Schiave liberate nei dintorni di Nouakchott, in Mauritania, nel 2006.

La lotta contro la schiavitù in Mauritania non è ancora finita

Schiave liberate nei dintorni di Nouakchott, in Mauritania, nel 2006.
06 novembre 2015 18:37

Quando l’attivista mauritana Mariem Mint Cheikh Dieng è arrivata in missione in Europa, alla fine di giugno del 2015, il suo compagno di lotta Biram Dah Abeid era in carcere già da quasi otto mesi. Biram e Mariem si sono conosciuti nel 1999 a un incontro di militanti contro la schiavitù, pratica ufficialmente illegale ma ancora diffusa in tutta la Mauritania. Oggi Mariem è una delle tante donne attive nell’Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista (Ira), fondata nel 2008 da Biram e da Hamady Lehbouss.

Ci siamo incontrate a luglio a Bruxelles, dov’era venuta per presentare l’Ira e denunciare la detenzione di Biram, arrestato nel novembre del 2014 e condannato a due anni di carcere insieme ad altri due attivisti, Brahim Bilal Ramadane e Djiby Sow, per “appartenenza a un’organizzazione non riconosciuta”, “partecipazione a un incontro non autorizzato” e “incitamento all’odio”.

Ora Biram e Brahim si trovano nel carcere di Aleg, una città a più di 250 chilometri dalla capitale Nouakchott (Djiby Sow è stato scarcerato a giugno per motivi di salute). Il 21 ottobre 2015 l’Ira ha rivolto un appello alle ambasciate straniere presenti nella capitale mauritana sottolineando il peggioramento delle condizioni di salute di Biram e Brahim. Il 30 ottobre Amnesty international ha lanciato una campagna chiedendo la liberazione immediata e senza condizioni di tutti i militanti antischiavisti in Mauritania. Come spiega Mariem:

la schiavitù è sempre esistita nel nostro paese, anche tra le comunità negro-africane come i peul, i soninké e i wolof. Ma sono i mori, o arabo-berberi – ad aver diffuso l’idea che per essere nobile devi avere degli schiavi, persone che ti appartengono, che puoi regalare, prestare, come fossero oggetti. Negli ultimi trent’anni il fenomeno si è trasformato. Oggi abbiamo a che fare con una schiavitù moderna: lo schiavo è colui che non ha diritti, per esempio non ha il diritto di comprare la terra. Tutto questo si traduce in situazioni di apartheid: i nobili abitano da una parte, gli schiavi da un’altra. A volte perfino i cimiteri sono separati. Queste pratiche esistono in tutte le comunità, ma in modo molto più spiccato tra gli arabo-berberi

Figlia e nipote di abolizionisti, Mariem mi parla del nonno materno, “uno schiavo liberato e benestante, che si era trasferito in Senegal e tornava spesso in Mauritania per comprare degli schiavi e offrirgli una nuova vita. A modo suo era un militante”. Il padre di Mariem era un membro di El Hor, movimento nato nel 1978 per coordinare la lotta antischiavista. “Quando avevo cinque anni”, ricorda Mariem, “lo sentivo alzarsi di notte per andare alle sue riunioni segrete. Tra il 1979 e il 1980 vari membri di El Hor furono arrestati. In seguito alle proteste scatenate da quegli arresti fu approvata la legge del 1981”.

Le attività dell’iniziativa antischiavista

Il provvedimento abolì ufficialmente la schiavitù, senza tuttavia prevedere sanzioni per chi continua a praticarla. “Una legge imbarazzante”, riassume Mariem. “Il movimento El Hor in seguito si indebolì perché alcuni membri accettarono di entrare nel governo pensando di risolvere il problema dall’interno. Fu un errore”.

Nel 1990 alcuni militanti di El Hor, tra cui il padre e il fratello di Mariem, lasciarono il movimento per creare l’associazione Sos Esclaves e il partito Action pour le changement (Ac), formato esclusivamente da haratine (schiavi o discendenti di schiavi, sono circa il 40 per cento della popolazione mauritana). Nel 2002 l’Ac fu dichiarato fuorilegge e vari componenti entrarono in un partito d’ispirazione nasserista, l’Alliance populaire progressiste.

“In quel periodo si sentiva il bisogno di dare un nuovo slancio alla lotta antischiavista”, spiega Mariem. “Da quel bisogno nel 2008 è nata l’Ira”. Intanto nel 2007 la schiavitù era diventata un reato, almeno in teoria. La nuova legge prevedeva infatti che fosse la vittima a presentarsi in commissariato per denunciare il proprio padrone, cosa quasi impossibile per una persona ridotta in stato di schiavitù e, come spesso capita, analfabeta. Mariem ricorda la prima battaglia dell’Ira: “Nel 2010 abbiamo denunciato la presenza di due ragazze minorenni tenute schiave da una donna, che è stata arrestata. Era la prima volta che qualcuno finiva in carcere per quel reato”.

