfio e col nuovo compagno di mia mamma, il feldmaresciallo Kellerman, che hanno davvero vissuto con me quest’esperienza straordinaria della cattività, dell’olio di ricino e del brodo di corda. E poi papà è un guerriero nato e per affrontare Dachau alla grandissima ci vuole un peso massimo come lui. Ciao papà, ti voglio un bene dell’anima.

Separando la forma e il contenuto, come si fa nelle “analisi del testo” dei manuali scolastici, che cosa si osserva? Che a far ridere non è solo l’invenzione comica, non è solo Anna Frank alleata col feldmaresciallo Kellerman, e co-carnefice di suo padre, ma anche il fatto che Gori scrive il diario di Anna Frank come se fosse il diario su Facebook di una quindicenne di oggi: un po’ a fine corsa, smuoverlo in qualche modo, ci siamo chiariti, nominarmi, quest’esperienza straordinaria della cattività, un guerriero nato, affrontare Dachau alla grandissima, un peso massimo come lui – sono tutti frammenti del suo gergo dolciastro e triviale, è Anna Frank reincarnatasi in una millennial decerebrata.

2.

Da un po’ più di dieci anni Alessandro Gori, alias Lo Sgargabonzi, tiene un blog nel quale pubblica post di un paio di cartelle come questo su Anna Frank e, soprattutto, brevi o brevissimi status accompagnati di solito da fotografie. Ha 37 anni, è nato e vive nei dintorni di Arezzo, ha studiato Psicologia a Firenze, laureandosi con una tesi sulla internet addiction, passa il tempo ascoltando musica pop, giocando ai giochi da tavolo e leggendo fumetti, “soprattutto bonelliani” (“Lo Sgargabonzi” è il nome di una delle carte del Mercante in Fiera disegnate da Jacovitti); niente libri, perché richiedono uno sforzo d’attenzione troppo grande (“Quando inizio a leggere, magari arrivo al ventesimo rigo e mi accorgo che sto pensando al perché la Bofrost abbia tolto la torta Ape Regina dal catalogo”). A parte qualche serata nei pub e le collaborazioni a Linus e al sito Pixarthinking, non lavora: “Sono uno dei cosiddetti inattivi, ovvero quelli che non hanno un lavoro né lo cercano. Abbiamo il merito di non rubare il posto a gente che ne ha davvero bisogno. In un paese civile avremmo un piccolo stipendio”.

Nascendo in rete, per la rete, le invenzioni comiche di Gori consistono spesso, come nel caso della falsa Anna Frank, nella parodia del kitsch idiota che avvolge il novantacinque per cento dei post su Facebook. Bastava pensarci. È il genere letterario più nuovo, più letto e più scritto del mondo, è fatto dai pensieri della gente comune, i pensierini che fino a dieci anni fa non venivano nemmeno scritti nel diario, offre un materiale immenso al collezionista di orrori, è un genere sommamente parodiabile. Bastava pensarci: ma bisognava pensarci. Gori ci ha pensato, e si è fabbricato un alter ego idiota che infarcisce i suoi status di emoticon e di frasi demenziali che vorrebbero suonare simpatiche, o poetiche, o profonde. La ricetta è: contenuto drammatico o tragico + stile-Facebook, come in questa sequenza di stati postati da un’immaginaria adolescente che è appena diventata orfana:

Ore 5.58

Sta succedendo. Corro in ospedale. :(

Ore 12.33

Papà se ne è andato un’ora fa. Penso che Dio l’abbia voluto con sé perché aveva bisogno di un nuovo angelo. Ciao papà, ti voglio bene.

Ore 18.36

Sono ubriaca perché disperata per la morte di papà. Mi sto lasciando andare. :(

Ore 20.07

Sfogliando l’album dei ricordi… :(

Ore 21.28

Sono già passate alcune ore, ma ancora non riesco ad accettare la morte di mio padre. Penso sia normale. Cliccate “mi piace” se pensate che è normale.

Ore 7.20

Purtroppo ieri papà ci ha lasciati, perdendo la sua lunga battaglia contro un male bastardo come la sclerosi a placche. Scusate se non ho risposto agli sms, ma sono sconvolta… ed è solo lunedì! :)

Ore 10.34

E’ chiaro che la crisi degli incassi per i film “non commerciali” nasce dall’agonia delle piccole sale, umiliate dalla distribuzione che privilegia i multiplex. E così chi ama il cinema d’autore non sa più dove trovarlo.

Ore 14.44

Sto male, non ce la faccio. Vorrei esserci io al tuo posto!!! E invece sono solo impiegata semplice e tu caporeparto solo perché la fai annusare a quel coglione di Mainardi.

Ore 18.28

I funerali di papà si terranno domani alle ore 15.00 nella Chiesa di San Biagio.

