06 agosto 2015 17:10

Non è più solo Toronto a far concorrenza alla veneziana Mostra internazionale d’arte cinematografica, cioè alla manifestazione culturale italiana più nota nel mondo.

Ora c’è anche Locarno, lanciatissimo nell’accapararsi in esclusiva o in anticipo su Venezia film statunitensi di richiamo (oltre che un sempre maggior numero di film in esclusiva dal cinema d’autore più avanzato). Ecco allora il nuovo film di Jonathan Demme con Meryl Streep, di prossima uscita nelle sale italiane, Ricki and the flash che ha aperto ieri sera il festival in piazza Grande, dopo il premio all’attore Edward Norton, e che andrà poi a Venezia.

Carisma d’altri tempi

Si può dire in effetti che il cinema americano domini il festival, quantomeno in termini di nomi di richiamo: dagli attori Edward Norton e Andy Garcia, passando per una figura ormai quasi storica come il regista Michael Cimino – autore di opere come Il Cacciatore (1978), indimenticabile capolavoro sui reduci dal Vietnam con Robert De Niro, ma anche di disastri commerciali come I cancelli del cielo, del 1985, che provocò il fallimento della United Artists – arrivando alla presenza in giuria di Jerry Schatzberg, autore di film mitici degli anni settanta come Lo spaventasseri (1973, con Al Pacino e Gene Hackman), fino appunto al citato film di Demme.

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Il quale non mantiene le promesse. Ricki and the flash (Dove eravamo rimasti è il titolo italiano) non riesce a essere una parabola realmente forte sull’eterna illusione dello spettacolo, musicale, come in questo caso, o attoriale (cinema e teatro).

Il ritratto di donna che ci offre Meryl Streep – che dopo aver inseguito il sogno di rockstar torna a casa dai suoi cercando un confuso perdono – è un film triste nonostante la tanta musica rock (dai Rolling Stones a Miles Davis, passando per Bruce Springsteen e tanti altri).

Triste non nel senso di una malinconia che induca a una riflessione di qualche profondità sulla condizione umana, ma nel senso che il film di Demme veicola qualcosa di ovvio, di rassicurante.

Qualcosa del riflusso reazionario degli anni ottanta che negli Stati Uniti coincise con il periodo terribile della regressione edonistica reaganiana. Demme, prima di esplodere commercialmente con Il silenzio degli innocenti (1991), negli anni ottanta (ma anche settanta) realizzava film di tutt’altro genere: basti pensare a Qualcosa di travolgente (1986) con una indimenticabile Melanie Griffith. Film rock realmente trasgressivo e Jonathan Demme è del resto autore di splendidi documentari rock che consigliamo di recuperare.

Questa sua digressione umanistica, che si apre con il pur bello Philadelphia (1993) e si consolida con Rachel sta per sposarsi (2008), sfocia adesso in un film senza grande tensione interna. Alla fine le parti davvero belle, in termini di regia, atmosfere, interpretazioni, sono quelle musicali, spesso con splendidi movimenti di macchina che danno quella vita, quella ariosità che manca al resto del film. Questo contrasto probabilmente è voluto, però non è controbilanciato da qualcosa di altrettanto forte, malgrado una Meryl Streep con vero carisma di cantante rock. Un carisma d’altri tempi.

La vera sfida di Locarno punta su quel cinema che all’estero conta e che invece in Italia è ancora ai margini

Ma tra i tanti ospiti troviamo anche altri grandi nomi storici del cinema d’autore. Come Chantal Akerman, una delle registe più interessanti della cinematografia francese e autrice anni fa di uno splendido documentario tra Stati Uniti e Messico, De l’autre côté (2003) alla ricerca della sua collaboratrice domestica scomparsa nel nulla e che qui a Locarno non presenta un nuovo film di fiction ma proprio un documentario – No home movie, nel concorso internazionale – sulla figura di sua madre, ebrea polacca fuggita dai progrom.

E poi ancora una delle firme storiche del cinéma nôvo brasiliano, sempre attivo, Júlio Bressane; il polacco Andrzej Zulawski, il cui Possession (1981) incatena ancora la memoria di molti; Barbet Schroeder, l’ex critico dei Cahiers du Cinéma che fu poi autore di numerosi film di successo come Il mistero Von Bulow (1990) e Inserzione pericolosa (1992), e presenta in piazza Grande Amnesia; l’attore tedesco Udo Kier – presidente della giuria del concorso internazionale –, lanciato da Fassbinder e poi recuperato da Gus Van Sant e Lars Von Trier; l’attrice almodovariana Carmen Maura, e i nostrani Marco Bellocchio e Mario Martone.

Tra i giovani registi italiani troviamo Andrea Segre, con il documentario I sogni del lago salato (Cineasti del presente) sulla penetrazione delle multinazionali dell’energia nel Kazakistan.

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Pietro Marcello, che presenta in anteprima mondiale il suo nuovo lungo Bella e perduta, sempre meno documentario, sia rispetto a La bocca del lupo (2010), primo film italiano a trionfare a Torino in 28 anni, sia rispetto al precedente Il passaggio della linea (2007, a suo tempo commercializzato in dvd da Internazionale) e sempre più fiction che lavora sulle apparenze del documentario, ibridando i linguaggi fino a creare un organismo nuovo.

Ma la vera sfida di Locarno punta più che mai su quel cinema che all’estero conta ma che in Italia, chiusi nella nostra mortifera autarchia, è invece ancora ai margini, malgrado il nuovo dinamismo dei distributori.

Chi conosce Hong Sangsoo, Ben Rivers, Claire Simon? Di loro, come di altri registi poco noti da noi, senza contare gli esordi (o quasi esordienti) molto promettenti, cercheremo di occuparci nelle note dei prossimi giorni.