11 novembre 2021 17:30

Quando Damon Albarn era bambino, faceva un sogno ricorrente: volava sopra una spiaggia nera. Poi è diventato adulto e si è dimenticato di quelle visioni notturne. Un giorno, nel 1997, era in una stanza d’albergo durante un tour con i Blur e ha guardato un servizio del National Geographic sull’Islanda che mostrava i paesaggi dell’isola e le sue grandi spiagge nere. A quel punto ha pensato che doveva andarci assolutamente. Ha prenotato il volo, ha preso la macchina da scrivere e la chitarra ed è partito per Reykjavík. Presto l’Islanda è diventata una seconda casa per lui, al punto che qualche mese fa gli hanno dato la cittadinanza. “Non ero mai stato prima in un posto con così tanto spazio libero, dove si poteva fuggire facilmente dall’umanità”, ha raccontato proprio al Nation Geographic in un’intervista uscita ad agosto.

A distanza di anni l’Islanda l’ha ricompensato dandogli l’ispirazione per il suo secondo album solista, The nearer the fountain, more pure the stream flows, in uscita il 12 novembre. Sono i paesaggi dell’isola – come la montagna Esjan che dà perfino il titolo a un pezzo strumentale, e il ghiacciaio Snæfellsjökull che ispirò Jules Verne durante la scrittura di Viaggio al centro della Terra – ad aver ispirato i nuovi brani, che erano nati come bozzetti orchestrali strumentali. Sfruttando il tempo a disposizione durante il lockdown, il musicista britannico li ha trasformati in canzoni.

Ma, come sempre nel caso di Albarn, non c’è mai una sola fonte d’ispirazione. Il titolo del disco, per esempio, è ispirato da Love and memory, un’opera del poeta britannico ottocentesco John Clare. Il testo del brano di apertura, la title track, comincia con un tappeto minimalista in stile Brian Eno e poi mostra un sontuoso arrangiamento orchestrale. La voce di Albarn, ogni anno più profonda ed espressiva, alterna registro basso e falsetto restituendoci le parole dolenti di John Clare, che parlano di lutto, invecchiamento, montagne e fiumi. E viene subito da pensare alla tragedia della pandemia, ma anche alla morte del grande batterista nigeriano Tony Allen, suo amico e collaboratore scomparso nell’aprile 2020.


Il testo del pezzo successivo, The cormorant, comincia così: “Sono imprigionato su un’isola, ho provato a nuotare via ma la corrente era troppo forte”. Non è l’Islanda, ma il Regno Unito. Non è una spiaggia di sabbia nera, ma la riva scogliosa del Devon, dove Albarn ha un’altra casa e dove ha passato il periodo del lockdown. The cormorant contiene una delle immagini più struggenti del disco: una nave da crociera è ancorata vicino alla riva, vuota a causa della pandemia. Ma non tutto il disco è così cupo: Royal morning blue per esempio è più scanzonata, con basso e fiati sugli scudi, e ricorda il suo progetto parallelo The Good, The Bad and the Queen, quello in cui suonava insieme al bassista dei Clash Paul Simonon, al chitarrista dei Verve Simon Tong e al batterista Tony Allen.

In Daft wader ritorna lo spettro di Eno, evocato dai cupi sintetizzatori iniziali, mentre in The tower of Montevideo, ispirata al Palacio Salvo, un’edificio degli anni venti nel centro della capitale uruguaiana, spicca una malinconia tutta latinoamericana, sottolineata dai fiati e da un andamento ritmico rilassato. Nella ritmata Polaris e nella conclusiva Particles, costruita su field recordings e su un fraseggio di piano elettrico, torna invece l’Islanda, con le sue spiagge nere e un’atmosfera più solare, quasi ottimista.


Il primo album solista di Albarn, Everyday robots, una riflessione sulla pervasività delle tecnologie digitali nella nostra vita, era stato uno dei picchi della sua carriera semplicemente perché era fatto di grandi canzoni. Mostrava il miglior lato intimista del musicista britannico. Il fascino di The nearer the fountain, more pure the stream flows nasce da un approccio simile, ma a questo aggiunge una profonda connessione con la natura e un’ulteriore maturità. La sua scrittura è riuscita a dipingere nuovi colori, sfruttando l’orchestra e flirtando a tratti con la musica classica.

Le descrizioni sonore dell’Islanda e del Regno Unito sono così potenti e nitide che raggiungono un registro universale: The nearer the fountain, more pure the stream flows per esempio può anche essere interpretato come un disco sul cambiamento climatico, anche se non affronta la questione di petto. Non ne ha bisogno. Nel modo dolente in cui Albarn celebra i paesaggi islandesi senti che il suo fantasma si aggira. Ed è un po’ lo stesso principio di Plastic beach, il disco dei Gorillaz del 2010 ricco di temi ambientali e antimperialisti, anche se declinati con il linguaggio del pop surreale. Del resto John Clare, il poeta che stavolta ha illuminato la creatività di Albarn, è stato ribattezzato anche “il poeta della crisi ambientale 200 anni fa” e fu testimone di un periodo di enormi cambiamenti per l’Inghilterra rurale di allora a causa della rivoluzione industriale.

Come tutte le opere di alto livello, The nearer the fountain, more pure the stream flows ha molte chiavi di lettura. Anche per questo è uno degli album più belli usciti nel 2021. Forse è arrivato il momento di dimenticarci solo per un attimo dei Blur e dei Gorillaz, e di mettere Damon Albarn al fianco dei più grandi cantautori degli ultimi decenni. Ammesso che a lui importi qualcosa di stare in quell’insieme lì. Probabilmente, come sempre, è già oltre, proiettato verso il prossimo progetto, il prossimo viaggio, la prossima isola da esplorare.