Ore 22.10

Grazie per i messaggi, i telegrammi e tutto l’affetto che mi state dimostrando in questo momento difficile. Senza di voi non ce la farei mai. Scusate se non ho ancora risposto a tutti ma sono giorni un po’ così e non ho neanche avuto il tempo di mettermi a sedere. Un abbraccio stretto.

Ore 00.13

Cotta.

Ore 02.51

Se mi chiedessero di non bere caffè per una settimana e in cambio riavere il mio amato papà anche solo per poche ore, firmerei IMMEDIATAMENTE o comunque sarei fortemente tentata. Il caffè oltretutto non mi fa impazzire.

Ore 02.52

Manchi. :(

Ore 5.51

Papà ci ha lasciati dopo una lunga malattia. Ho deciso che non andrò alla camera ardente e nemmeno al funerale perché, so che fa strano dirlo, ma mi ha deluso. Il suo male ha vinto perché papà non ce l’ha messa tutta, non c’ha creduto abbastanza, eppure aveva tutto per farcela, tra cui (piccolo dettaglio) una famiglia che lo adorava. In questo momento per me il cadavere lo possono buttare anche nel secchio.

Ore 5.59

Scusate lo sfogo di prima, ma sto di merda. :(

Ore 11.48

Oggi è una bella giornata, non come quelle persone che flirtano con il tuo ragazzo dicendosene amiche e poi invece ci provano che amiche siete e se qualcuna si sente coinvolta è bene che faccia un SERIO esame di coscienza.

Ore 15.31

Sto cuocendo la torta Ape Regina della Cameo. Dice dieci minuti a 180 °C ma mi paiono pochi. Qualcuno sa se per cuocersi deve restare in forno di più?

Ore 15.41

Cotta.

Ore 20.25

Ho letto una cosa su un libro di Coelho. In pratica dice che nessuno muore davvero quando resta nel cuore delle persone che l’hanno amato. Bello. :)

Benissimo il montaggio, qui (morte del padre + lamento sulla crisi dei film ‘non commerciali’ + morte del padre + invettiva contro la caporeparto che la fa annusare a Mainardi + morte del padre in loop eccetera); ma benissimo anche la mimesi del parlato, anzi dello scritto su Facebook di un’adolescente cretina (un nuovo angelo, l’album dei ricordi, perdendo la sua lunga battaglia, non c’ha creduto abbastanza, emoticon come prezzemolo): Gori non ha soltanto una miriade d’idee, sa anche scriverle.

Al polo opposto rispetto allo stile-Facebook (dolciastro, compiaciuto, scomposto, puerile) c’è lo stile-Citati (dolciastro, compiaciuto, retorico, ma pieno di un solenne afflato umanistico), che nel frattempo si è staccato dal suo eponimo ed è diventato un brand caro soprattutto agli opinionisti da quotidiano. Queste, per capirsi, sono cinque righe prese da un articolo in cui Massimo Recalcati medita sull’incontro tra la “piccola profuga palestinese” e Angela Merkel, un articolo che comincia con una citazione-elogio di La vita è bella di Benigni, cioè l’idea platonica del kitsch:

È solo il pianto realissimo della ragazzina che sveglia il Gigante dal sonno di una Legge che non conosce il sogno dell’eccezione. Il Gigante allora le si avvicina, prova a consolarla, la rincuora sinceramente. Le dice che la “situazione è difficile”, ma che lei è stata brava. Bisognerebbe sempre ricordare ai Giganti che se il mondo non è un sogno, il mondo senza sogno deprime e muore.

Anni prima che questa roba finisse, per un generale obnubilamento del gusto, sulle prime pagine dei giornali, Tommaso Labranca aveva già creato la categoria concettuale adatta ad accoglierla: “La commozione, ecco l’ossessione dei cialtroni […]. Se si inizia a ridere è finita per tutti, il gioco si scopre e le case produttrici di detersivo per stoviglie ritirano il loro spot”. Ebbene, il Gigante spietato, la Profuga che cerca di svegliarlo dal suo sonno, la Legge che non conosce il sogno dell’eccezione, il Mondo che deprime (sic) e muore, tutta questa pornografia sentimentale testimonia che l’ossessione non è stata curata, e gli intellettuali italiani, dalla loro tribunetta, continuano a commuoversi e a voler commuovere, e soprattutto a prendere terribilmente sul serio se stessi e i propri pensierini da sussidiario.

