Rohingya protestano contro l’accordo sui rimpatri in un campo profughi a Cox’s Bazar, Bangladesh, il 15 novembre 2018.

Un brutto accordo per riportare i rohingya in Birmania 

Rohingya protestano contro l’accordo sui rimpatri in un campo profughi a Cox’s Bazar, Bangladesh, il 15 novembre 2018.
22 novembre 2018 09:47

I rohingya sono circa un milione di persone che parlano bengali e che fino alla fine dell’anno scorso vivevano nello stato del Rakhine, in Birmania. Poi l’esercito birmano li ha attaccati accusandoli di essere degli immigrati irregolari. Migliaia di persone sono state uccise, decine di migliaia stuprate, i loro villaggi sono stati dati alle fiamme e oggi 700mila rohingya vivono nei campi profughi oltre il confine con il Bangladesh.

Le Nazioni Unite hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”, “crimini contro l’umanità” e “genocidio”, ma l’esercito birmano nega qualsiasi illecito. Lo stesso vale per la loro alleata politica, la “consigliera speciale” Aung San Suu Kyi (vi ricordate di lei? Una volta era una santa laica).

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Il Bangladesh non vuole tutti questi profughi, la maggior parte dei quali non ha alcun legame con il paese nonostante la lingua parlata sia il bengali, perciò il mese scorso ha stretto un accordo con la Birmania con l’obiettivo di rimandarli indietro. In realtà però nemmeno la Birmania li vuole. Altrimenti, perché si sarebbe presa il disturbo di cacciarli?

Le Nazioni Unite non giocano alcun ruolo in questa grande operazione di rimpatrio, e nemmeno le ong. Si è trattato di un accordo privato tra il Bangladesh e la Birmania, e l’esercito birmano sapeva benissimo che i profughi sarebbero stati troppo terrorizzati per tornare. Accettare di riaccoglierli ha avuto come unico effetto quello di far apparire i generali che hanno pianificato le atrocità un po’ meno spregevoli.

Le autorità bangladesi ci sono cascate e hanno scelto 2.200 profughi rohingya da rimandare indietro con il primo contingente. I rohingya non si sono fatti abbindolare e la maggior parte di loro si è data immediatamente alla macchia, cambiando campo o scappando nei boschi.

I rohingya non torneranno indietro perché temono per le loro vite

La scorsa settimana nel campo in continua espansione di Unchiprang, vicino a Cox’s Bazar, si aggirava un camioncino con un megafono dal quale una voce pregava i profughi “approvati” di venire fuori. “Abbiamo sei autobus qui. Abbiamo camion. Abbiamo cibo. Vogliamo offrirvi tutto questo”. Nessuno però si è presentato, e dalla folla si sentiva urlare: “Non ce ne andiamo”.

I rohingya non torneranno indietro perché piuttosto comprensibilmente temono per le loro vite. Non è stato solo l’esercito ad accanirsi contro di loro prendendo parte al massacro, ma anche i loro vicini non musulmani. Se vi tornano alla mente le immagini dei massacri e delle espulsioni dei musulmani bosniaci da parte dei serbo-bosniaci negli anni novanta, non avete tutti i torti. Sta accadendo di nuovo, e di nuovo nessuno sta facendo niente di davvero efficace per fermarlo.

Lo stigma religioso
Come siamo arrivati a questo punto? Tutti i paesi del sudest asiatico hanno al loro interno delle minoranze, ma i birmani si sono spinti oltre. I bamar (la principale etnia birmana) costituiscono i due terzi della popolazione, ma nel paese ci sono altri otto gruppi etnici riconosciuti, la maggior parte dei quali possiede una o più lingue specifiche. E poi ci sono i rohingya, privati della loro cittadinanza dalla dittatura militare birmana nel 1982.

Perché proprio loro? Rappresentavano solo il 2 per cento della popolazione birmana, erano una minoranza persino nello stato del Rakhine (ex Arakan), dove vivevano quasi tutti senza arrecare alcun danno alla maggioranza. Però sono musulmani, e la maggioranza buddista in Birmania è paranoica riguardo i musulmani.

Una paranoia che risale a molto tempo fa. Una volta il buddismo dominava l’Asia, dal subcontinente indiano all’Indonesia, ma da tempo sta perdendo terreno. Prima l’induismo è tornato in India, poi i conquistatori arabi hanno portato l’islam nell’India nordoccidentale.

I conquistatori islamizzati dell’Asia centrale hanno contribuito a diffondere l’islam verso est fino al Bengala e alla fine i commercianti malesi lo hanno portato in tutto l’arcipelago indonesiano. Oggi i soli paesi a maggioranza buddista rimasti in Asia sono la Birmania, la Thailandia e lo Sri Lanka.

Non c’è da stupirsi quindi se agli occhi dei buddisti birmani la loro fede è minacciata dalla presenza anche solo di un milione di musulmani, soprattutto se i demagogici monaci buddisti fanno carriera predicando la paura e l’odio.

I rohingya sono birmani, nel senso più ampio del termine, tanto quanto qualsiasi altra minoranza riconosciuta. I primi musulmani di lingua bengali sono arrivati nello stato del Rakhine nel quindicesimo secolo: erano soldati che aiutavano un re in esilio a riconquistare il suo trono. L’ultima significativa ondata migratoria risale al diciannovesimo e ai primi anni del ventesimo secolo.

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Adesso siamo nel ventunesimo secolo e le azioni dell’esercito birmano non hanno giustificazione alcuna: capire tutto non significa perdonare tutto. Né ci sono giustificazioni per la vincitrice del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.
Sì, stava cercando di proteggere un’apertura democratica conquistata a caro prezzo che si potrebbe chiudere se lei criticasse esplicitamente l’esercito. Oltretutto il birmano medio approva con convinzione quello che ha fatto l’esercito (altre sfumature di Serbia). Ma lei sta tollerando e coprendo un genocidio. Dovrebbe vergognarsi.

Dunque le toglieranno il premio Nobel? Be’, no, perché non importa cosa ha fatto dopo averlo vinto, e lei l’ha vinto nel 1991. Come ha dichiarato l’anno scorso Olav Njoelstad, segretario del comitato norvegese per il Nobel, il premio “è conferito per un’impresa o un risultato, degni di essere premiati, compiuti nel passato”. Dopo averlo vinto si può commettere qualsiasi crimine.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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