06 febbraio 2017 15:09

Quando crescerai, avrai meno spine e più saggezza
ti ricorderai di tutti i pericoli
che abbiamo passato?

L’inizio della canzone Lost on you di Lp mi è rimasto in testa a lungo. Per me è la canzone perfetta di inizio anno: spiega molte cose della mia vita personale, ma descrive anche il rapporto fra Tripoli e i suoi abitanti all’inizio del nuovo anno. Mentre stiamo seduti a fare un bilancio dei guadagni e delle perdite, a prefissarci stupidamente nuovi obiettivi, a riflettere sulla situazione e a guardare tutto da una distanza sempre più ravvicinata, pensiamo a tutte le cose che abbiamo perduto e ci chiediamo se sono lo sono per davvero. Come suggerisce la canzone, a volte la cosa migliore è fare un brindisi a quello che abbiamo perso, dirgli addio e festeggiare. Ma cosa? Forse il fatto di esserci ancora.

Non vedevo l’ora che il 2016 finisse. Sapevo che non sarei dovuto cascare in un vecchio tranello, quello di dare alla nostra frustrazione e alle nostre paure una forma verso la quale indirizzare le nostre energie. Come don Chisciotte si scaglia disperatamente contro i mulini a vento, ognuno di noi si crea un mostro per poterlo prendere a pugni. Il mio personale mulino a vento è stato il 2016, un anno pieno di disastri e di morti. Questi mulini, però, sono solo una distrazione, mentre altre questioni restano irrisolte.

Nelle prime settimane del 2017 la situazione a Tripoli non era incoraggiante. Le interruzioni di energia elettrica erano diventate più lunghe. Nelle prime due settimane di gennaio passavamo almeno quindici ore al giorno senza elettricità. In alcune zone le interruzioni sono diventate di venti ore, e in altre parti della città ancora più lunghe. A questo si sono aggiunte la sospensione dei servizi idrici e la carenza di gas per uso domestico. A completare il quadro, un’improvvisa ondata di freddo e forti piogge: anche se una temperatura di sei gradi può sembrare accettabile, in un paese dove non si è abituati a un clima simile e dove non ci sono impianti di riscaldamento la situazione diventa davvero grave.

Preghiamo per la pioggia quando manca da molto tempo, e quando poi alla fine arriva, ci ritroviamo senza difese

Nei giorni di freddo e dei lunghi black-out è venuta a trovarmi mia sorella dalla Serbia. Si è trasferita in quel paese all’inizio dell’anno scorso insieme al marito poco dopo che si erano sposati. Suo marito è per metà serbo e volevano provare a vivere là per capire dove preferivano stabilirsi. Sono giovani e in salute, mangiano bene e fanno ginnastica, ma penso che la scelta più sana che possano fare è stare alla larga da Tripoli. Gli ho detto che sarebbe stato meglio cominciare la loro vita insieme lontano da qui, almeno per un po’. La madre del marito era d’accordo con me: anche se aveva vissuto e lavorato in Libia a lungo, avrebbe preferito che restassero in Serbia. È una neurochirurga e il fatto che fosse d’accordo con me ha rafforzato la mia opinione.

A gennaio è piovuto tantissimo. Tenete presente che qui dopo poche ore di pioggia le strade si trasformano nei canali di Venezia. Siamo fortunati che non piova spesso: se preghi perché piova, preparati alle inondazioni! Noi preghiamo per la pioggia quando manca da molto tempo, e quando poi alla fine arriva, ci ritroviamo senza difese.

Un minivan affonda in una strada di Tripoli a causa delle forti piogge.


Tripoli sembrava averne avuto abbastanza: ha continuato a piovere come se la città volesse lavarsi di dosso, insieme alla polvere delle strade, tutte le milizie e i governi falliti. La rabbia era palpabile, soprattutto quando le strade hanno cominciato a inghiottire le macchine. Un’immagine sembrava troppo surreale per essere vera: a El Hadaba, uno dei quartieri più poveri della città, il pulmino di una scuola è affondato in una strada. Somigliava a un’opera di street art in 3D, un’immagine bidimensionale disegnata sulla strada che creava l’illusione di una terza dimensione. Solo che in questo caso era tutto vero, l’autista stava portando a casa i bambini quando il pulmino è affondato. Per fortuna non ci sono state vittime.

In vista di uno scontro frontale
È trascorso appena un mese e il 2017 sembra promettente, ma ha aperto anche un nuovo capitolo nella saga libica: gli “eserciti” dei governi dell’est e dell’ovest del paese si affrontano per la prima volta senza avere in mezzo una barriera, senza che una città della Libia sia controllata da una terza forza. Gli occidentali si sono fermati dopo aver sconfitto il gruppo Stato islamico e aver conquistato Sirte. I miliziani della Guardia delle strutture petrolifere, guidati dal famigerato Ibrahim Jadhran, sono stati cacciati dai terminal petroliferi dalle forze orientali, e le due fazioni per la prima volta si trovano una di fronte all’altra.

Da alcuni giorni la vita è tornata a essere relativamente accettabile. Certo, i prezzi continuano a salire e la crisi delle banche non accenna a migliorare, ma le autorità stanno riuscendo a erogare di nuovo l’acqua corrente e le interruzioni di energia elettrica non superano le sei ore. Questo è il meglio che ci possiamo aspettare.

Ogni tanto piove per qualche ora, e questa è la parte migliore. Pioveva anche il giorno in cui ho accompagnato mia sorella all’aeroporto, una sera alle nove. La pioggia lava via i posti di blocco dalle strade e se ti capita di guidare di notte ti senti quasi libero. Nessuno ti ferma per chiederti con il fucile puntato: “Di dove sei? Hai i documenti? Devo perquisire la macchina”. Io e mia sorella ci siamo goduti un tragitto tranquillo fino all’aeroporto, e dopo aver fatto il check-in le ho detto: non tornare troppo presto, non ti stai perdendo niente.

Mentre tornavo a casa pioveva ancora e Tripoli era quasi sopportabile. Senza “i figli della notte e la dolce musica che emettono” la città era silenziosa, a parte il rumore della pioggia e dei generatori. Immagino che i figli della notte non amino la pioggia e che non sappiano leggere in italiano – perché se ne fossero capaci, ora dovrei affrontare problemi molto più gravi.

Se ci fosse una versione libica della storia di Budda e del pastore, immagino che il pastore direbbe al maestro qualcosa del genere: “Ho l’acqua in casa, oggi sono riuscito a prelevare i soldi in banca, la mia casa ha un buon tetto, il mio generatore è acceso. Perciò piovi pure, o pioggia del cielo”. E forse ascolterebbe insieme a me la stessa canzone: “Ardenti come braci, cadenti, tenere / desiderando i giorni senza resa
anni fa”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)