13 gennaio 2022 11:28

Arriva in sala un grande film d’amore tra un padre, figli e nipoti, ma secondo logiche del tutto inconsuete. Si tratta del nuovo lungometraggio di François Ozon, È andato tutto bene (Tout s’est bien passé), magnificamente scritto e diretto e con un’interpretazione unica, quella di André Dussollier. L’opera ha il grande merito di trasmettere allo spettatore un forte senso di positività e di amore per la vita. E questo può sembrare strano se si pensa che Ozon, adattando il romanzo dal sapore autobiografico di Emmanuèle Bernheim, realizza al contempo un intenso film psicologico e di chiara denuncia sociale sul diritto di darsi la propria morte.

Indubbiamente È andato tutto bene, oltre a essere stato una delle sorprese del ricco concorso dell’ultimo festival di Cannes, è anche uno dei migliori lungometraggi dell’autore, da avvicinare a quella parte della sua produzione quantitativamente minore centrata su un registro tematico-narrativo più grave, come nel caso dei titoli Sotto la sabbia (2000), Frantz (2016) e Grazie a Dio (2019). Con quest’ultimo in particolare, il film condivide la compiuta e raffinata unione tra descrizione delle dinamiche e delle interazioni psicologiche delle vittime di pedofilia da parte della chiesa e la denuncia politico-sociale di quanto accaduto, quindi l’unione dell’intimo con la dimensione collettiva e sociale.

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Stavolta la storia è quella di una donna, Emmanuèle (Sophie Marceau), figlia di un uomo burbero e spesso intrattabile, omosessuale, André Bernheim (interpretato dall’eccellente André Dussollier, già nel capolavoro di Alain Resnais Les herbes folles, del 2009), che a 85 anni viene ricoverato per un ictus. Insieme all’altra sorella Pascale (Géraldine Pailhas), Emmanuèle dovrà conciliare il forte amore filiale, tanto più pesante per lei che in qualche modo è la prediletta del padre, e la fatica abnorme di star dietro a un uomo dal carattere impossibile che si trova praticamente immobilizzato.

Anche perché ben presto il padre, stremato da quella situazione in sedia a rotelle, le chiederà di aiutarlo a farla finita. E non sarà di aiuto la madre Claude (Charlotte Rampling), anche lei con problemi di salute e gelidamente chiusa in un silenzio pressoché totale. Il peso sulle spalle di Emmanuèle è enorme, e quando si affaccia la possibilità di un ricovero in Svizzera, tramite un’associazione che sembra seria, ci vorranno mesi per riuscirci e tutto dovrà esser fatto in gran segreto per evitare problemi con la giustizia francese.

Se riveliamo alcuni aspetti della parte iniziale della trama è anche perché l’interesse del film, la sua notevole forza, sta nella sottigliezza della regia e della sceneggiatura, oltre che nella grande bravura degli interpreti, primi tra tutti Dussollier e la davvero splendida Sophie Marceau, che trasmette al film una presenza luminosa nonostante la gravità della situazione in scena. Va detto che Marceau, da molti di noi ricordata per teen-movie come Il tempo delle mele o per la sua partecipazione a grandi produzioni hollywoodiane come Braveheart di Mel Gibson, ha lavorato con grandi registi come Maurice Pialat e Andrzej Żuławski.

Nel film la morte è una sorta di resurrezione. Perché la volontà di vita e la volontà di morte coincidono serenamente

Al contrario dei titoli di Ozon appartenenti alla cosiddetta trilogia del lutto (costituita da Sotto la sabbia del 2000, Il tempo che resta del 2005 e infine da Il rifugio del 2009) qui è tutto rovesciato: per il diretto interessato, il lutto risiede nel proseguire la vita a tutti i costi anche quando vorrebbe farla finita, mentre per chi gli sta intorno risiede nella lunga e anticipata elaborazione della morte stessa rispetto all’arrivo di quella effettiva. Per questo, il film provoca nello spettatore un profondo cambiamento nella percezione dei processi canonici del dolore legati alla perdita di un proprio caro. Qui, infatti, la morte è una sorta di resurrezione. Perché la volontà di vita e la volontà di morte coincidono, serenamente.