Vent’anni dopo, Gori è l’erede e il vendicatore di Labranca, perché ride proprio delle cose e delle persone che l’idiozia della scuola, dei media, del discorso pubblico ha trasformato in tabù o in santini. “Spesso nei tuoi status su Facebook – gli hanno chiesto in un’intervista – ironizzi su alcune figure molto celebrate e quasi intoccabili: De André, Tenco, Pasolini, Carmelo Bene ecc. Flaiano diceva che il nostro Paese è malato di retorica; credi anche tu che in Italia ci sia un eccesso di enfasi quando si parla di certi ‘mostri sacri’?”. Risposta:

Sarebbe un errore pensare che io combatta contro l’idea che possano esistere degli intoccabili. La verità è che gli intoccabili ci sono, ma per me sono altri: Sergio Bonelli, Tiziano Sclavi, Noel Gallagher, Alfredo Cerruti, Paolo Villaggio, Renato Pozzetto, Michael Haneke, Reiner Knizia e Carlo Peroni. L’unico a cui riconosco un immenso e innegabile talento di quelli che citi è il grande De André. Per quanto anche suo padre Fabrizio a me non dispiacesse.

Tre fumettisti (Bonelli, Sclavi, Peroni), due musicisti pop piuttosto eterogenei (Gallagher degli Oasis, Cerruti degli Squallor), un disegnatore di giochi da tavolo (Knizia), un regista (Haneke), due attori comici (Villaggio, Pozzetto). Un pantheon del genere è un eccellente antidoto alla retorica; la battuta sull’“immenso e innegabile talento” di Cristiano De André arriva qualche secondo dopo.

3.

Le regole-base della comicità di Gori riflettono questa renitenza alla retorica e alla trasformazione degli esseri umani in santini. E le due regole principali sono, si può dire, le seguenti: (1) l’ironia funziona soprattutto quando morde i buoni, i santi laici, gli eroi borghesi, i padri della patria, i cantanti-attori amici dei poveri, i poeti-icone, insomma tutti quelli che sembrerebbero essere al di sopra dell’ironia; (2) è divertente, fa ridere, spalmare uno strato di nonsenso sulle cose tragiche della vita, come l’invecchiamento, la malattia, la morte.

Esempi di applicazione della regola (1).

Chi è il celebre cantautore morto prematuramente che l’agiografia ha trasformato in una figurina da presepe?

Giovanni Verga raccontava la nobiltà catanese e i suoi struggimenti.
Ippolito Nievo raccontava il mondo dell’imprenditoria e gli eccessi della rivoluzione industriale.
Andy Warhol raccontava la scena newyorkese degli intellettuali e degli artisti bohemien.
Sallustio raccontava le genti patrizie e i fasti dell’Impero.
E sapete Fabrizio De André chi raccontava?
Gli ultimi. :(

E chi è la poetessa che negli ultimi decenni ha incarnato l’idea stessa del kitsch, quella a cui Google dedicava l’homepage, qualche mese fa, per l’ottantacinquesimo anniversario della nascita? Gori le dedica questo status:

Un ricordo indelebile che ho dell’immensa Alda Merini fu quando, l’unica volta che fui ospite nella sua villa di Tivoli, andai in bagno e in uno strappo di carta igienica a metà rotolo c’era già della merda.

È già splendido; ma messo in contesto, con la foto sognante accanto, diventa perfetto.

Oppure ecco le Cose che forse non tutti sanno su Aldo Moro:

  • Un attimo prima di sparare a Moro, il brigatista Prospero Gallinari lo prese a ceffoni perché gli sembrò che il Presidente gli avesse rubato le sigarette. Poi ce le aveva in tasca.
  • Mentre Moro scriveva l’ultima lettera all’amata moglie Eleonora, Angelo Izzo leccava la faccia alla Colasanti.
  • Fra i rapitori, la brigatista Adriana Faranda fino alla fine credette che stavano tenendo in ostaggio Giovanni Rana.
  • In una lettera, Moro dette alla moglie della puttana.
  • Non sono ripetibili le madonne che Moro tirò quando gli dissero che l’avrebbero ucciso.
  • “Daresti la vita di tua figlia in cambio della tua?”, gli chiesero. E Moro rispose: “No, mai”. “E quella di tua moglie?”. E Moro, senza indugio: “No, mai”. “E che, in cambio della tua salvezza, fossero violentate?”. E Moro: “Sì”.
  • Come ultima cena Aldo Moro chiese il semolino, la mela cotta e sedici litri di 7Up bollente.
  • Pochi sanno che Moro si spense per la sifilide già mentre lo stendevano nel baule.

(Naturalmente il surrealismo di Gori è lontano mille miglia dalla trivialità della satira politica: “Moro” è un puro nome, un generatore di surrealtà, come tutti quelli che si trovano in questo format che ricorre spesso nel blog dello Sgargabonzi: Cose che non sapete sull’11 settembre, sui down, sui malati terminali, su papa Francesco eccetera).

Sottoregola della regola (1): l’ironia può essere così sottile e impercettibile, così apparentemente senza obiettivo da far sì che il lettore lento ci metta un po’ prima di afferrarla (e infatti molti non la afferrano: Gori accumula non solo vaffanculo e minacce, ma anche querele), e che anche quello meno lento si domandi a volte (parole di Gori) “se ci fa o ci è sul serio, se potresti o meno affidargli tuo figlio per mezz’ora mentre sei di chemio”. Il fatto che le cose di Gori vengano lette in rete aumenta l’ambiguità, quindi la probabilità che l’ironia venga fraintesa:

Una piccola idea.
Metto le mani avanti: magari è una sciocchezza ma, in tal caso, spero che mi perdonerete.

