Grazie a Dio. (Dr)

Grazie a Dio è un film cristiano sulla pedofilia nella chiesa

Grazie a Dio. (Dr)
19 ottobre 2019 10:02

Sorprendono il tono e la struttura di Grazie a Dio, il nuovo film di François Ozon, vincitore dell’Orso d’argento all’ultimo festival di Berlino, dedicato alla ricostruzione delle accuse di pedofilia che hanno portato alla condanna in primo grado del cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, per aver coperto gli abusi sessuali di padre Bernard Preynat.

Collettivo e al contempo intimo, mettendo per la prima volta al centro storie maschili e non femminili, il nuovo lungometraggio di Ozon sovverte lungo la storia le apparenze del processo narrativo, così come le apparenze ingannano dietro la tonaca: quello che pareva il protagonista principale, Alexandre (Melvil Poupaud, vera star del cinema d’autore francese, lanciato da Eric Rohmer), al quale spetta il grande merito di aver lanciato il sasso nello stagno, lascia improvvisamente la scena a un secondo personaggio, Denis, che si potrebbe quasi definire protagonista al pari di Alexandre. Ma anche questo secondo “protagonista” dovrà poi lasciare il posto a un terzo, Emmanuel. Per poi tornare tutti insieme, in un’alchimia collettiva, forte quanto delicata.

François Ozon racconta una scena di Grazie a Dio.


Alexandre è un fervente cattolico praticante, lui come la moglie e i cinque figli, tra cui due maschi che si affacciano all’adolescenza. Il film prende il via nel giugno 2014 con la decisione di Alexandre, lentamente e dolorosamente maturata alla soglia dei quarant’anni, di parlare, di denunciare le continue molestie e violenze commesse da padre Preynat nei suoi confronti per due anni nel periodo in cui fece lo scout, dai nove ai dodici anni.

Non vuole che i suoi figli, o qualsiasi altro ragazzo, subisca qualcosa anche soltanto simile e desidera dunque non solo la condanna del prete, in quel momento oltretutto ancora attivo, o l’allontanamento dalla diocesi e nemmeno bastano le sue dimissioni: ritiene necessario anche il riconoscimento del crimine da parte dell’autorità ecclesiale, l’assunzione di responsabilità da parte dell’istituzione religiosa alla quale tiene fortemente e che vuole contribuire a rigenerare.

È dunque la storia di un fedele che chiede alla chiesa di ricambiare la fedeltà da lei richiesta e dimostrare al mondo intero la sua coerenza su un tema grave, irrinunciabile, per un’istituzione religiosa che intende dettare linee guida morali per tutti e proteggere i deboli del mondo intero, prima di tutto i bambini.

Ozon offre uno sguardo etico ma non un facile moralismo, raccontando i comportamenti, le angosce e i travagli delle vittime

Ed è questa necessità che sembra riconoscere il cardinale Barbarin nell’email di risposta ad Alexandre: “Grazie per la fiducia che ripone in noi. I miei pensieri vanno ai vostri figli e a tutta la sua famiglia. Spero che nessuno di loro abbia da soffrire per le conseguenze di questi atti”. Affinché venga “curato tutto ciò che affligge la chiesa”.

Con molta finezza, trovando sempre il momento e il modo giusto per una forma di leggerezza e delicatezza, senza nulla togliere alla gravità della questione trattata, il regista francese, che firma anche la sceneggiatura, non riduce il film a una dimensione illustrativa o documentaria, anzi la usa per farne un’opera a più livelli permettendogli di porre uno sguardo etico senza che si risolva in facile moralismo.

Nessun santino
Uno sguardo espresso mediante il racconto dei comportamenti e della rabbia, delle angosce, dei travagli delle vittime. E dei loro dubbi, delle loro stesse contraddizioni, perché il film non è un’accozzaglia di santini che si sostituiscono agli altri. Pur mantenendo chiaro chi sia la vittima e chi il carnefice. Pur mantenendo chiaro chi dimostra coraggio e chi pavidità e forse anche arte manipolatoria.

Viaggio nel nero della luce, o meglio, negli anfratti tra luce e oscurità, o tra i chiaroscuri, con un senso dell’atmosfera avvolgente, il racconto dei piccoli portati ogni sabato nel laboratorio fotografico della parrocchia assurge all’anelito, nella sua richiesta accorata e determinata di verità e trasparenza, di ricerca di qualcosa di alto, di riscatto nell’elevazione.

