Terra selvaggia

01 marzo 2011 19:01

Gli incidenti mandano in frantumi le certezze. Nel 1978, Alejandro Rossi scrisse un testo esemplare sulla fiducia. L’uomo comune dorme nella speranza che le cose mantengano la loro forma: “Non ci sorprende che la stanza, al mattino successivo, abbia le stesse dimensioni, che i muri non siano crollati, che l’orologio sia andato avanti e il caffè sia amaro. La contemplazione del mondo come un miracolo permanente è uno stato passeggero o una vocazione religiosa. Siamo tutti un po’ nervosi, ma il terrore che crolli il soffitto o che sprofondi il pavimento non ci accompagna costantemente”.

È un brano dal Manual del distraído, un libro scritto in Messico prima del terremoto del 1985 e dopo quello del 1957 che fece crollare l’Angelo dell’indipendenza.

Vivere in una terra selvaggia è un atto di fede: confidiamo che il soffitto non crolli, sapendo però che potrebbe farlo. Il 27 febbraio del 2010 chi come me era in Cile ha constatato l’incredibile importanza della fiducia. La scossa di 8,8 gradi sulla scala Richter è stata la quinta per intensità da quando esistono le misurazioni. Per alcuni indimenticabili secondi abbiamo vissuto un susseguirsi di momenti di stupore.

Attimi indimenticabili

Innanzi tutto ci siamo resi conto di un pericolo che avevamo scartato con placida innocenza. Quando i muri si sono squarciati abbiamo preso coscienza della nostra natura inerme, ingenua. Poi è arrivato il momento di fare un esame di coscienza: come salvarci? Ce lo meritavamo? Che errore avevamo commesso per essere lì? Quale improvvisa virtù poteva sottrarci alla morte?

Al di là di noi, estraneo ai nostri dubbi, l’edificio resisteva. Noi stranieri ignoravamo che l’architettura cilena è un miracolo persistente. I muri si sono incrinati, ma l’albergo è rimasto in piedi. Ho sentito voci, grida, segnali di vita. Bisognava uscire, e di corsa. Allora è successo qualcosa su cui non contavamo più: all’improvviso avevamo di nuovo uno scopo. Il cataclisma era talmente più grande di noi che l’unica strategia per venirne fuori era chiudere gli occhi. Salvati dalle pietre, potevamo agire. Ormai per strada abbiamo recuperato uno strano privilegio della vita interiore: siamo tornati ad avere fiducia.

Noi messicani esperti di terremoti abbiamo imparato in Cile cosa significa laurearsi in paura. Le lezioni del sud del mondo sono state riassunte da Neruda in un titolo assoluto: Residenze sulla terra. Emblematicamente, Alberto Fuguet ha deciso che il protagonista di I film della mia vita, il suo romanzo più intimo, fosse un sismologo. Il libro parla di cinema, la passione erudita di Fuguet. Più profondamente esplora un’altra regione dell’incosciente: i movimenti tettonici, la terra che si apre per farci tremare.

Non avevo pensato di scrivere di terremoti. La devastazione della mia città nel 1985 fu così dolorosa che non potevo raccontarla senza provare vergogna. Preferivo, come Beltrán Soler, il personaggio di Fuguet, guardare film per distrarmi dalla trama che si tesse sottoterra.

L’orrore che affronta se stesso

Il terremoto del 2010 è stata una seconda opportunità per affrontare la paura del 1985. La cifra gemella di 8,8 suggeriva un valore esoterico, quello dell’orrore che affronta se stesso. Solo ammettendo il panico possiamo superarlo: non esiste sopravvivenza senza ricordo. In Cile ho trovato ciò che avevo perso in Messico venticinque anni prima. Il risultato di questo confronto è stato 8,8: la paura allo specchio.

Per i testimoni stranieri, il Cile è stato uno straordinario esempio di solidarietà e controllo. Con la solita stupidità di sempre si elogiano i cileni dicendo che “somigliano agli svizzeri”. Per fortuna, i cileni sono somigliati a loro stessi.

Ogni terremoto mette in questione le fondamenta che gli oppongono resistenza e anche il Cile ha riportato delle ferite. Come sempre, i più colpiti sono stati quelli che prima avevano sofferto l’invisibile terremoto della povertà; ci sono stati episodi di sciacallaggio; la tv ha trasformato la disgrazia in uno spettacolo morboso per il grande pubblico; alcuni edifici moderni si sono rivelati meno solidi di quelli di alcuni decenni fa; le assicurazioni non sempre hanno fatto il loro dovere; le linee aeree sono state insensibili alle richieste dei passeggeri bloccati a terra, e l’allarme contro lo tsunami non ha funzionato.

In ogni caso, la condotta del governo di Bachelet di fronte al terremoto (come quello di Piñera nel caso dei 33 minatori intrappolati sottoterra qualche mese dopo) è stata molto migliore di quella di De la Madrid in occasione del terremoto messicano del 1985 e di Fox per i minatori morti a Pasta de Conchos.

Qualcosa di noi è rimasto per sempre in Cile. Se non fosse abbastanza chiaro, il mio telefono me lo ricorda ogni giorno. L’opzione di richiamata automatica è rimasta ferma sul numero che mia moglie ha composto con angoscia per giorni, quello del mio albergo di Santiago. Non ho intenzione di cambiare telefono. Il “fantasma nella macchina” conosce il suo mestiere. Nel dubbio, cercatemi in Cile.

“Guarda la terra tutta/aperta ai tuoi piedi”, scrisse Luis Cernuda a proposito di un prigioniero. “Respira ora la libertà/ da solo con la tua vita”.

Il terremoto in Cile è stata una brusca epifania: abbiamo perso la fiducia e l’abbiamo ritrovata. Trasalendo, abbiamo sperimentato l’elementare sorpresa di essere in salvo. Qualsiasi sopravvissuto è una vittima liberata. Dopo la paura, niente è più straordinario della normalità.

Andiamo avanti. Da soli con la vita.

Traduzione di Sara Bani

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