In riferimento agli attacchi terroristici dell’altro ieri: e se coniassimo uno slogan solidale sulla scia di Je suis Charlie Hebdo, ovvero Je suis Paris? Un po’ come a dire: ‘Noi siamo Parigi’. Nel senso che siamo vicini al popolo parigino specie nel momento delicato che sta (sfortunatamente) attraversando.

È una goccia nel mare, certo… però gocciolina accanto a gocciolina è così che si forma un oceano.
E buona domenica a tutti.

Post del genere, o più stupidi, hanno inondato la rete dopo le stragi di Parigi. Questo post riprende quei post anche nell’idiozia dei cliché verbali (metto le mani avanti, slogan solidale, vicini al popolo parigino, momento delicato che sfortunatamente sta attraversando, gocciolina accanto a gocciolina), ed è solo il contesto (siamo nel sito dello Sgargabonzi, negli status adiacenti si parla di merda) a chiarire che si tratta di una parodia.

Altrove, la parodia si svela a metà, dopo che lo sketch è cominciato con la faccia serissima:

Un attimo di attenzione.
Con questo messaggio voglio celebrare le vittime dell’11 settembre.

Andrew Stevens
Carl Mallows
Richard Sheridan
Janette Paulson
Sonny Donovans
Stephen Brennan
Clingo Brennan
Jeremy Johnson
Clabster Blublax
Alan Ford
Raymond Danteschi
Flachio Porpelli
Rosco Ovidio Dinnanzi Carapelli
Annette J. Scarapacchio
Emerald Carninscatola
Ivo
Johnny Sifone
Bruno Coglione

e tutti gli altri.
Per non dimenticare.

(Per non dimenticare è uno di quei motti idioti con cui Gori chiude spesso i suoi post più fintamente pensosi: dato che è toscano, può darsi che l’ispirazione gli sia venuta dal titolo di uno degli appuntamenti fissi della liturgia culturale fiorentina: Leggere per non dimenticare).

4.

Esempi di applicazione della regola (2), quella secondo cui bisogna spalmare il nonsenso sulle tragedie.

Qui vale più o meno tutto, ma a ispirare sono soprattutto le disgrazie o le morti degli innocenti. Andrea Bocelli:

Bocelli voleva far abortire la moglie quando gli hanno detto che il figlio forse sarebbe nato daltonico. Questo per dire la persona.

Don Pino Puglisi, vittima della mafia:

Pietro Germi si ispirò a Don Pino Puglisi per la figura del Sassaroli.

Nicola Calipari, assassinato a Baghdad:

Sto di merda.
Nemmeno la vittoria degli Stadio al Festival di Sanremo riesco a godermi, perché l’unica cosa che mi viene in mente è che erano il gruppo preferito di Calipari. Quanto hai creduto in loro, Nicola. Li hai cantati sempre, fino all’ultimo. Quante discussioni notturne con te, Giulia e i bimbi, nella tua casa estiva a Forte dei Marmi. Dove sei Nicola? Sto male.

Il cantante Mango, ancora caldo:

Ricordo Mango, qualche settimana fa, ospite ad una puntata de L’Italia sul Due. C’era Vissani che cucinava. A un certo punto gli offre un crostino al lardo di colonnata. E Mango: ‘No grazie Gianfranco, che già ho il colesterolo un po’ alto ah ah ah’. E Vissani, entrante come pochi: ‘Ma piantala! E assaggia qua che meraviglia o m’offendo!’. E Mango si mise un sorriso e assaggiò, pur lasciandone sul piatto un pezzetto non appena finì il momento di cucina.

Il padre di Gori:

Oggi l’oncologo mi fa: ‘Mi spiace doverle dare questa notizia, ma suo padre ormai è in fase terminale’.
E io: ‘Ma sta facendo la chemioterapia’.
E lui: ‘Lo so, ma purtroppo l’organismo non sta reagendo. È una situazione difficile ma deve accettarla. Mi dispiace tantissimo’.
E io: ‘Ma magari esistono delle pomate che…’.
E lui: ‘Pomate il cazzo’.

Le stragi di Parigi del novembre 2015:

Ho ospitato a casa dei feriti a morte degli attacchi parigini che avevano bisogno d’un ricovero d’urgenza. Un’ora dopo vado in bagno e la carta era finita. Vado di là e gli faccio: “ma quanto cagate?”.

