Il ritratto di Xi Jinping in una mostra sul Partito comunista cinese a Shanghai, il 18 marzo 2018. (Aly Song, Reuters/Contrasto)

Xi Jinping ha dato una missione alla Cina

Il ritratto di Xi Jinping in una mostra sul Partito comunista cinese a Shanghai, il 18 marzo 2018. (Aly Song, Reuters/Contrasto)
28 marzo 2018 12:57

Circa un anno fa ho avuto un’interessante conversazione con Geoff Raby, ex ambasciatore australiano a Pechino e ora consulente d’alto livello per grandi multinazionali, un uomo alla mano che suscitava simpatia già solo per l’aspetto: grande, grosso e sorridente.

In quei giorni, mentre cominciava a manifestarsi l’“America first” di Donald Trump e la Cina stava diventando quasi involontariamente il traino vero o presunto della globalizzazione, Raby era sconsolato.

Proprio la Cina si ostinava infatti a essere “altro” rispetto all’ordine globale liberal che lui e i suoi pari avevano immaginato e contribuito a creare: l’insieme di apertura dei mercati, liberaldemocrazia occidentale e stato di diritto, con la Cina si era rivelato una scommessa persa. Non che la leadership cinese non adottasse una terminologia simile. Ma sempre “con caratteristiche cinesi”, cioè, sostanzialmente, parole diverse e mutevoli a seconda delle circostanze.

Non solo: l’ascesa di Trump, buon ultimo tra una pletora di machos della politica che ormai spadroneggiano lungo tutto l’emisfero boreale, lasciava presagire un futuro a tinte fosche. Non era più il messaggio universalistico della liberaldemocrazia come rivestimento politico della libertà d’impresa ad avere il vento in poppa, ma la rivendicazione del primato nazionale, della sovranità (o sovranismo) come negazione di princìpi universali.

La visione del mondo occidentale ha perso con l’invasione dell’Iraq nel 2003 e la crisi globale nel 2008

“Continuo a credere che la democrazia sia un esito inevitabile della storia”, insisteva Raby. Ma a me ricordava tanto l’ultima Hillary Clinton, con la scritta “perdente” stampata in fronte. La sua visione del mondo era in bancarotta, ma Raby ancora non voleva riconoscerlo. E non voleva riconoscere che era stata esattamente quella visione del mondo a produrre la propria nemesi.

Proprio in questi giorni, Kevin Rudd, ex primo ministro australiano negli anni in cui Raby era ambasciatore a Pechino, torna sull’argomento con un articolo uscito sul New York Times e in un discorso pronunciato all’accademia militare di West Point, negli Stati Uniti. Rudd è un sinologo, studia la Cina da quarant’anni e in più ha nel proprio bagaglio l’esperienza politica, che gli ha fatto incontrare di persona gli attuali leader cinesi. Probabilmente è uno dei più qualificati lettori di quanto sta succedendo in Cina. Tra le tante parti interessanti del suo discorso a West Point, ce n’è una in cui rivela che nei primi anni duemila la leadership cinese prese sul serio l’ipotesi di trasformare gradualmente il sistema a partito unico in una liberaldemocrazia occidentale basata sulla separazione dei poteri. Misero al lavoro gruppi di studio e alla fine decisero che no, non faceva per loro.

“Le ragioni erano semplici. L’interesse del partito consisteva nella sua sopravvivenza a lungo termine: dopotutto avevano vinto la rivoluzione quindi, nella loro visione leninista del mondo, perché mai avrebbero dovuto cedere volontariamente il potere agli altri? Ma c’era anche una seconda visione. Credevano che la Cina non avrebbe potuto mai diventare una grande potenza globale senza la forte leadership centralizzata del partito. E che, in assenza di una tale leadership, la Cina si sarebbe molto semplicemente frantumata nei molteplici campi contrapposti che l’hanno così spesso tormentata nel corso della sua storia. Il Partito comunista avrebbe continuato a essere, senza remore, il partito leninista del futuro”.

