Bong Joon-ho con la Palma d’oro per il film Parasite, Cannes, il 25 maggio 2019. (Stephane Mahe, Reuters/Contrasto)

Cannes ha lasciato senza premio alcuni capolavori

Bong Joon-ho con la Palma d’oro per il film Parasite, Cannes, il 25 maggio 2019. (Stephane Mahe, Reuters/Contrasto)
30 maggio 2019 13:41

Il palmarès di questa 72ª edizione del festival di Cannes nel complesso è molto buono, anche se la nostra Palma d’oro era un’altra e troviamo esagerato che il premio più importane sia stato assegnato a Parasite di Bong Joon-ho. Tuttavia il film premiato – per la seconda volta di seguito si tratta di un lavoro dell’estremo oriente, dopo Un affare di famiglia del giapponese Kore-eda Hirokazu, vincitore dell’anno scorso – è indubbiamente meritevole come già avevamo scritto. Il premio al regista sudcoreano dovrebbe comunque permettere di far scoprire finalmente a un più vasto pubblico un regista originale, inventivo, dallo spirito un po’ anarchico. E che al festival ha presentato una splendida commedia dal meccanismo perfetto come un orologio, che serve così al suo meglio una satira sulla distanza tra le classi sociali nel suo paese, e valida anche per i paesi occidentali, visto il continuo divario economico che si apre tra i ceti.

Tuttavia vi erano film più radicali, profondi e inattesi nel concorso che ha sorpreso per la sua qualità complessiva, come tutta la selezione generale. Quasi nessun capolavoro – ma questi sono sempre più rari – in compenso moltissimi buoni o grandi film, alcuni di questi perfino vicini al capolavoro, anche se nella loro maggioranza non sono dovuti agli autori più noti e di lungo corso.


Speriamo che i film premiati, nella loro maggioranza, trovino un distributore italiano. Ci sono in questo palmarès delle belle sorprese e in qualche caso perfino degli ufo, cioè delle opere che ci hanno suscitato piena meraviglia, degli oggetti cinematografici quasi non identificabili, fuori da tutti gli schemi. Fatto salvo un titolo francese a cui avremmo dato la Palma d’oro, di cui parliamo più avanti, e l’assenza di un titolo italiano come Il traditore di Marco Bellocchio, le opere premiate, tranne una, sono quelle buone, anche se il più delle volte a nostro giudizio collocate nella posizione sbagliata.

Freschezza anarchica e iconoclasta
Un capolavoro è il film brasiliano Bacurau di Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles. In Italia era stato distribuito il precedente e splendido lungometraggio del solo Mendonça Filho, Aquarius, che vedeva al suo centro, proprio come in Bacurau, Sonia Braga, la stella del cinéma nôvo brasiliano degli anni sessanta, ancora magnetica e ieratica. Rimandiamo alla lunga critica che avevamo scritto, ma ribadiamo qui la freschezza anarchica e iconoclasta di questo film divertente e grave, profondo e leggero, apocalittico e di speranza, postmoderno e arcaico, di resistenza rivoluzionaria che rovescia sempre le situazioni quando sembrano prendere una strada sbagliata, che ibrida con molta originalità, che incanta e indigna. A lui avremmo dato il Gran premio della giuria mentre avremmo consegnato il Premio della giuria all’esordio alla regia, pur molto forte, dell’attrice franco-senegalese Mati Diop con Atlantique, altro film che abbiamo recensito con vero entusiasmo.

Ma la giuria ha deciso diversamente assegnando il Premio della giuria a Bacurau ex aequo con Les misérables opera prima molto ben riuscita – e di cui abbiamo scritto positivamente – ma non geniale del regista francese di origini maliane Ladj Ly. Due film comunque, Bacurau e Atlantique, che fanno vibrare corde profonde. Di Bacurau permangono la luce, gli spazi e l’intensità della comunità meticcia del sertão, di Atlantique il vento, la brezza, le luci che illuminano gli anfratti dove trovano riparo gli ultimi della periferia di Dakar.


