Nessuno è lineare in questo film dalla fotografia limpida come una giornata di bel tempo dall’aria tersa, che sia invernale, autunnale o estiva, le tre stagioni lungo cui scorre il racconto. Forse perché la limpidezza è quella della luce naturale e degli stessi paesaggi, l’inverso del mondo ordinato, pulito, liscio della società moderna e consumistica come quella sudcoreana qui raccontata.

Ma è anche quella statunitense o italiana, perché il film è universale ed è questa la ragione della sua oscillazione tra la concretezza e l’astrazione.

Concretezza del mondo di oggi, della sua dimensione sociale, e astrazione dello spirito, che anela a qualcos’altro, forse a un’unione spirituale globale – forte quanto inconsapevole e caotica – degli esseri umani al di là di ogni pesantezza corporea. Una sorta di globalizzazione economica rovesciata in una globalizzazione spirituale. Grazie a fili invisibili.

Fuori sincrono
Burning – L’amore brucia del grande regista e scrittore sudcoreano Lee Chang-dong, libero adattamento del racconto Granai incendiati dello scrittore giapponese Haruki Murakami, è in uscita nelle sale italiane grazie a Tucker film che aveva già portato in Italia il suo lavoro precedente, Poetry, premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura nel 2012, proprio come Burning è stato presentato in concorso a Cannes nel 2018, dove non ha ricevuto premi.

Non deve stupire, perché è frequente che ottimi o grandi film pur essendo stati selezionati da festival anche importanti non abbiano ricevuto i premi che meritavano. Però, la critica internazionale, nel suo complesso, ha compensato la mancanza. Ottimi esempi, per restare a Cannes e a tempi recenti, sono Acquarius del brasiliano Kleber Mendonça Filho, Elle di Paul Verhoeven e Vi presento Toni Erdmann della regista tedesca Maren Ade, tre titoli presentati in concorso nel 2016 ma privati di qualsiasi riconoscimento.

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Burning è un film dove la camera si muove leggera, anzi leggiadra, curiosa ed elegante, nell’esplorare ambienti cittadini diversificati e paesaggi naturali. Sul piano formale, nel movimento come nelle inquadrature fisse, il film è sempre aereo, vola verso l’alto, come privato di ogni pesantezza. Una camera sempre viva come la vita vera nel coglierne gli attimi, che riprende per esempio in orizzontale, quasi sezionando il soggetto filmato, o da un altro marciapiede, o ancora dai vetri di un autobus di passaggio. Lo dimostra la sequenza iniziale, dove segue di spalle un ragazzo che cammina velocemente tra la folla di Seoul e di cui evidenzia subito una cura non eccessiva nell’abbigliamento, il suo essere fuori sincrono rispetto al resto. Esteticamente e non solo.

Jongsu – questo il suo nome – viene in realtà dalla campagna. È tutta lì la sua problematica, ma anche la sua peculiarità, la sua forza. Ma quale direzione dare a questa forza, che forse è una grande e confusa rabbia, non lo sa. Figlio di un fattore finito in carcere, aspirante scrittore, nato in una campagna dove in lontananza si vedono le montagne della Corea del Nord, ben presto si lega a una ragazza del suo villaggio, Haemi, che vive di lavoretti. Jongsu non sembra rinnegare o rimuovere la sua origine campagnola. Lettore e ammiratore di William Faulkner, riesce a incuriosire con le sue letture Ben, un bel ragazzo ricco dei quartieri alti di Seoul.

Una rabbia senza sbocchi
Senza facili schematismi, il regista riesce a imbastire su queste tre tipologie di giovani di oggi un discorso sulle classi sociali, oltre a costruire un raffinato studio di caratteri psicologici attraverso i comportamenti. Viviseziona, senza quasi che ce se ne accorga grazie al tono dato al film, la divisione di classe e le disuguaglianze economiche, questione sentita in maniera particolarmente forte come testimonia – per restare in ambito cinematografico – anche Parasite, l’eccellente satira sociale firmata da un regista di genere come Bong Jong-hoo, vincitore della Palma d’oro quest’anno a Cannes e di prossima uscita con Academy Two. E viviseziona, infine, il ruolo della donna in quel paese.