Un viaggio nel dolore umano
Quest’opera costituisce quindi una notevole interrogazione sulla coscienza intesa nel suo senso più ampio: desiderio di autodeterminazione della propria morte come punto culminante per chi è stato sempre determinato a fare scelte libere e consapevoli nella propria vita, dunque pienamente coscienti; ma anche (presa di) coscienza della negazione più forte della vita che ci sia stata nella storia moderna attraverso la memoria dell’olocausto, perché i Bernheim sono una famiglia di ebrei. In altre parole, la coscienza del dolore che attraversa la storia umana oltre che quella dei singoli; e infine è la coscienza di un essere umano che sta per andarsene e che esprime tutta la sua presenza, tutta la sua Luce – con la L maiuscola perché da intendersi nel suo senso più metafisico – malgrado il suo cattivo carattere, malgrado il lato oscuro della sua personalità.

Perché se è chiaro che “è molto determinato”, come dice la direttrice della clinica svizzera dopo averlo incontrato, e “non si può rifiutare nulla a mio padre”, come dice la figlia Emmanuèle, è altrettanto chiaro il costo umano di questa determinazione.

In questo film complesso sul rapporto padre-figli, le figure femminili sono lo specchio rovesciato di André. Non solo le figlie, ma anche il magnifico personaggio della magistrata svizzera ora in pensione e direttrice della clinica, che esprime una piena coscienza delle cose della vita. La madre, invece, rappresenta un po’ un’eccezione, visto che è in parte invalida e chiusa in una sorta di mutismo rancoroso che sembra svuotarla di energie, della vita. Ma quanto dolore c’è, nel suo vissuto. Con il film che, anche qui, rende cosciente lo spettatore delle tante facce del dolore insite nella condizione umana.

Quest’uomo anziano riesce a essere un equilibrio tra ciò che attrae e ciò che repelle, una sorta di amoroso aguzzino che tiranneggia appunto con amore i propri cari chiedendo loro una devozione dove si toccano i limiti dell’amore umano e della fine della vita. “Mi chiedo se sia amore o perversione”, chiede l’altra sorella a Emmanuèle. “Entrambi”, risponde lei. Certo, intorno c’è l’arte. André è un grande collezionista d’arte, Emmanuèle è scrittrice, la sorella Pascale musicista, il nipotino adorato dal nonno canta e, come si intuisce anche dal film, Emmanuèle (all’epoca dei fatti) è la compagna di Serge Toubiana, ex direttore del mensile Cahiers du Cinéma ed ex direttore della prestigiosa Cinémathèque française. Ma in questa famiglia immersa nell’arte, quindi nel bello, lui riesce a rappresentare l’unione di quel che è bello e quel che è brutto come fossero una cosa sola, due facce inseparabili della realtà del mondo. E forse della sua bellezza.

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Se è una battaglia conquistarsi la propria morte, l’altra faccia è la battaglia di chi resta solo e deve per giunta accompagnare un caratteraccio verso la sua ultima destinazione. Diecimila euro ne è il costo: “Mi chiedo come facciano i poveri”, dice André. “Be’, aspettano di morire”, è la risposta di Emmanuèle. “Poveretti”, commenta con finta commiserazione sgranocchiando con evidente piacere una caramella. Un caratteraccio, e per giunta cinico.

Il diritto di morire
Ozon ci dice con chiarezza che il diritto a una morte dignitosa e scelta liberamente dovrebbe essere garantito dalla società, ma la pellicola non ha nulla a che vedere con i film a tesi o semi-docudrama che hanno imperversato a lungo nelle nostre sale, e in parte imperversano ancora. Rappresentano una tendenza nefasta della distribuzione italiana perché, se sul momento portare in sala prodotti che trattano tematiche di largo interesse può sembrare una strategia vincente, il più delle volte spinge il pubblico a chiedersi il perché debba scomodarsi per andare al cinema e non sia invece meglio attendere di vederli tranquillamente in televisione.

Ecco, qui non è così. L’intensità del film trova la sua miglior espressione nelle straordinarie interpretazioni degli attori e il suo senso pieno nella magia del grande schermo. Possibilmente vedendolo in lingua originale. Perché anche simulando un vecchio afflitto dai postumi di un ictus, Dussollier riesce nel suo tour de force di mantenere intatta la sua notevole e seducente verve caustica.