Sottoregola della regola (2): lo straniamento si può ottenere, anziché facendo cozzare – cito sempre Gori – “il jingle pubblicitario cretino col fattaccio di cronaca”, accostando al fattaccio di cronaca una foto che non c’entra niente, né per contenuto né per genere. Questo è “Roberto Benigni alla notizia della morte della piccola Yara Gambirasio”.

Questo è Berlusconi “mentre aggredisce un bambino affetto da SLA ringhiandogli contro di chiamare il Telefono Azzurro se si sente aggredito”.

E questi sono i funerali di Laura Antonelli, sui quali Gori imbastisce una storia lunga una ventina di post che ruota attorno a un prestito fattole, poco prima di morire, da Corradino Mineo, che voleva i soldi indietro.

(Seguono post nei quali spuntano, tutti immaginariamente riuniti al funerale della Antonelli, Bono Vox, Charlize Theron, Beppe Grillo, Luca Cordero di Montezemolo, il capogruppo PD al Senato Luigi Zanda, Tex Willer…).

A rovescio, a partire da una foto, da un’immagine, è possibile ricreare un contesto immaginario, inventare una didascalia straniante. In questa categoria, lo status più bello e originale è forse quello che commenta l’Ultima cena del Ghirlandaio:

Cosimo de Medici al Ghirlandaio: ‘Ti riesce a farmi una cazzo di ultima cena senza quei soffitti a volta, senza che ci sia uno davanti alla tavola che impalla il Cristo, senza il terzo da destra che s’addormenta, senza i vasi in basso a sinistra, senza gli uccelli fuori e senza quel tuo classico pavone di merda che s’infila nella finestra a destra anzi guarda fai una cosa, la finestra non mettercela proprio! Pensi che ce la fai almeno questa volta?!’. E il Ghirlandaio: ‘Questa volta penso di sì, Maestro’. E questa è l’opera straordinaria che ne conseguì:

L’Ultima cena del Ghirlandaio, 1480.

5.

Quest’ultimo esempio – un aneddoto inventato di sana pianta a partire da un affresco del Ghirlandaio – fa riflettere non tanto sulla fantasia di Gori, che non è in discussione, quanto sulla sua capacità di creare storie che superino la misura breve o brevissima del post. Gori ci ha provato in tre libri di racconti di 3-4 cartelle ciascuno (Le avventure di Gunther Brodolini, Bolbo, Il problema purtroppo del precariato), racconti pieni dell’intelligenza e dell’inventiva surreale che si trova negli status, ma che hanno appunto il problema della durata: dopo una pagina, due al massimo, il surrealismo annoia.

L’esercizio riesce meglio quando anziché parlare di personaggi inventati Gori parla di sé, o di una versione miserabile di sé. Una delle cose che funzionano, comicamente, è la descrizione della propria inadeguatezza – o dell’inadeguatezza del personaggio di cui si sta parlando – in situazioni formali, che richiedono il possesso di un habitus. I racconti di Fantozzi sono costruiti quasi tutti così (l’inadeguato Fantozzi in settimana bianca, in gita a Copenhagen, in vagon-lits), e anche certi sketch di Bar Sport di Benni, o certi raccontini di Campanile.

Gori si descrive spesso come inadeguato, isolato, umiliato (“Purtroppo conosco poco Internet perché non ho Explorer bensì Paggini Comunicare, un browser che ha sviluppato un mio amico sul finire degli anni ’90 ma che apre solo alcuni siti”); in un breve reportage per il sito www.pixarthinking.it racconta la sua “prima volta in prima classe” sul Frecciarossa. Dovendo andare a Milano, entra nel sito di Trenitalia per comprare un biglietto di seconda classe, “quando a pochi pixel di distanza mi strizza l’occhio un’alternativa sontuosa: prima classe da 29 euro”. Gli balena il ricordo di parenti in visita “che avevano fatto il viaggio in prima classe e mi portavano un sacchettino di frollini di conforto passatigli dalle Ferrovie dello Stato: ‘E addirittura ripassano più volte!’, dicevano sconvolti. Memore di questo faccio i miei calcoli ed esclamo: ‘Ma quindi quei cinque euro te li riprendi alla grande!’”. Dopo una notte di tensione (“Ero terrorizzato all’idea che mi fermassero, ‘lei qui non può starci’, a causa della felpa in pile senza niente sotto, il cappellino, la dermatite, la soccombenza esistenziale che mi si legge in faccia”), sale sul treno:

