Una donna accende una candela per le vittime degli attentati di Parigi a place de la République, il 22 novembre 2015. (Eric Gaillard, Reuters/Contrasto)

Dopo gli attentati di Parigi abbiamo bisogno di più democrazia

Una donna accende una candela per le vittime degli attentati di Parigi a place de la République, il 22 novembre 2015. (Eric Gaillard, Reuters/Contrasto)
25 novembre 2015 11:59

Questo articolo è parte dell’intervento di Jacob Appelbaum al Forum mondiale della democrazia.

Questo è un momento difficile. Mi dispiace molto per quello che è successo a Parigi e a Beirut e per il modo in cui le guerre statunitensi sembrano essere arrivate sul territorio europeo. Da cittadino statunitense, le reazioni che ho visto sono state terrificanti. Vorrei chiedere alle persone che vivono in Europa, come me in questo periodo, di imparare dagli errori di Washington.

Noi abbiamo reagito con una serie di guerre e, ora che queste guerre sono arrivate alle vostre porte, anche i governi europei mettono in atto degli interventi pesanti e ancora più violenti. Questo alimenta proprio quello che vuole il gruppo Stato islamico (Is), cioè ancora più guerra. Vuole che aumenti la diffidenza nei confronti di chi è musulmano, vuole diffondere la xenofobia, vuole più violenza. E dovremmo chiederci se anche noi desideriamo la stessa cosa.

Il problema non è né la tecnologia né la crittografia. Ma l’intolleranza, la paura dell’altro

Ci stiamo accorgendo anche che i servizi segreti non sono in grado di difenderci. Oggi sostengono che la crittografia è un problema. Ma i fatti hanno dimostrato che gli attacchi di Parigi sono stati compiuti da persone che hanno usato carte di credito intestate con il loro vero nome e che per comunicare tra loro hanno usato sms non crittati. Nessuno si chiede come fanno queste persone a continuare il loro traffico di armi – che non si scaricano da internet. Com’è possibile che i servizi segreti abbiano fallito così miseramente e che al tempo stesso stiano cercando di distrarci e di farci credere che il vero problema è la crittografia, una cosa che le persone comuni non conoscono e faticano a capire?

Prendiamo il caso dei servizi segreti britannici, che hanno messo a punto un piano per prendere di mira le persone appartenenti alle minoranze religiose: le sottoporranno a persecuzioni politiche per convincerle a diventare informatori, minacciando di revocargli la cittadinanza. La cittadinanza, che di fatto è il diritto che gli garantisce tutti gli altri diritti.

Il problema non è né la tecnologia né la crittografia. Ma l’intolleranza, il rifiuto dell’accoglienza: è la paura dell’altro.

E l’idea che questa settimana è stata sostenuta perfino in Francia, quella per cui si dovrebbero arrestare preventivamente dei musulmani, non deve essere messa in pratica. È contro lo stato di diritto e, anche se fosse legale, violerebbe le libertà civili fondamentali.

Le bombe non portano la pace

Quando ci sono stati gli attentati di Parigi ero in Kuwait per un evento culturale organizzato dall’ambasciatore francese e sono rimasto sconvolto da quello che è successo. Parlando con i presenti, non ho sentito le espressioni di solidarietà che mi sarei aspettato. Mi hanno detto una cosa che mi ha colpito: “I nostri fratelli e le nostre sorelle stanno morendo in Siria, 250mila fino a questo momento. In Iraq e in Afghanistan hanno perso la vita più di un milione di persone, e tu vieni a parlarci di un paio di centinaia di vittime a Parigi? Vi siamo vicini, ora siateci vicini anche voi”.

Che cosa possiamo concludere da queste parole? Che bisogna aumentare la violenza? Che dobbiamo limitare le nostre libertà fondamentali? Che il problema sia tecnologico? Io credo di no. Ma è ancora più problematico sostenere che dobbiamo arginare il male, perché vorrebbe dire che non abbiamo bisogno di studiarlo e di cercarne le cause. Per esempio, il pacifismo è molto più efficace se consideriamo che è frutto di una scelta, e che possiamo scegliere questa strada anche se avremmo la possibilità di preferire la violenza.