Una delle azioni più eclatanti dell’Ira risale all’aprile del 2012, quando Biram ha bruciato alcuni libri religiosi che difendevano il sistema schiavista. “In quei libri l’islam è usato per difendere la schiavitù”, sottolinea Mariem, “ma nel Corano non c’è nulla che giustifichi lo sfruttamento di un uomo da parte di un altro uomo. Dio è padrone di tutto, non esiste un padrone al di sotto di lui, e lui stesso non ha il diritto di fare del male all’uomo, alla sua creatura. Come potrebbe un altro uomo avere questo diritto?”. Eppure quei libri avevano forza di legge nei tribunali, assicura Mariem. “Ecco perché Biram li ha bruciati: per denunciare la falsità dei loro contenuti”.

Un’altra importante iniziativa dell’Ira è stata la carovana contro la schiavitù terriera, partita il 7 novembre 2014 dalla città di Boghé, nel sudest della Mauritania. “La valle del fiume Senegal è una regione molto fertile”, spiega Mariem. “Le terre sono sempre state di chi le coltivava, finché il governo ha deciso di cederle ad alcuni uomini d’affari. Siamo andati di villaggio in villaggio a raccogliere le prove che quelle terre appartenevano a chi ci abitava. Le autorità hanno provato a fermarci: volevano i documenti, ma volevano anche Biram, per metterlo a tacere. I documenti sono stati portati in un luogo sicuro da un altro attivista, ma Biram è stato arrestato l’11 novembre”.

Il giorno seguente anche Mariem è stata arrestata, insieme ad altri membri dell’Ira.

La polizia voleva sapere chi ci sostiene, da dove arrivano i pochi fondi dell’Ira. Ho risposto: fate il vostro lavoro e scopritelo da voi. La stessa scena si è ripetuta con il procuratore e con il giudice istruttore. Per cinque giorni non ho visto un avvocato e non ho potuto ricevere visite. Poi mi hanno trasferita in un carcere femminile, dove mi hanno incatenata e picchiata. Le altre detenute sono state costrette a mettermi sotto pressione, a insultarmi, a spaventarmi. Dopo ventuno giorni è tornato il giudice istruttore. Gli ho detto che potevano tenermi in carcere altri ventuno giorni, non sarebbe cambiato nulla. Alla fine mi hanno liberata con la condizionale

La forte componente femminile nell’attuale movimento abolizionista è un’altra novità portata dall’Ira. “Le donne in Mauritania”, riassume Mariem, “si dividono in due categorie: schiave o regine della casa. In entrambi i casi non hanno il diritto di esprimersi. L’Ira per la prima volta ha valorizzato le donne. Come dice Biram, siamo la parte più numerosa della popolazione mauritana, oltre il 52 per cento. Tutto ciò che accade nel paese ci riguarda”.

Oggi l’Ira è presente nei tredici capoluoghi regionali del paese, ma anche in centri più piccoli.

“Una delle sfide principali è spostarsi in tutto il paese per sensibilizzare il maggior numero possibile di persone e fargli conoscere i loro diritti”, osserva Mariem. “Se avessimo più risorse, riusciremmo a eliminare la schiavitù molto più rapidamente”.

Una legge più severa solo in apparenza

Il 12 agosto 2015 il parlamento mauritano ha approvato una legge che sostituisce quella del 2007 e definisce la schiavitù un crimine contro l’umanità, inasprendo le sanzioni contro chi la pratica. Ma senza una reale volontà politica, questa legge rischia di rivelarsi inefficace quanto le precedenti.

“Molte misure sono state adottate solo per migliorare l’immagine internazionale della Mauritania”, denuncia Mariem, citando l’esempio del tribunale speciale per i crimini di schiavitù, creato nel 2014, o dell’agenzia per il reinserimento socioprofessionale degli ex schiavi, inaugurata nel 2013. “In questo modo le autorità ottengono fondi dai governi e dalle organizzazioni internazionali, fondi che non arrivano mai alle vittime. Noi comunque non contiamo sui governi stranieri, spesso indifferenti, quando non addirittura complici delle autorità mauritane, ma sulla società civile, sui giornalisti, sugli umanisti di tutto il mondo”.

Mariem si augura che il cambiamento arrivi presto perché “sempre più persone sono esasperate. Si rendono conto che il problema non è solo il reato di schiavitù, ma l’assenza di diritti, il razzismo, lo sfruttamento. Già ora le tensioni tra mori e non mori sono molto forti. Il governo vorrebbe far sparire l’Ira, ma non capisce che il nostro non è solo un movimento: è una riflessione, un pensiero, una verità, e le persone ormai lo sanno”.

Il 12 novembre Amnesty international organizza a Bruxelles un incontro con il cofondatore dell’Ira Hamady Lehbouss. In Italia è attiva dal 2011 una sezione dell’Ira, fondata da Yacoub Diarra e Ivana Dama, che pubblica aggiornamenti sulle iniziative a sostegno del movimento.

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