10 novembre 2016 11:51

Per vedere cosa c’è sotto il proprio naso occorre un grande sforzo, diceva George Orwell. Non abbiamo visto arrivare la Brexit, non abbiamo previsto la vittoria di Donald Trump. Nel frattempo, a due ore e mezzo di aereo dall’Italia c’è un paese che sta precipitando nella dittatura e anche senza un grande sforzo dovremmo riuscire a vederlo.

“La Turchia è diventata la più grande prigione di giornalisti al mondo”: Can Dündar è l’ex direttore di Cumhuriyet, il più antico quotidiano turco. Condannato a cinque anni per divulgazione di segreti di stato, Dündar è riuscito a fuggire in Germania. La scorsa settimana il regime di Recep Tayyip Erdoğan ha arrestato il suo successore, Murat Sabuncu, fermato insieme a decine di altri giornalisti.

Dopo il tentato colpo di stato del 15 luglio la repressione ha avuto un’accelerazione. Erdoğan sta facendo piazza pulita di ogni forma di opposizione. Le Monde ha calcolato che sono state arrestate 35mila persone, con accuse assurde e pretestuose. Le autorità hanno dovuto rilasciare 38mila detenuti comuni per far spazio nelle carceri del paese. Erdoğan ha anche ordinato il licenziamento di 95mila funzionari pubblici, metà dei quali insegnanti di scuola e professori universitari. La limitazione delle libertà civili è stata accompagnata da un’offensiva contro l’opposizione politica curda. Nelle ultime settimane sono stati arrestati diversi sindaci curdi, tra cui i due sindaci di Diyarbakır, la più importante città del sudest curdo della Turchia, e dodici deputati del Partito democratico del popolo, la principale forza turco-curda dell’opposizione di sinistra, insieme al loro leader, Selahattin Demirtaş.

Il governo italiano dovrebbe, e potrebbe, far sentire la sua voce. Soprattutto se è vero – come spiega in una scheda il ministero degli esteri – che “i rapporti economici e commerciali con la Turchia sono eccellenti” e che “l’Italia si colloca sempre ai primi posti tra i principali partner del paese”, con un interscambio di 21,3 miliardi di dollari nel 2011, 10,6 miliardi di dollari di esportazioni e 6,9 miliardi di dollari di importazioni nel 2015, 1.300 aziende con partecipazione italiana presenti in Turchia. Abbiamo alle porte di casa un regime autoritario. C’è poco da prevedere, molto da vedere, qualcosa da fare.

Questa rubrica è stata pubblicata il 10 novembre 2016 a pagina 5 di Internazionale. Compra questo numero| Abbonati