Dopo gli omicidi commessi da Anders Breivik, i norvegesi hanno scelto di seguire un percorso che rafforzasse la democrazia

La violenza è un modo di rifuggire il dialogo e rispondere con la violenza vuol dire innescare una tragedia dopo una tragedia, e ancora e ancora. Bombardando la Siria, non la costringeremmo alla pace: nel migliore dei casi potremmo costringerla a sottomettersi. Ma la sottomissione non è sinonimo di pace.

Dovremmo invece pensare al genere umano. Ciascuno di noi potrebbe essere ucciso per errore, come il cittadino brasiliano che fu ammazzato dai servizi segreti britannici dopo le bombe nella metropolitana di Londra. Quell’uomo era innocente, ma i suoi diritti erano stati sospesi ed è stato trattato come se fosse qualcun altro, senza un legittimo processo, ed è stato ucciso.

Dovremmo cercare la risposta in Norvegia invece che negli Stati Uniti. Dopo la strage commessa da Anders Breivik, i norvegesi hanno scelto di seguire un percorso che rafforzasse la democrazia, e invece di allontanare e respingere esseri umani hanno deciso che il loro paese avrebbe continuato a comportarsi come aveva sempre fatto, non permettendo ai terroristi di cambiare la società.

Un giusto estremismo

Quindi dobbiamo aumentare la nostra libertà. Dobbiamo combattere il fanatismo e, nello specifico, rifiutare l’idea che le azioni di uno stato non possano avere dei limiti. Il Consiglio d’Europa e la corte europea dei diritti umani esistono proprio perché abbiamo capito dalla storia che quell’idea è sbagliata. Gli stati possono compiere atti terroristici così come le persone e non dobbiamo dimenticare che per imparare questa lezione è servito un notevole sforzo. Dobbiamo essere radicali nella nostra apertura, nel nostro spirito di accoglienza, dobbiamo essere radicali nell’impegnarci per la giustizia e nel rifiutarci di respingere i profughi. Esiste un estremismo giusto, quello secondo cui certi diritti non possono essere limitati. Per esempio il diritto al giusto processo.

E poi c’è un concetto nuovo e pericoloso: quello secondo cui saremo tutti liberi a condizione di sottometterci ai controlli di sicurezza e alle frontiere, alla sorveglianza di massa e mirata e alle identificazioni obbligatorie. Ma questa idea di libertà è incompatibile con quella sostenuta dalla corte europea dei diritti dell’uomo.

Oggi abbiamo alcune tecnologie che ci aiutano a consolidare le nostre libertà, che ci offrono il diritto di leggere e di parlare liberamente. Alcuni servizi di intelligence invece vorrebbero censurare internet e vorrebbero accedere ai nostri dati privati.

Ci sono delle tecnologie che ci aiutano a confermare e ampliare le nostre libertà. Per esempio ci sono due cose che potete fare subito. Potete installare Signal sul vostro smartphone per criptare le vostre telefonate e i vostri sms in modo che nessuno possa accedervi segretamente, e impedendo qualunque sorveglianza mirata o di massa. Vi consiglio di farlo adesso: è un software libero e gratuito. Potete installare Tor Browser, che vi permetterà di navigare in rete in maniera anonima, e quindi di fare quel che volete senza lasciarvi dietro una scia di dati che i servizi segreti possono usare contro di voi. In questo modo sarà più difficile prendervi di mira anche per altri tipi di ciberattacchi.

I servizi segreti che oggi chiedono di accedere ai vostri dati, che stanno manipolando questa tragedia, sono gli stessi che hanno sfruttato la Vodafone in Grecia per intercettare le telefonate del primo ministro e che hanno sottoposto tutta l’Europa alla sorveglianza di massa. Non possiamo fidarci.

Dovremmo mettere internet al sicuro e fare in modo che comportamenti del genere diventino più difficili, se non impossibili. Oggi la questione della nostra sicurezza non si riduce alla contrapposizione tra sicurezza e riservatezza.

Per essere sicuri abbiamo bisogno di una protezione efficace della nostra privacy, di autonomia, trasparenza e attribuzioni di responsabilità, di libertà d’espressione e del rispetto dei diritti umani fondamentali. E invece di limitare la democrazia, abbiamo bisogno di rafforzarla.

Spero che vi uniate a me nell’uso dei software liberi, nella lotta alla sorveglianza di massa e nel rifiuto di farci strumentalizzare da chi non è in grado di proteggerci: i nostri servizi segreti.

(Traduzione di Floriana Pagano)

Una versione di questo articolo stato pubblicato su Open Democracy. Clicca qui per vedere l’originale.

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