Mi sistemo in un posto contromano, anche se ero sicuro di averne cliccato uno in senso di corsa. Ci ero pure stato attento, perché ho un po’ di ernia iatale causata (dice il mio medico) dal Ciocoroll Balconi. Quindi, per non riempirmi di acidità, tengo a mente di evitare tassativamente gli alcolici se Trenitalia mi offre qualcosa, ma tanto non mi piacciono. Arriva il carrellino del vettovagliante e mi chiede cosa voglio bere. Rifletto su come massimizzare questa offerta prendendo la cosa più cara che vedo. ‘Berlucchi’, dico io. ‘Belucchi’, mi corregge lui, mentre mi versa in un calice di plastica questo famoso prosecco, citato anche da Capossela in una delle sue canzoni di merda. ‘È citato anche da Capossela in una sua ballata straordinaria’, dico al barista per far capire che sono una persona normale. E lui mi abbozza un sorriso sinceramente molto freddo, di quelli che non credo se li ricorderà sul letto di morte.
Arriva il bigliettaio: ‘Biglietto, signori’. E io in mezzo al biglietto stampato ci metto subito la carta Trenitalia e il documento d’identità, perché avevo paura che vedendo la dermatite che iniziava a riformarsi me li chiedesse e però non volevo sapere se l’avrebbe fatto. Come sentirsi il cancro e non aprire il plico delle lastre. ‘Allora prima di tutto queste non servono, signore’. Che suonava come ‘ma non facciamo queste buffonate, per piacere’, senza contare che il signore era detto con lo stesso tono con cui daresti dello scienziato a della frutta accatastata.

Qui Gori usa una tecnica collaudata negli sketch comici, la tecnica che consiste nell’immaginare cosa succederebbe se l’evento che temiamo di più si realizzasse davvero, o se ci comportassimo nel modo in cui potremmo comportarci se allentassimo i freni inibitori, se ci lasciassimo andare (tecnica di universale appeal perché riproduce il meccanismo del “ci pensi…” che ripetevamo da piccoli: “ci pensi se adesso succede davvero che… ci pensi se adesso noi facciamo veramente…”, e non succedeva e non facevamo niente). Ma poi all’inventiva di situazione unisce l’inventiva di linguaggio, cioè una rara capacità di scrittura comica: la meticolosa lista delle miserie (la felpa in pile, la dermatite seborroica medicata col guanto di lycra) e le marche da poveracci (il Ciocoroll Balconi, il Belucchi) ricordano i raccontini di Aldo Nove; ma è tutto di Gori il talento nella gestione del dialogo (“Allora, prima di tutto queste non servono, signore”), nell’uso delle similitudini (“lo stesso tono con cui daresti dello scienziato a della frutta accatastata”), nel cortocircuito tra “canzoni di merda” e “ballata straordinaria”.

Nello scompartimento entra un signore giapponese:

Si sistema davanti a me e, nonostante il metro da sedile a sedile, nello spostarmi gli sfioro leggermente i piedi. Sorrido di pragmatica e gli faccio: ‘Scusi’. Dall’espressione imperturbabile capisco che lui pensa che sono gay. E allora gli faccio capire che gli ho sfiorato il piede solo perché mi stavo sporgendo per togliergli la mia copia de ‘La Freccia’ che avevo poggiato sul sedile accanto al suo onde liberare il mio. Non volevo altrimenti che pensasse di non poter appoggiare la sua valigia lì. Ma come afferro la rivista il giapponese si rianima: ‘Se magari una copia me la lascia, veda lei’. Cerco una citazione di Capossela per rispondergli ma non mi viene niente. Mi resta il tarlo del fatto che creda che io sia gay, così non faccio che pensarci, tanto che impiego tutto il resto del viaggio per fare cose da persona non gay: colpi di tosse decisi, faccia pensierosa per problemi logistici, sguardi oltre al finestrino quando si passa per le zone industriali e ogni tanto faccio finta di pensare fra me e me per poi concludere fatalista ‘vabbè, vabbè, vabbè…’.
Causa prosecco l’ernia iatale inizia a farsi sentire, devo prendere del Buscopan, ma non voglio passare anche per un drogato quindi me ne vado in bagno. Prima di uscire mi lavo le mani. Me le insapono col folkloristico sapone blu di Trenitalia, vado a premere il tasto per l’acqua ma l’acqua non scende. Provo e riprovo ma niente. Cerco di pulirmi alla meglio con l’interno delle tasche dei pantaloni ma torno al posto comunque con le mani appiccicose. Per fortuna, vedo una signora che ha un pacchettino di fazzoletti sul tavolino davanti a lei. ‘Scusi signora, mica mi potrebbe dare uno Scottex?’. Le mostro le mani impiastricciate e le spiego: ‘È sapone… è che l’acqua in bagno non scendeva’. Lei mi fa: ‘È sicuro? Quando ci sono andata io funzionava tutto’. E io, capendo che sta pensando che mi sono appena fatto una sega: ‘Glielo posso giurare, signora’. E poi ancora, guardando gli altri: ‘Ve lo giuro, davvero’. Ripassa il venditore ambulante: ‘Nient’altro?’. Io, ormai stremato: ‘Sì, grazie’. Che voleva significare ‘nient’altro, grazie’, ovvero l’affermazione del suo nient’altro. Ma lui capisce il contrario, nemmeno mi chiede cosa voglio e mi versa infastidito un altro Berlucchi. Se ne va e mi volto verso il giapponese davanti a me, ma trovo un sedile vuoto. Ha cambiato posto. È lì che ho due desideri, totalmente contrastanti: voglio morire, però in compenso subito.

