Una protesta contro la Brexit a Belfast, Irlanda del Nord, 29 marzo 2017.

La Brexit s’incaglia lungo il confine irlandese

Una protesta contro la Brexit a Belfast, Irlanda del Nord, 29 marzo 2017.
29 novembre 2017 13:02

La storia non si dimentica mai dell’Irlanda. Alla fine del diciannovesimo e all’inizio del ventesimo secolo l’alleanza letale tra il Partito conservatore e il Partito unionista, che rappresentava la minoranza protestante in Irlanda, aveva impedito al parlamento del Regno Unito di approvare l’Home rule bill (la legge sull’autogoverno) per l’Irlanda.

Un simile provvedimento avrebbe permesso ai due paesi di prendere gradualmente e pacificamente le distanze l’uno dall’altro pur mantenendo stretti legami. O forse no, ma sarebbe valsa la pena provare. Al suo posto sono infatti emerse la rivolta di Pasqua del 1916, la guerra d’indipendenza irlandese, la divisione dell’isola tra la Repubblica indipendente d’Irlanda e l’Irlanda del Nord (parte del Regno Unito), la guerra civile irlandese e tre decenni di una guerra terroristica che si è conclusa appena vent’anni fa.

Oggi conservatori e unionisti sono nuovamente alleati in una stessa coalizione, ed ecco che si prepara una nuova guerra al confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. Si tratta praticamente di un confine invisibile, senza posti di frontiera o controlli doganali, poiché finora sia il Regno Unito sia la Repubblica d’Irlanda appartengono all’Unione europea. La Brexit, tuttavia, metterà fine a tutto questo, e probabilmente anche alla pace.

In teoria l’uscita di Londra dall’Ue non dovrebbe penalizzare nessuno, a parte gli stessi cittadini britannici, ma la questione del confine tra il Regno Unito e l’Irlanda è un vero e proprio incubo. La premier Theresa May ha giurato solennemente che il suo paese uscirà sia dal mercato unico sia dall’unione doganale, e la cosa trasformerà questa frontiera “morbida” in un confine vero e proprio tra l’Ue e un paese non Ue, con tanto di agenti di frontiera, controlli doganali, passaporti, code e tutto il resto.

A rendere possibile l’accordo di pace del venerdì santo del 1998 era stata la promessa che il confine tra le due Irlande sarebbe praticamente scomparso, il che ha permesso ai nazionalisti cattolici dell’Esercito repubblicano irlandese (Ira) di credere che la loro guerra non era stata solo una futile lotta che aveva provocato tremila vittime. Potevano così sperare che con tutto il transito tra i due lati della frontiera, le due parti dell’Irlanda avrebbero finito per riavvicinarsi e, prima o poi, per riunificarsi.

La prima volta è stato molto difficile porre fine a un conflitto, e una nuova guerra potrebbe durare trent’anni

Se rinascerà un vero e proprio confine, quindi, si sentiranno traditi. Non tutti i militanti dell’Ira prenderanno le armi per ribellarsi, ma alcuni di loro quasi certamente lo faranno. La prima volta è stato molto difficile porre fine a un conflitto, e non ci sono particolari motivi di credere che una nuova guerra non possa durare trent’anni e uccidere altre migliaia di persone.

È probabile che Theresa May non voglia niente del genere, e di recente l’Ue le ha offerto una scappatoia. Se proprio è decisa a far uscire il suo paese, le è stato detto, almeno potrà lasciare aperto il confine interno irlandese, effettuando i suoi controlli doganali e d’immigrazione tra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito (che è opportunamente separato dal mare d’Irlanda).

L’Irlanda del Nord rimarrebbe nell’unione doganale dell’Ue e nessuno sarebbe fermato sul suo confine terrestre con la Repubblica d’Irlanda. I controlli doganali e migratori si svolgerebbero solo nei porti e negli aeroporti nordirlandesi, quando le persone o i beni avranno già attraversato, o staranno per attraversare, il mare d’Irlanda. La cosa appare molto sensata nel contesto della Brexit, ma May è costretta a respingerla.

Theresa May si trova con le spalle al muro, e il Regno Unito rischia di uscire dall’Ue senza uno straccio di accordo

Dovrà farlo perché ha perso la sua maggioranza parlamentare in seguito alle elezioni da lei inutilmente convocate lo scorso giugno, e rimane oggi al potere solo grazie ai voti del Partito unionista democratico (Dup), vale a dire i protestanti dell’Irlanda del Nord fautori della linea dura. E il Dup, costantemente terrorizzato all’idea che il Regno Unito lo abbandoni, non potrà permettere che alcun tipo di frontiera, per quanto morbida, sia inserita tra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito.

May non può sfidare il Dup su questo terreno o il suo governo rischierebbe di cadere. I conservatori perderebbero probabilmente le eventuali elezioni e la nemesi di May, il temuto leader laburista Jeremy Corbyn, prenderebbe il potere.

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Tuttavia, se May insisterà nell’uscire dall’unione doganale dell’Ue, dovrà esserci un vero e proprio confine, e se così sarà, il primo ministro irlandese Leo Varadkar, come ha dichiarato lui stesso, porrà il veto a ogni negoziato sul libero scambio tra l’Ue e il Regno Unito dopo che quest’ultimo avrà lasciato l’Unione.

Theresa May si trova alla fine con le spalle al muro, e il Regno Unito rischia di uscire dall’Ue senza uno straccio di accordo. In questo caso il paese potrebbe trascorrere il prossimo decennio cercando di rinegoziare, a condizioni meno favorevoli, i 59 accordi commerciali di cui fa parte attualmente in quanto membro dell’Ue. E, più probabilmente, dovrà fare i conti con una nuova ribellione dell’Ira in Irlanda del Nord.

Oppure May potrebbe mirare a strappare un patto che mantenga il Regno Unito dentro l’unione doganale. A quel punto il confine rimarrebbe aperto, non ci sarebbe alcun veto da parte dell’Irlanda, e sarebbe possibile ottenere un ragionevole accordo commerciale per il post-Brexit. Ma questo spaccherebbe il Partito conservatore. E per Theresa May evitare quest’ultimo scenario è molto più importante di tutte le altre questioni.

(Tradizione di Federico Ferrone)

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