10 dicembre 2015 15:00

La vittoria alle elezioni del 6 dicembre ha superato anche le aspettative della stessa opposizione, che ha ottenuto più dei due terzi dei seggi all’assemblea nazionale. Potrebbe essere l’inizio della fine della “rivoluzione bolivariana” lanciata dal defunto leader-eroe Hugo Chávez diciassette anni fa, ma farà anche sprofondare il paese in un lungo periodo di crisi e conflitto.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare: le elezioni si sono svolte in maniera esemplare nonostante il governo sapesse che le avrebbe perse. E anche quando le dimensioni della vittoria dell’opposizione sono apparse chiare, il presidente Nicolás Maduro ha fatto quel che doveva fare, dichiarando: “Mi rivolgo a tutto il nostro popolo affinché riconosca questi risultati in maniera pacifica, e riconsideri molti aspetti politici della rivoluzione”.

Chávez ha preso il potere in maniera legale e pacifica. La vera domanda è se Maduro accetterà di lasciare il potere nella stessa maniera

Tuttavia Maduro, che ha preso il posto di Chávez dopo la morte di quest’ultimo nel marzo 2013, non intende celebrare il funerale del socialismo venezuelano. Quando ha detto “il nostro popolo” intendeva i chavisti che ancora sostengono la “rivoluzione”, senza accennare al fatto che questi siano ormai chiaramente la minoranza tra i venezuelani. O che in realtà non c’è stata nessuna rivoluzione: Chávez ha preso il potere in maniera legale e pacifica con le elezioni del 1998.

La vera domanda è se Maduro e i suoi accetteranno di lasciare il potere nella stessa maniera. La sua frase “Oggi abbiamo perso una battaglia, ma la lotta per il socialismo comincia adesso” lascia alcuni dubbi al riguardo. E potrebbe trattarsi di un vero scontro, forse addirittura violento, perché molti chavisti sentiranno di non poter lasciar fallire questo storico esperimento.

Scusate se rispolvero il vecchio vocabolario marxista, ma è così che i socialisti venezuelani si esprimono e questo permette inoltre di mostrare quanto la retorica rivoluzionaria sia fuorviante. Perché il periodo chavista non è stato affatto un esperimento storico. A meno di non credere che creare uno stato sociale con i proventi del petrolio sia un’idea rivoluzionaria (e in tal caso anche l’Arabia Saudita sarebbe un paese rivoluzionario).

Certo, i chavisti hanno un concetto più alto di uguaglianza rispetto alla famiglia reale saudita. Ma quello che hanno fatto, in linea di principio, non aveva niente di controverso. Hanno cercato e ottenuto il potere con mezzi democratici. Come la sinistra europea all’inizio del novecento, hanno poi cominciato a migliorare il livello del reddito, della salute, delle abitazioni e dell’istruzione della parte più povera della società, come avevano promesso di fare.

Che cosa non ha funzionato?

In Venezuela questo processo si è svolto in maniera molto più rapida grazie alle entrate petrolifere: il paese possiede le maggiori riserve petrolifere al mondo e ha solo trenta milioni di abitanti. Chávez ha compiuto in un decennio quel che paesi come il Regno Unito, la Francia e la Germania hanno fatto in due generazioni. Alla fine di tale periodo, però, i paesi europei possedevano delle economie industriali diversificate in grado di sostenere uno stato sociale, mentre l’unica cosa che Chávez ha lasciato ai suoi successori è stato il petrolio.

Finché i proventi del petrolio lo hanno sostenuto, il chavismo è stato invincibile. Ma la cattiva gestione e la corruzione sono aumentate, come accade spesso quando circola molto denaro. Anche l’arroganza è aumentata, come accade spesso nei governi che rimangono a lungo al potere, e alle proteste è stata opposta sempre più spesso una violenza fisica o carceraria. Eppure Chávez e il suo successore hanno continuato a vincere le elezioni, finché il prezzo del petrolio è crollato.

Negli ultimi diciotto mesi il prezzo del petrolio è sceso da 140 a 40 dollari al barile. Il Venezuela doveva già affrontare una grave disoccupazione e un’inflazione molto alta. Il calmieramento dei prezzi imposto dal governo stava già provocando penuria di prodotti di base come latte, riso, caffè, zucchero, farina di mais e olio. Ma quando le entrate del governo sono crollate questi problemi sono diventati insormontabili.

La sfida è gestire una transizione che rispetti la democrazia, scongiuri la violenza e preservi alcune delle conquiste sociali ottenute

Naturalmente Maduro ha perso le elezioni. In queste circostanze neppure Chávez avrebbe potuto vincerle. Neanche l’eroe latinoamericano Simon Bolívar avrebbe potuto farcela. Quindi, la sfida che ora si trovano ad affrontare sia i chavisti sia l’opposizione è come gestire un’ordinata transizione che rispetti la democrazia, scongiuri la violenza e possibilmente preservi alcune delle conquiste sociali ottenute negli ultimi 17 anni.

Maggioranza vulnerabile

Le dimensioni della vittoria dell’opposizione complicano questo piano, perché adesso questa può vantare una maggioranza di più di due terzi dei seggi in parlamento. In teoria questo le permette azioni radicali, come riscrivere la costituzione. In pratica, però, la tentazione di farlo potrebbe non essere così forte. La maggioranza è vulnerabile perché dipende da un singolo seggio (ne controlla 112 su 167).

Il primo compito della nuova assemblea nazionale sarà approvare un’amnistia che rimetta in libertà i circa settanta esponenti di spicco dell’opposizione che erano stati imprigionati in base ad accuse molto discutibili, ma quando questi saranno in libertà cercheranno di riprendere la guida dei loro partiti, il che probabilmente minerà la fragile unità della coalizione.

Nel breve periodo il nuovo parlamento non potrà fare niente per cambiare la disastrosa situazione economica. Maduro resterà al governo, con un mandato presidenziale che scade nel 2019, a meno che l’opposizione non organizzi un referendum per destituirlo, cosa che potrà fare a partire dal prossimo aprile. L‘“esperimento” è finito, ma non la crisi.

(Traduzione di Federico Ferrone)