01 marzo 2017 17:14

Commedia intima e anarchica, interiorizzata e farsesca, sottile e divertente, che parla a tutti e parla dello stato del mondo, afflitto da un liberismo truculento e insensato. Insomma Vi presento Toni Erdmann della tedesca Maren Ade, autrice in gran crescita, è un capolavoro. Un’opera che cresce nella testa e nel cuore con il passare del tempo. Sono passati nove mesi dalla sua presentazione in concorso a Cannes, dove ha entusiasmato molta critica.

Un capolavoro per l’angolazione e le modalità scelte per parlare dell’intimo e del collettivo, del micro e del macro, in maniera forte, precisa, profonda e soprattutto inattesa. Elementi che si tengono in un equilibrio perfetto e delicato. Molti film selezionati in concorso a Cannes partivano dall’intimo per parlare dello stato del mondo: per esempio, È solo la fine del mondo di Xavier Dolan, Io, Daniel Blake di Ken Loach, il magnifico Aquarius del brasiliano Kleber Mendonça Filho.


In particolare gli ultimi due affrontano il predominio liberista sul mondo e rivelano, in qualche modo, un desiderio di sovvertirlo con lo sberleffo. Il film di Loach lancia un gesto anarchico divertito quanto disperato. Essendo però anche un’opera sulla filiazione intesa in senso ampio, al di là delle appartenenze familiari o etniche, il gesto di Daniel Blake, in un percorso lineare, si proietta nel futuro. Maren Ade, regista tedesca classe 1976, al suo terzo lungometraggio, sceglie invece uno schema che fa fuori tutti gli schemi: un personaggio anarchico che, più o meno consciamente, sovverte un mondo fasullo. Fa quindi scoppiare la bolla in cui vivono le classi dirigenti che si credono cosmopolite (finanzieri, petrolieri, tecnocrati, politici) ma che del mondo non capiscono più nulla.

Ispido e imprevedibile
Una bolla destinata a svanire e che finché non è svanita depaupera l’identità di un paese al pari della sua ricchezza. In questo mondo falso dove si equivalgono la creazione di false necessità o di false realtà (come orribili centri commerciali deserti “perché la gente non ha i soldi per andarci”), che provocano soltanto vuoto esistenziale e disoccupazione, per sovvertire e mandare tutto all’aria basta allora un granello di sabbia qualsiasi immesso con esasperante costanza da un folletto dispettoso che nasconde però una saggezza da grillo parlante. Ripartire quindi dall’umano per parlare della sottrazione dell’umano da parte di un liberismo che uccide la profondità, l’empatia tra le persone. La regista tedesca per rimettere al centro l’umano non sceglie un personaggio d’intensa umanità, non sceglie una coerenza prevedibile, ma mette al centro del suo film un personaggio divertente ma anche indigesto, ispido e imprevedibile, tenero e incontenibile che gradualmente rompe, manda in pezzi quel mondo chic spaventosamente prevedibile e ripetibile.

Nel breve preambolo in Germania, Ines è subito a disagio con suo padre Winfried (notevoli i due interpreti Sandra Hüller e Peter Simonischek). Quando quest’ultimo, professore di musica in pensione, gli promette una visita a sorpresa in Romania, dove Ines lavora per una multinazionale petrolifera, lei a malapena ci fa caso. Ma poi Winfried arriva davvero a Bucarest: alto, grosso, con la barba sfatta, entra nell’elegante edificio dove lavora Ines, si accoda a lei e ai membri del consiglio di amministrazione per farsi notare e far sapere che è arrivato, senza tuttavia rivelare la sua identità. Ma lei sa che il padre eternamente immaturo, il padre degli eterni scherzi, dei “cuscini che scoreggiano”, come Ines gli rimprovera, è là, incombente. Anche in senso fisico. La fisicità del personaggio del padre è molto importante rispetto alla figura minuta di Ines. È il pendant materico, carnale, della realtà più fisica, a quel mondo volgarmente stilizzato, algido, vacuo. Se l’umano deve tornare che sia uno zoticone. Bonario nel fondo. Ma implacabile e che non riuscirà mai a fare a meno di mandare all’aria gradualmente il mondo ordinato quanto fragile della figlia. Un’ossessione per l’ordine tutta tedesca.