Il numero crescente di sperequazioni sociali, situazioni conflittuali, di squilibri mentali e di suicidi dovuti alla crisi economica, porta a una situazione incendiaria che si riflette fin dal titolo, ma che trova corrispondenze lontane anche nell’opera di Faulkner, in particolare con il suo Barn Burning. Corrispondenze invisibili, sottili, ma forti e persistenti, volute dallo stesso Lee Chang-dong. Un furore che ritroviamo in un altro tempo e in un altro luogo, appunto la Corea del Sud contemporanea. Una rabbia che cova e alla quale non si forniscono sbocchi, una rabbia incendiaria, anzi autoincendiaria. Un latente desiderio autodistruttivo globale qui fotografato mediante una forma filmica assieme concreta e metafisica. Non è strano allora che il racconto di Murakami sia trasposto dal Giappone alla Corea, o che i personaggi siano ringiovaniti.

Se i toni sono delicati e lirici la radiografia sociale offerta dal regista è dura, implacabile, spietata

Il regista non giudica, ma osserva lasciando a noi il compito di formulare giudizi. In questo giallo, o film sul giallo della vita o sull’arte come giallo, cioè su come arte e vita siano due misteri che si rispecchiano l’uno nell’altro, il film deve la sua grandezza alle continue quanto appassionanti ambiguità di tutti e tre i personaggi e delle situazioni che li coinvolgono. Tutti hanno qualcosa di brutto, ma al contempo tutti hanno qualcosa di bello. Vero anche per Ben, annoiato, narcisistico e cinico giovane ricco, ma che, spiato da Jongsu, si rivela dedito a misteriose, segrete e inaspettate contemplazioni della natura.

In chi invece sembra più puro, come Haemi, affiorano verità inquietanti. Al tempo stesso è forse più di tutti in lei che risiede una profondità interiore. La sua esplosione del desiderio di vita – dall’apparenza gioiosa – si esprime in una grande leggerezza. Una leggerezza dello spirito, anzi possiamo dire che ne è quasi l’incarnazione, la sofferente sacerdote di un ipotetico culto. Il vero sapere forse è il suo, è lei che lo detiene, eppure la sofferenza, l’assenza di speranza, paiono enormi. Ma vuole andare “dove finisce il mondo”, come dice a un certo punto. Un desiderio di oblio, o dissolvimento.

In definitiva, il mistero di una clamorosa scomparsa è forte quanto il sentimento amoroso di Jongsu verso Haemi o della gelosia di entrambi i personaggi maschili nei confronti del personaggio femminile. O, ancora, del sentimento di attrazione larvato, sommesso, tra i due giovani uomini. Normale che si abbia il desiderio di uccidere – l’incendio è da intendersi in senso lato – il proprio doppio, per rimuovere quel che è nascosto. Tutto è nascosto, tutto è mistero. Compreso un gatto che compare e scompare a sua volta, invisibile e visibile. Lo sguardo del regista su questa doppiezza, su questa ambivalenza o ambiguità strutturale resta però sempre molto umano. Ci si affeziona, forse addirittura ci si lega, un po’ a tutti e tre i personaggi.

Sono soli, terribilmente soli, tutti e tre. I genitori si vedono appena, in brevi sequenze, nel caso di Jongsu e Haemi, mai nel caso di Ben. Se i toni sono delicati e lirici la radiografia sociale offerta dal regista è dura, implacabile, spietata. Resta il mistero più grande, quello di una ragazza. E il suo ballo di elevazione a torso nudo nel tramonto in mezzo alla natura. Sequenza centrale da un punto di vista poetico, quella che riassume la forma del film incarnata nell’importanza della donna, che non sembra esistere e non può che dissolversi nel vento, in quanto soggetto realmente autonomo in un mondo dominato da visioni e ossessive opposizioni tutte maschili.

Rimane forse l’unica certezza in questo capolavoro sull’inconoscibilità del mondo contemporaneo, sul fatto che più lo si indaga e più sfugge. Il vero tema di Burning, dove gli uomini incendiano e le donne volano via piangenti nel vento.

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