Nondimeno, la ricerca di questa dimensione alta, passa per la prosaicità non solo delle fatiche quotidiane, ma anche dalla determinazione concreta dell’agire. Ben presto Alexandre si accorge che oltre un certo livello la chiesa locale non agisce. Decide allora di scrivere direttamente al papa, ma resta deluso. Così denuncia tutto alla polizia. Quello che ha subìto è ormai caduto in prescrizione ma lui spera che questo scuota l’opinione pubblica, crei dibattito e indignazione, e spinga altri a parlare. Ed è quanto accade. Come in una sorta di catena di sant’Antonio, si inanella la ribellione progressiva allo status quo dall’interno della chiesa stessa, dei suoi fedeli che entrano presto in rotta di collisione con l’altra metà dei fedeli, quelli che preferiscono sempre la tranquillità e il mantenimento delle apparenze.

Il regista non fa una lettura manichea dei personaggi, trattati con rispetto ma senza santificarli

Qui c’è uno dei primi livelli sui quali lavora Ozon, a cui abbiamo già accennato. Il resoconto della ribellione toglie improvvisamente Alexandre dai riflettori, proprio quando lo spettatore si era legato a lui e tendeva a vederlo come protagonista del film. E lo toglie dai riflettori quando è al massimo della determinazione nel perseguire la sua battaglia. Spostando tutto su François, abbiamo un altro personaggio, appartenente a un altro ambito sociale e che esercita tutt’altra professione. Alexandre è bancario in città, François è fattore in campagna. Anche lui deve vincere la sua battaglia interiore per affrontare la questione. E diventa con altri il motore di un’associazione per le vittime di pedofilia che intende promuovere una campagna sui mezzi d’informazione. Quando Alexandre ricompare, ci siamo quasi dimenticati di lui e affezionati a François, ora nuovo deus ex machina dell’intera vicenda. E Alexandre qui si defila, è quasi in ritirata, per motivi vari, tra cui anche quelli legati alle convenienze del lavoro. Pare quasi di vedere un altro personaggio. Oppure un altro film che racconta una versione diversa, tale è il contrasto con la parte iniziale.

Fotografia delle classi sociali
Abbiamo ora un altro livello. Quello della lettura non manichea dei personaggi. Il regista ne ha rispetto ma nemmeno vuole costruire nuovi santini come già detto. Non solo: questo permette di fare una fotografia delle classi sociali. In qualche modo l’educazione, la mentalità dell’alta borghesia, la classe alla quale appartiene Alexandre affiora comunque. Alexandre finisce per pensare alle sue convenienze. Non del tutto, però, perché nel personaggio c’è una sincera lotta interiore e questo gli consentirà di non distaccarsi mai dal resto della comunità.

La quale comprende anche Emmanuel, splendida figura di proletario, quasi un marginale. È il personaggio più sofferto, più indifeso, anche per il tipo di traumi subiti, sia fisici sia psicologici, e su di lui è imperniata la parte finale della narrazione. Film di scontri frontali, dominato dagli attori, alla fine si compie il miracolo. Questa forse la cosa più bella e più alta messa in evidenza dal film. Miracolo è la giusta parola, perché rovescia in una dimensione totalmente umana qualcosa che è paradigmatico del trascendente.

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Le vittime perennemente sofferenti, devastate anche nel tessuto famigliare, danno vita a una forma nuova di comunità, fatta non solo di attivisti, ma interclassista e sostanzialmente paritaria. Il rovescio della comunità ecclesiale-borghese di cui farebbero parte, ma i cui membri dimostrano, più la narrazione va avanti, di non capire mai realmente l’entità del dolore (e non solo padre Preynat, che pur riconosce le sue colpe diversamente da tanti altri). Non nascondono solo la testa sotto la sabbia, come struzzi. Non capiscono e basta. Se si vuole giustizia, serve quella terrena degli uomini, non ultraterrena.

Ozon, il cui cinema ha un’immagine un po’ diabolica, lo vedremmo bene in futuro lavorare sulla mistica, guardando questo film laicamente ma fortemente cristiano. Quanto lo sono i personaggi del film nella ricerca di verità, ne siano consapevoli o meno. Si chiedono se Dio, o Cristo, esistano. Eppure ne sembrano guidati.

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