È meno originale di Fantozzi, perché Fantozzi c’è già stato; ma è scritto meglio.

6.

Dunque i libri vanno benino, non benissimo; i post lunghi vanno bene, a volte benissimo, e a volte nascono capolavori come il falso diario di Anna Frank, o il viaggio in Frecciarossa; ma la perfezione si tocca con gli status, perché nella brevità degli status Gori riesce a squadernare il suo vero talento, che è quello del poeta surrealista o del decifratore d’idiozie, non quello del narratore (forse anche perché, ripeto, un narratore comico è quasi una contraddizione in termini). Ogni mezzo di comunicazione ha generato i suoi virtuosi: vale per la radio, per la tv, per il cinema. E ogni mezzo di comunicazione ha prodotto i suoi generi letterari: e dato che il genere letterario “status su Facebook” è oggi di gran lunga il più frequentato, tanto da chi legge quanto da chi scrive, non è inutile farci caso, e dire che in questa nuova specialità Alessandro Gori è, per adesso, il più bravo di tutti.

È già una gamma molto ampia di stili di scrittura, ma Gori ha anche altre frecce al suo arco. In alcuni dei post più recenti sembra fare sul serio, sembra riprendere il programma di demistificazione che era stato di Labranca. In uno degli ultimi, per esempio, dice cose intelligenti su – cioè contro – l’ammirazione senza criterio per David Lynch:

Ho sempre pensato che Lynch sia un autore dagli ottimi gusti più che un genio. La sua abilità è stata quella di creare un popolo di estimatori – anche brave persone per carità – che fanno il lavoro al posto suo e costruiscono nottetempo le basi per il mito. Lo stesso del resto ha fatto, in scala minore, Battiato. Un popolo a rinvenire preziose Verità dietro i ghiribizzi surreali di questa persona pettinata strana. Roba da riempire le pagine dei forum e parlarne al pub per serate intere e vedere se, fra la Loggia Nera e il Sufismo, c’è anche verso di scopare […]. Personalmente mi piacerebbe togliere Lynch dal suo tronettino e sbatterlo in Honduras, all’Isola Dei Famosi. Nella mia umile opinione, lì viene fuori chi conta davvero. Ce lo vedo, il re della meditazione trascendentale, imbranatissimo nelle prove-ricompensa. Antonella Elia gli dà una spinta e Lynch cade come un coglione. E nella sua mente pensa tutto surreale, alle minestre, all’idrogeno. Un cretino.

Ma nella gran parte dei casi la critica del cialtronismo culturale è più sottile perché resta implicita. Questo è un post su Mia madre di Moretti:

Nella vecchia morte, quella vigente fino a Mia madre, l’agonizzante mette sempre in imbarazzo i propri cari con uscite come ‘Non voglio morire’ o peggio ancora ‘Ti prego non voglio morire’. Senza parlare della Montezemolo delle frasi per l’occasione: ‘Dimmi che guarirò, ti prego. Anche se non è vero, dimmelo’. Invece la signora sfoggia tutto un frasario soavemente lunare e di vaga simpatia vaporizzata, quasi come se Moretti ci dicesse di fidarci di lui, che quella che ci sta per lasciare è una persona umanamente spettacolare anche se non ha tempo per raccontarla bene perché sta per arrivare un divo americano.

Non so quanti scriventi o scrittori, oggi, saprebbero dire una cosa così precisa e intelligente su un film adoperando anche così bene, insieme, i registri dell’italiano: l’ironia sulla “morte vigente fino a Mia madre”, colloquialismi come “la Montezemolo delle frasi” o “umanamente spettacolare”, le metafore del “frasario soavemente lunare” e della “vaga simpatia vaporizzata”.

E infine, all’altro estremo rispetto al pecoreccio di certi post scatologici, ci sono ogni tanto status così immateriali che l’ironia, la nota falsa, sembra proprio non esserci, o se c’è è a profondità tali da poter essere percepita soltanto dagli aficionados del blog:

Punzecchiature letterarie stasera con Chiara Gamberale.

Le faccio: ‘Se mi dici Moravia io ti dico Parise, se mi dici Zanzotto io ti dico Calvino. Mi dici Basile? Perfetto: Piperno!’.

E lei: ‘Bene, allora mettiamola così: se ti dico Saba?’.

E io, tranquillissimo: ‘Ti dico Sciascia’ :).

Oppure:

Io da esercente mi regolo così. Se uno mi viene a prendere 3-4 pizze giganti da portare via, un bello spicchio di pizza gratis mentre gliele incarto non glielo leva nessuno.