Entrambi centrano, trattando le rispettive tematiche da angolazioni non evidenti, due questioni tra le più importanti nelle quali ci dibattiamo, come la fascistizzazione delle democrazie – non abbattute come nel passato, ma sempre più spesso ridotte a involucri vuoti – come insegna il caso del Brasile con l’elezione di Bolsonaro, e l’esodo continuo e tragico dei più poveri e dei più disperati dei paesi in via di sviluppo, una tragedia che investe non solo chi parte ma anche chi resta. Anche per come resta in patria. Magari circondato, quasi infestato, visto lo stile del film, da queste terribili assenze.

Premiazioni non necessarie
Francamente, non c’era nessun bisogno di dare un ennesimo premio a Pedro Almodóvar – anche perché il suo Dolor y gloria è bello soprattutto nella seconda parte e non raggiunge vette di grande profondità – premiando come miglior attore protagonista Antonio Banderas, per quanto sia simpatico quest’ultimo; e non c’era nemmeno bisogno di premiare i fratelli Dardenne per la miglior regia per Le jeune Ahmed, dove i due fratelli abbandonano le consuete tematiche sociali imperniate sul lavoro, e riescono nell’exploit di umanizzare la figura del (possibile) futuro terrorista mediante il ritratto di un grazioso adolescente di origini magrebine che cade nella ragnatela manipolatrice di un imam fondamentalista. Il risultato è tuttavia po’ scontato, un po’ noioso a tratti malgrado la sua brevità (85 minuti), un po’ retorico, un po’ deresponsabilizzante, infine, sulle politiche sia interne sia esterne dei governi del mondo ricco, anche se non mancano diversi momenti di vera finezza nella costruzione delle situazioni, delle psicologie – a cominciare da Ahmed – e nelle dinamiche relazionali tra i vari personaggi. Ammirevole il finale.

Forse questi premi sono però espressione della ricerca di un equilibrio tra le vecchie glorie di Cannes e i nuovi nomi, sintomo di un festival che sta cercando di rinnovarsi pur non perdendo il legame con la sua tradizione, un’esigenza che la giuria sembra aver voluto raccogliere nel proprio verdetto. Il premio alla francese di origini italiane Céline Sciamma (autrice in passato di bei film come Tomboy e Diamante nero) per l’insulso Il ritratto della ragazza a fuoco, con Valeria Golino tra le interpreti, è una storia di pseudo passioni al femminile nella Francia del 1770 e d’interrogazioni scolastiche sull’arte degne del primo anno di studi alle belle arti. Inatteso il premio per la miglior interpretazione femminile all’inglese Emily Beecham, protagonista di Little Joe, il nuovo film della regista austriaca Jessica Hausner (già autrice dell’ottimo Lourdes), strana ibridazione tra thriller e fantascienza distopica.


Un gioiello del surrealismo alla Jacques Tati invece il film del palestinese Elia Suleiman It must be heaven penultimo titolo del concorso molto applaudito al momento della sua proiezione al pubblico. La menzione speciale della giuria è importante ma certo suona un po’ un contentino a un autore che, da tempo, meritava un riconoscimento forte.

La Palma d’oro mancata
Non ci dilungheremo qui ma c’è almeno un capolavoro assoluto arrivato quasi a fine concorso, che meritava la Palma – quasi ex aequo con il brasiliano Bacurau –, e probabilmente il nostro film preferito non solo del concorso ma dell’intero festival. Si chiama Mektoub, my love – Intermezzo, del regista francese di origini tunisine Abdellatif Kechiche, seguito di quella che dovrebbe essere una trilogia aperta da Mektoub, my love – Canto uno, presentato in concorso a Venezia nel 2017 e distribuito poi in Italia anche se, purtroppo, a quel primo capitolo è mancata la visibilità che avrebbe meritato questo capolavoro.

