Comincia come (se fosse) la fine. E sottosopra. Una carrellata con la camera rivolta verso l’alto tra gli alberi dei boschi, dove affiorano squarci di cielo diurno tra i sentieri delle ramificazioni. È la lunga apertura, che vale quasi da sola il film, del settimo lungometraggio del cineasta giapponese Ryūsuke Hamaguchi. Dopo lo straordinario Drive my car, Hamaguchi torna con Il male non esiste, premiato quest’anno a Venezia con il Leone d’argento - Gran premio della giuria, il secondo per importanza nella gerarchia del palmares veneziano.

Il male non esiste è un film magico e insieme umanistico, piacevole alla visione. Hamaguchi sfugge all’ovvietà, pur essendo molto chiara la sua denuncia, che dalla possibile devastazione ecologico-culturale di una piccola comunità rurale si innalza in modo non scontato contro il capitalismo predatore attraverso una metafora sulla devastazione del pianeta causata dal riscaldamento climatico.

Già l’ottica scelta – raccontare le complesse problematiche del macrocosmo partendo dal microcosmo – è piuttosto originale, e non priva di una certa ironia. In un villaggio di montagna nelle vicinanze di Tokyo, un’agenzia di spettacolo e comunicazione vuole costruire un villaggio turistico. Secondo i suoi rappresentanti, così “l’intera zona sarà rivitalizzata”. Il tipo di villaggio turistico che vogliono impiantare è veramente interessante, essendo un paradigma eloquente delle tante derive dell’infantilismo congenito su cui si fonda gran parte dell’economia e dell’estetica del capitalismo consumista di oggi: quella di rendere tutto una sorta di giocattolandia perenne. Playmode, l’agenzia impegnata nel progetto, vuole infatti costruire un glamping (da glamour e camping), un tipo di vacanza che unisce il campeggio ai vantaggi dell’hotel di lusso. Natura e avventura, ma comodi, senza sforzi che facciano capire le cose da dentro, che soprattutto le facciano sentire.

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La società di comunicazione cerca un finto dialogo con la comunità locale. Vuole sbrigarsi per mettere le mani sui sussidi previsti dal governo per la ripresa dalla pandemia, e non a caso pubblicizza male l’incontro con gli abitanti. Ma finisce ben presto per scontrarsi con loro, scoprendo che sono agguerriti, uniti e dalle idee molto chiare. “La posizione della fossa settica” nel punto prescelto inquinerà, dicono, i pozzi collegati alla falda che “alimenta le sorgenti nella zona a valle e ci dà l’acqua potabile”.

Tutto, qui, è incentrato sull’acqua. Le decantate qualità della soba, o dell’udon, sono in realtà dovute alla qualità dell’acqua di sorgente. Il film è strutturato in segmenti molto densi di conversazioni in luoghi chiusi – la sala in cui gli impiegati della società di comunicazione si incontrano con gli abitanti, quella in cui fanno le riunioni di lavoro, la lunga conversazione in auto tra due dipendenti, un uomo e una donna – e nella natura.

Le parti nella natura sono semplicemente magnifiche nella loro semplicità, proprio perché Hamaguchi riesce a rendere intensa questa semplicità. Ed è davvero una questione di regia, non di sceneggiatura. Come quando il protagonista Takumi, che vive da solo con la piccola figlia Hana, taglia la legna accanto alla sua baita in una bella giornata di sole, con il suolo e le cime degli alberi ancora in parte innevati. Scene che esprimono un sentimento di grande quiete. È tutto un susseguirsi di dialoghi sull’importanza del wasabi selvatico, su scorci di natura, colti nella loro grazia da una camera sempre in movimento perché al seguito del movimento dei personaggi. Carrellate non di rado laterali, che tagliano in sezione il terreno. La natura è contemplata perlopiù in movimento, non in modo statico. Un movimento in osmosi con la natura. Magnificato ed esaltato dalle avvolgenti sinfonie della compositrice Eiko Ishibashi.

E poi ci sono delle incredibili sequenze all’indietro, in cui la strada a serpentone è ripresa mentre l’auto va avanti, come se la camera fosse sul cofano posteriore. Ne viene fuori un magnifico movimento aereo, che consente allo spettatore una sorta di presa di coscienza dello spazio. Ma che comunque non mostra la linea d’orizzonte, il futuro. E non a caso gli stacchi tra natura e scene d’interni sono bruschi.

Mai manicheo o schematico, Hamaguchi restituisce con umanità, senza alcun disprezzo, la presa di coscienza di chi lavora per la società di comunicazione, gente di città piuttosto mediocre, senza aspirazioni alte, ma piano piano sedotta dalla comunità locale fino a difenderla. Questo scivolamento progressivo nella faglia dell’ancestrale avviene grazie a persone che hanno capito i luoghi in cui abitano, anche se non hanno sempre vissuto qui: i nonni di Takumi erano dei coloni.

In questo film sempre sulla soglia – tra inverno e primavera, faglie e laghetti, sopra e sotto, arcaico e moderno, natura e città, denuncia e arte, didascalico e allegorico – si danneggiano ecosistemi basati su una millenaria armonia. Perché il “problema è l’equilibrio. Se si esagera si perde l’equilibrio”. Ma non tutte le perdite di equilibrio sono uguali, proprio come nell’ineffabile finale, potente scivolamento nell’onirico e nel simbolico, di cui solo il mondo dell’infanzia può essere il tramite.

È quindi un film che esprime un sentimento profondo, quello del risveglio di un’empatia totale che affiora lenta, graduale, come la primavera dopo l’inverno. Dall’intimo – dei singoli, della piccola comunità – il film si eleva all’universale, se non a un sentimento cosmico. E riesce a farlo in maniera quasi impercettibile: è questa forse la cosa più magica. È un’opera che muta con la stessa delicatezza dello scorrere di un ruscello nel bosco, ma che ha pure l’inesorabilità di quello scorrere.

Perché dietro le apparenze didascaliche, è un film che si impone come allusivo. E lo fa esplorando la dimensione sensoriale, o meglio facendola riesplorare agli spettatori. Potremmo dire che ne è lo strumento estetico-ideologico, ma non ostentato, discreto. Fa emergere dalle faglie, dalle fratture della narrazione logica, della sceneggiatura, della denuncia esplicita, un’opera d’arte visiva, quasi un’installazione con musica d’ambiente, che restituisce la quiete, in grado di calmare e avvolgere. Un film che, come uno scrigno antico, ne racchiude un altro, segreto. Una porta, dall’apparenza qualsiasi, verso un altro mondo, un’altra dimensione.

La risposta insomma non risiede nella razionalità, nella logica corrente, a cominciare da quella capitalista che spinge una civiltà e un pianeta al collasso. La risposta è nel mistero che ci pervade. Non sta fuori, ma dentro di noi, raggiungibile attraversando la nebbia, la notte. La maestosa, imperscrutabile bellezza della notte. Sempre nel bosco, sempre con la camera rivolta in alto. Sempre sottosopra. O forse, accettando finalmente come naturale un sotto e un sopra “altro”.

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