Due giovani gemelli romani, Damiano e Fabio D’Innocenzo, hanno esordito alla regia nel 2018 con La terra dell’abbastanza. Film stupendo per l’originalità dello sguardo, per il talento e per il coraggio con cui i due fratelli affrontavano un ambiente poco raccontato come quello di una piccolissima borghesia romana (italiana) di oggi. In una periferia non miserabile, due giovani si fanno delinquenti perché succubi degli ideali di arricchimento, ma anche per gusto adolescenziale dell’avventura e del rischio. Reagiscono a un contesto grigio che non offre prospettive che non siano di arrivismo economico e narcisistico. I D’Innocenzo, coetanei dei loro protagonisti, mostravano di sapere bene come ragionassero quei giovani e di quali miti (di quale sotterranea sfiducia e disperazione) si facessero portatori e interpreti, protagonisti.

I fratelli D’Innocenzo raccontano una scena di La terra dell’abbastanza


Come pochi altri registi contemporanei, i D’Innocenzo avevano costruito la loro storia con sguardo da sociologi, in un paese dove la sociologia sembra defunta. Ma un altro aspetto ha colpito la critica più sensibile al nuovo e più accorata sulle sorti del nostro cinema. Cioè la scelta di un linguaggio che potremmo dire da cinema ormai diventato “classico”. Cioè il cinema statunitense degli anni sessanta e settanta (di Penn, Altman, Peckinpah, Mulligan, Scorsese, Spielberg), ma quello meno spregiudicato, attento a un modo nuovo di narrare, tuttavia altamente comunicante, al passo con l’evoluzione di una società, di una cultura, di un pubblico.

Dopo quel film, i D’Innocenzo, forti di un meritato successo e di una benvenuta attenzione da parte dei produttori hanno potuto realizzare con maggior agio Favolacce che, non solo in Italia, qualcuno dopo l’Orso d’argento per la sceneggiatura al festival di Berlino si è spinto a definire un piccolo capolavoro inatteso il cui rilievo va oltre la qualità artistica, indiscussa.

Lo sguardo del sociologo
Siamo in un quartiere nuovo di Roma sud, che con le sue villette, il suo verde e i suoi garage può far pensare a centinaia di situazioni urbane simili, in Europa, in Nordamerica e perfino in paesi più poveri, latini o asiatici. La capacità di visione sociologica dei fratelli non si smentisce, raccontando un ceto diffuso e perfino dominante: quella piccola borghesia, tra piccolissima e benestante, non sempre garantita, spesso economicamente spregiudicata, e soprattutto moralmente, eticamente, civilmente fragile, insicura, frastornata, ambiziosa ma incapace di trasformare i propri sogni in realtà. La base, si dice, dei successi “populisti” di certi partiti e movimenti recenti e probabilmente futuri. I protagonisti adulti del film possono far pensare agli accattoni di Pasolini, a come si sono evoluti e sono diventati mezzo secolo dopo.

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Il punto di vista da cui osservare questi mutanti non è quello dei protagonisti della nuova superclasse, ma quello dei loro rappresentanti più fragili, i bambini. La cui sensibilità deve per forza confrontarsi con il mondo adulto e accettarne la realtà, le violenze palesi e nascoste, l’intima corruzione, o verificarne le ipocrisie e i compromessi. Anche se ormai la differenza tra il dire e il fare (i modelli di comportamento imposti a parole e negati nei fatti, in famiglia e a scuola come all’oratorio) non c’è più: ieri si predicava bene e ci si comportava male, oggi si predica e ci si comporta coe-rentemente male.

I bambini delle tre famiglie di cui seguiamo le vicende cercano di costruirsi un mondo a parte, una sorta di società parallela dove è ancora viva la capacità del giudizio. Che è, per le disillusioni subite, doloroso. Dapprima confusamente perplesso e poi, come dev’essere, spietato.

I bambini ci guardano, diceva un vecchio film di De Sica e Zavattini, un film dal moralismo melenso e a sua volta piuttosto ipocrita, su un bambino sconcertato e sofferente per l’adulterio di uno dei genitori, legittimato a uno sguardo adulto dall’ottusità del coniuge. Una situazione che i bambini di oggi, pur soffrendone, sono abituati a capire e giustificare. Non è questo il loro problema. Il loro problema è il mondo degli adulti, così come è cresciuto e si è consolidato negli ultimi decenni.

I bambini del film s’inventano, come fanno i bambini, un loro mondo in cui cercano rifugio dall’insipienza e dalla cattiveria degli adulti, dei loro genitori, del microcosmo di una società di cui conoscono solo quel che vedono e soffrono, e di cui esteriormente in parte godono. Come sappiamo tutti benissimo, il giudizio dei bambini sugli adulti si forma a partire da come ci comportiamo, scaturisce dalle nostre azioni e non dalle nostre parole.

Trappola senza scampo
Forse anche i bambini stanno cambiando, perdendo la loro capacità di giudizio e accettando come regola quel che il mondo è diventato, e i loro genitori per quello che sono. Ma i bambini di Favolacce non sono cambiati del tutto, hanno ancora una sensibilità che li salva e, nello stesso tempo, li destina alla perdita di ogni bisogno di purezza, di coerenza. In un momento così evidentemente cruciale della storia della civiltà, e del nostro paese, i bambini del film sanno ancora giudicare, e sanno anche coe-rentemente distinguersi.

Come in una favola dei fratelli Grimm, la morte è in agguato, ma non sono gli orchi e le streghe, i fantasmi adulti a minacciarla direttamente, fisicamente. È piuttosto una morte morale che questi mostri prospettano e provocano, anche se è dagli stessi bambini che essa fisicamente proviene. In scene che sono tra le più belle e più sconvolgenti del cinema contemporaneo, scene alla cui forza non si è più abituati, i bambini decidono, come dicono i D’Innocenzo, di “uscire dalla trappola senza scampo in cui si trovano rinchiusi” in ragione se non altro della loro età, e scelgono di non stare al gioco, di “lasciare la scena”, di non accettarla.

È difficile non pensare a Peter Pan che rifiuta di diventare adulto, o ai due capolavori di Roberto Rossellini, Germania anno zero ed Europa ’51. Ma anche a certe forme estreme di disobbedienza civile come quella di Jan Palach a Praga nel 1968. La loro scelta è di non starci, di non accettare il mondo com’è, o come si vuole che sia. Di non accettare la società così come la vede e la giudica la sensibilità viva e non ancora condizionata e drogata di bambini e adolescenti che ancora reagiscono, che sanno ancora vedere, e che soffrono e che infine giudicano. Che ci giudicano.

Per tutti questi motivi, anche se esulano in parte e per fortuna da considerazioni meramente estetiche, Favolacce dei fratelli D’Innocenzo è qualcosa di più di un capolavoro cinematografico, è assai dolorosamente un saggio, un sermone, un’invettiva: è soprattutto un memento che cade in un tempo delicato della nostra storia civile. Lontanissimo dalle nostre ciarle, mette il dito nella piaga, nel centro della piaga, e ci ricorda le nostre responsabilità di adulti nei confronti del futuro e delle nuove generazioni. Dei nostri eredi.

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Questo articolo è uscito sul numero 1358 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati

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