La tristezza del Partito democratico

24 aprile 2013 18:13

Il 23 aprile si è svolto un evento di una tristezza straordinaria, ed è stato anche un modo per capire il fallimento totale di un progetto politico, quello del Partito democratico, lanciato con grande clamore nel 2007.

Il set era in stile anni cinquanta: una stanza, qualche sedia, un simbolo triste alle spalle. Quattro persone sedute dietro a una scrivania: facce tristi, tirate. Al lato, un podio di legno ingombrante da cui parlavano una serie di persone chiamate dal palco. L’evento era la direzione del Pd, trasmessa in streaming come adesso, dopo la cosiddetta rivoluzione di Grillo, si deve fare sempre.

Due delle quattro persone sedute dietro la scrivania si erano già dimesse, ma stavano ancora lì. Erano degli sconfitti, non solo dalle elezioni (che, in realtà, avevano anche vinto) ma anche dalla storia. Stavano lì, parlavano tra di loro (ma anche a tutti) in un linguaggio assolutamente incomprensibile, vecchio, datato, superato, obsoleto. Erano loro stessi obsoleti.

Ma per loro quest’evento, un incontro del genere, era normale, da tutti i giorni. È la loro vita da politici di professione. Ma della vita di fuori, normale, e del linguaggio usato dalle persone normali, non sanno assolutamente niente.

Il Pd è questo, esattamente questo. Un partito con varie anime personalistiche chiamate impropriamente “fazioni”, nato da due partiti con varie anime e privo di una base popolare. Mai provato ad andare a un riunione del Pd per esempio a Milano? Sono così, esattamente come erano descritti da Michele Serra negli anni ottanta nel suo libro Il nuovo che avanza. Per anni la gente li ha votati solo perché non erano Berlusconi, turandosi il naso, senza entusiasmo.

La direzione in streaming è stato un momento antropologico, il ritratto di un gruppo di persone senza un progetto, senza un’idea originale, senza una strategia, senza un senso del mondo reale, senza la capacità di comunicare neanche tra di loro. Ma quale internet: non hanno mai capito neanche la tv! Era una visione della politica allo sbando. Andrebbe studiato nelle università con un seminario dal titolo: “La fine di un mondo”.

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