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Nel complesso il festival ha espresso una notevole selezione in tutte le sezioni, come detto in apertura, riconosciuta da gran parte della critica internazionale, anche la più severa. La sezione Un certain regard, che da sola comprendeva tra gli altri ben nove film d’esordio, ha offerto la sua selezione migliore da anni, come attestano anche i premi al film del brasiliano Karim Aïnouz, A Vida invisível de Eurídice Gusmão, originale e potente storia di sorelle in conflitto con un ambiente reazionario; a Chiara Mastroianni per la sua interpretazione in Chambre 212 di Christophe Honoré; al giovane regista russo Kantemir Balagov, premiato come miglior regista per Beanpole, ambientato in una San Pietroburgo alla fine della seconda guerra mondiale, ritratto coraggioso e profondo di un’amicizia dalla connotazione ambigua – compresa quella sessuale – tra due donne. Forse non raggiunge l’intensità del suo apprezzatissimo film d’esordio (Tesnota, presentato sempre nel 2017 a Cannes), poiché c’è qualcosa di freddo, anzi più esattamente di algido; tuttavia il film resta impressionante per la sua costruzione narrativa e visiva oltre che per le interpretazioni; il premio della giuria è andato allo straordinario Liberté dello spagnolo Albert Serra, uno degli autori più raffinati e insieme provocatori della nuova leva di registi usciti negli ultimi dieci-quindici anni. Forse a tratti un po’ superficiale sulla questione del libertinaggio, ma al contempo piena di finezze e scelte geniali, questa filiazione del marchese De Sade è ambientata di notte in un bosco dove dei nobili del regno di Luigi XIV, sia uomini sia donne, si dedicano ai piaceri più turpi insieme ai loro valletti; menzione speciale della giuria a Jeanne di Bruno Dumont, uno dei più interessanti registi francesi, di recente tornato a essere distribuito in Italia.

Indipendenza a tutti i livelli
Molti altri, però, erano i film interessanti della sezione. Tra questi spicca certamente La famosa invasione degli orsi in Sicilia da Dino Buzzati. Costato almeno cinque anni di lavoro, il film, molto apprezzato da gran parte della critica internazionale e al quale ha partecipato alla stesura dello script Thomas Bidegain – lo sceneggiatore di Jacques Audiard –, è una fiaba coloratissima, d’altri tempi nello spirito quanto moderna nelle modalità, che fa divenire visionario e pittorico quasi fino all’estremo l’inquieto immaginario infantile. In Italia sarà distribuito dalla Bim.


Il festival ha dimostrato di essere indipendente a tutti i livelli. Nella scelta di molti film politicamente scomodi o politicamente scorretti; e di esserlo, indipendente, da aziende come Netflix, dimostrando che il cinema produce opere eccellenti, e spesso anche più coraggiose, senza le grandi multinazionali. La nuova Quinzaine des réalisateurs, storicamente fucina di scoperte di nuovi talenti di prim’ordine, diretta per la prima volta da un giovane italiano, Paolo Moretti – la cui qualità della selezione è stata riconosciuta dalla severa stampa francese pur ospitando un film Netflix (Wounds di Babak Anvari, la sola eccezione al festival) – ha offerto opere sorprendenti e talvolta radicali come Ang Hupa, opera fiume del grande regista filippino Lav Diaz (vincitore nel 2016 del Leone d’oro a Venezia con The woman who left), sorta di distopia ambientata nel 2034 dove il suo paese e tutta l’Asia del sudest sono sconvolti da cataclismi climatici e dove il sole non sorge più; o come On va tout péter del regista statunitense di origini polacche, ma residente in Francia, Lech Kowalski. Un film generoso e politicamente scorretto che segue le tribolazioni della protesta degli operai dell’azienda produttrice di componenti automobilistici GM&S, minacciata di chiusura. Kowalski, che è stato anche arrestato e rilasciato durante le riprese, ha portato con sé sul palco della Quinzaine una delegazione degli operai, a lungo applauditi, che con simpatia e ironia hanno fatto percepire con nettezza la drammaticità della situazione e di come non venga lasciato loro nessun diritto reale di scelta, e quindi un qualsiasi futuro, nell’attuale situazione di economia globalizzata.

Espressione ulteriore di un festival politico di cui l’emblema perfetto in questa edizione è stata l’onnipresenza dello zombie in quasi tutte le sezioni – nella Quinzaine, Zombie child del francese Bertrand Bonello – usato provocatoriamente come metafora poetica e politica insieme. Forse il presagio di un futuro globale. Ben viva invece – come mai prima d’ora – la presenza delle registe che nel complesso hanno fornito delle opere importanti, a volte sorprendenti.

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