Si poteva finire così, su questa nota di tenerezza (un sentimento che si prova spesso leggendo i post dello Sgargabonzi: che è aggressivo solo perché è timido). Invece finiamo così, su una nota d’angoscia (il sentimento di gran lunga prevalente, insieme all’ammirazione, quando si leggono di seguito tutti i post dello Sgargabonzi degli ultimi cinque anni, come ho fatto io). 3 maggio 2016:

La gente che resta un’ora in bagno pensi sempre che stia cagando, ma in un caso su dieci è col rasoio in mano indecisa se tagliarsi le vene.

7.

Ho visto Alessandro Gori una sola volta, in un pub di Firenze, davanti a una trentina di affezionati. Leggeva, non recitava, i suoi sketch, e leggeva così così, senza particolare cura o talento: non ha la sfacciataggine del comico da palcoscenico né la disinvoltura del performer. Sembra anzi conservare, anche sul palco, un po’ di quella timidezza e di quell’autoironia che sono tipiche degli uomini riflessivi, e che li portano a non prendersi sul serio neanche mentre stanno facendo i buffoni. Ma faceva ridere, e gli affezionati, quasi tutti venti-trentenni che leggono il suo blog, erano divertiti e solidali, e apprezzavano particolarmente – com’è giusto, dal vivo – i pezzi scatologici e quelli contro categorie protette come i down o i bambini vittime dei pedofili.

Mi sono domandato, mi domando adesso, quante chance abbia di diventare famoso, di collaborare a qualche giornale importante o di finire in TV. Quasi nessuna, credo, e questo dice qualcosa sul modo in cui si ride in Italia, sulla comicità italiana, che è un pezzo tutt’altro che trascurabile della cultura italiana. Su Twitter, quelli di Spinoza.it hanno più di un milione di follower; quelli di Lercio.it ne hanno 150mila; Crozza un milione e 300mila. Gori ne ha un po’ più di 1.800, cioè ottocento più di me, che insegno Letteratura italiana in un’università di provincia.

In tv c’è Crozza. Il suo show settimanale ha appena compiuto dieci anni. Lo vedono anche persone che di solito non guardano la tv, ha la striscia d’apertura del talk-show di Floris. Con risultati molto alterni, pratica – a volte bene, più spesso molto male –gli unici due tipi di comicità che sembrano avere audience nella tv italiana: la satira politica e il travestitismo. Altrimenti c’è l’avanspettacolo ultrapopolare di programmi come Eccezionale veramente, Colorado o Made in sud. “Se piega fa ridere, se spezza non fa ridere”, dice l’orrendo Alan Alda a Woody Allen in Crimini e misfatti. Ma questa roba, la roba comica italiana di questi anni, non piega né spezza: lascia lo spettatore inerte, lo conforta, lo mette a suo agio, gli dà l’illusione di essere spiritoso solo perché possiede il misero codice linguistico che gli permette di afferrare il senso degli sketch. Sa confusamente chi è Carla Fracci, perciò sorride all’imitazione di Carla Fracci fatta da Virginia Raffaele a Sanremo; ha visto in tv il senatore Razzi, perciò sorride all’imitazione di Razzi fatta da Crozza. La comicità, che dovrebbe essere soprattutto spaesamento, tradimento delle attese, ripete il meccanismo dei prodotti pop più elementari: la ripetizione del già noto, il riconoscimento di ciò che è famigliare. È un modo puerile di ridere (alla lettera: il modo che piace ai bambini, sedotti sempre dalla stessa favola), ma è di gran lunga il modo oggi più diffuso, e non solo tra la massa incolta. Questo appiattimento, anche da parte dell’élite, su un’offerta così scadente non può non penalizzare i comici più bravi e originali delle ultime generazioni: a fronte delle 3-4 ore settimanali di Crozza o di Made in sud, comici geniali come Lillo e Greg, Olcese e Margiotta o Max Tortora sono quasi spariti dagli schermi. Se, come a me pare, il senso dell’umorismo è solo un altro nome dell’intelligenza, non è eccessivo concludere che a monte di questa incapacità di distinguere i buoni comici dai cattivi c’è un vasto, trasversale moto di non-intelligenza, ossia di stupidità.

Resta, per tornare a noi, che è difficile immaginare che Gori possa aver un pubblico molto più ampio dei suoi 1.800 follower su Twitter, un pubblico che sia così intelligente da riconoscere la sua intelligenza, da non sentirsene invece offeso. L’altra possibilità è cambiare campo di gioco, è ammettere Gori nel regno della Letteratura, dargli il posto che merita nel sottovalutato, ma vitale, capitolo dedicato agli Scrittori Comici: molto più in alto di Campanile, di Guareschi, di Benni; più in alto anche del Villaggio che ha inventato Fantozzi. Il migliore scrittore comico italiano. È l’obiettivo di queste pagine.

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Guido Vitiello