Dice un amico statunitense, studioso di filosofia orientale a Pechino: “La visione del mondo occidentale ha perso con l’invasione dell’Iraq nel 2003 e la crisi finanziaria globale nel 2008”. Xi Jinping è figlio di questa storia, al di là di tutte le speculazioni sul ritorno di Mao Zedong o dell’imperatore.

Xi Jinping è l’uomo che incarna il partito nella sua missione di trasformare la Cina in potenza globale

È sera in un appartamento del buon ceto medio pechinese. Un’amica cinese è scandalizzata per l’accentramento di potere in corso sotto i suoi occhi. Non è bastata la campagna anticorruzione in atto da sei anni che ha fatto fuori tutti i potenziali avversari di Xi; non è bastato far diventare il pensiero di Xi Jinping sul “socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era” parte della costituzione; non è bastato creare al di sopra dello stato e del partito dei “gruppi guida” che coprono tutte le principali aree della politica e che sono capitanati dallo stesso Xi o dai suoi fedelissimi; non è bastato che il leader scegliesse i candidati per i vertici del partito; e neppure che si facesse finta di mandare in pensione Wang Qishan, amico e fedelissimo di Xi, per poi rimetterlo in sella come vicepresidente della Repubblica Popolare. Adesso è addirittura stata cancellata la disposizione della costituzione cinese del 1982, che imponeva il limite di due mandati quinquennali al presidente.

C’è il rischio di tenersi Xi Jinping per altri dieci, quindici anni. “Voglio andare via da qui”, ripete l’amica cinese. Poi passa in rassegna le possibili alternative. E no, non c’è un altro posto dove andare. Non è granché, là fuori.

Giorni fa Kerry Brown, sinologo del King’s College di Londra in visita a Pechino, ha tenuto una conferenza sulla “forza segreta” del Partito comunista cinese, cioè la sua capacità di offrire una missione morale. Brown ne parlava come se si trattasse di una forza religiosa. Con Xi Jinping, dice, è tornata alla grande questa missione morale che c’era già ai tempi di Mao. Xi non è Mao, perché è un prodotto del Partito e non vive di vita propria, Mao invece era un semidio dotato di carisma e senso anche al di fuori del partito. Tanto che durante la rivoluzione culturale fu in grado di scagliare le guardie rosse contro la vecchia nomenklatura del partito.

Invece Xi Jinping è l’uomo che incarna il partito nella sua missione di trasformare la Cina in potenza globale, rimetterla al posto che le spetta dopo 150 anni di sofferenze a partire dalle guerre dell’oppio dell’ottocento, quando subì il trauma di essere sconfitta e invasa dalle potenze coloniali. Umiliata.

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Oggi, dice Brown, i cinesi sentono che il momento del riscatto sta arrivando, la finalità della storia si sta compiendo e il partito rappresentato da Xi Jinping ne è l’interprete. Ecco perché, nonostante le sofferenze, la mancanza di democrazia, la vita sempre più stressata, le diseguaglianze crescenti, si sentono comunque in un periodo storico fortunato con un leader fortunato. È chiaro che a questa sensazione diffusa contribuiscono un po’ anche le disgrazie del resto del mondo, il “nostro” mondo, quello che li aveva umiliati un secolo e mezzo fa. “È un messaggio spirituale, coinvolgente, quasi intossicante, ed è per questo”, sostiene Brown, “che non esiste di fatto un’opposizione né nella società né nel partito”.

Opposizione che per esempio esisteva con Mao, basti pensare che Deng Xiaoping fu epurato più volte prima del grande ritorno dopo la morte del Grande timoniere.

Tuttavia mi chiedo come mai, se c’è questo senso di “missione condivisa”, i ricchi cinesi portano sempre più i loro soldi all’estero e ci spediscano anche i figli per studiare, sperando magari che ci restino. Come la proprietaria dell’appartamento dove vivo a Pechino, che letteralmente fa pagare a me la retta universitaria di sua figlia in Canada. Chissà, forse è solo un modo per diversificare il loro patrimonio. O forse non si sentono davvero fortunati come il professor Brown li dipinge.

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Claudia Grisanti
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