L’intero film è permeato da una critica della società tedesca e della Germania che parte al saccheggio di una Romania svuotata, un po’ come l’aveva rappresentata Cristian Mungiu in 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (2007). Durante una sequenza in un night, dopo che gli ospiti di Ines sono andati via, Winfried le chiede cosa sia l’outsourcing. Dandogli la spiegazione tecnica la figlia ne fornisce anche la reale utilità: appaltando a un’azienda esterna alcuni servizi si riesce a svicolare sulle reali responsabilità delle centinaia di licenziamenti che verranno. Il capitalismo come intrallazzo e inganno continuo. Una postura del giusto che cela l’impostura. Se il film è una disamina perfetta di rapporti irrisolti tra padre e figlia e più in generale dei rapporti affettivi, la dimensione intima di Ti presento Toni Erdmann è inscindibile da quella sociale e collettiva.

Un folletto incapace di mentire
Tutto pare perfetto in quella bolla, ma ci vuole poco per scuoterla. Non vogliamo rivelare troppo, ma a un certo momento Winfried dice a Ines: “Non lo so neanch’io se stai bene come dici sempre”. E lei risponde: “Anche se volessi buttarmi dalla finestra né te né la tua grattugia riuscireste a fermarmi”, riferendosi a un regalo ricevuto da Winfried. Sei sola perché hai rinunciato all’umano e quindi a te stessa. Per ritrovarsi il padre le offre proprio l’arma con cui sta dando l’assalto al suo mondo, un umorismo anarchico che pian piano Ines assorbe suo malgrado. In fondo Ines non ha mai accettato suo padre: un folletto nell’ingranaggio della perfezione, nell’ossessione tedesca per l’efficienza perfetta, qui speculare a quella dell’ideologia del libero mercato o presunto tale.

Un folletto che contamina tutto e che egli stesso non riesce ad arrestare. O ancora uno yeti, un orribile (per finta) uomo delle nevi sperduto nella foresta di un mondo ormai incomprensibile, come nella scena del parco pubblico dove il padre arriva mascherato da kukeri, maschera bulgara di gigantesco cane peloso senza occhi e bocca. Attenzione antropologica dell’autrice, ma lo spettatore potrà vederci il personaggio che preferisce, certamente un misto di tenerezza e repellenza, proprio come talvolta è raccontato l’uomo delle nevi. In ogni caso, la postura dello sberleffo o del personaggio inventato (il Toni Erdmann del titolo) sono qui i paradigmi rovesciati di un mondo che fa della postura dell’impostura la sua essenza. Gradualmente quasi tutti, ma soprattutto la figlia dello yeti-cane, vengono trascinati in un vicendevole assorbimento di un meccanismo di autodeflagrazione della bolla della prevedibilità e dell’inumanità che racchiude e preserva. A lei il finale in Germania lascia però la consapevolezza dell’eredità dell’insegnamento paterno.

Vi presento Toni Erdmann ha una regia aerea e naturalistica che sembra pensata per trafiggere simbolicamente tutte le bolle

Vi presento Toni Erdmann ha una regia aerea e naturalistica, con molti piani sequenza, che sembra voler trafiggere simbolicamente tutte le bolle, ed è strutturato per passare da un climax all’altro: la sede della società, l’istituto di piscina-massaggio, il ristorante, il night eccetera. La Romania, cioè il mondo vero che politici, tecnocrati e banchieri non sanno più vedere, appare per spiragli via via sempre più forti da quella bolla ovattata e perduta. La sua prima apparizione è un’inquadratura singola ma di grande bellezza, quando Ines guarda dall’alto del proprio palazzo il mondo esterno in basso: un muro di latta divide il suo mondo da una bella ma povera casa popolare rosa che sembra uscita da una favela brasiliana.

È rifiutata una divisione netta tra la Germania, dove il film si apre e si chiude, e la Romania. I due mondi sono continui: il verde scuro, intenso, dei giardini delle abitazioni tedesche lo ritroviamo in quasi tutti gli interni chic artificiali romeni. Lo scarto diviene più evidente quando la Romania vera riesce a fare breccia nella falsa bolla tedesca. La scena finale in Germania non è altro che la rappresentazione delle vestigia di un mondo che se ne va. In quello che resta avremo forse una coscienza nuova ma, senza più la saggia follia infantile dell’insegnamento paterno, anche la consapevolezza della solitudine nel perseguire scelte (realmente) adulte.