Fuocoammare.

Fuocoammare di Gianfranco Rosi è il più bel film visto alla Berlinale

Fuocoammare.
16 febbraio 2016 17:59

Il nuovo film di Gianfranco Rosi parte da un’isola che c’è, Lampedusa, per arrivare su un’isola che non c’è: l’emergenza profughi che l’Europa stenta ancora ad affrontare in modo veramente unitario e umanitario.

Perché, in un certo senso, questo viaggio cinematografico bello e straziante è anche un film su una rimozione. Chiamiamolo anche un difetto di empatia della mente umana, che ci porta a non mettere a fuoco certe cose, certi naufragi, certi morti, se non come un miraggio, come il fuoco di Sant’Elmo dei marinai. Il titolo del film, Fuocoammare, racchiude tutte e due questi significati – miraggio e messa a fuoco – in un documentario che schiera più simboli, e crea più risonanze tematiche, di molti film di fiction.


Altro piccolo discursus linguistico: la parola “isola”, deriva dal latino insula ovvero in-sula, cioè quella cosa che sta in mezzo ai flutti agitati (sàlos in greco). Rosi fa un ritratto delicato, affettuoso sì ma anche onesto e a volte malinconico, dei lampedusani, abitanti di una zattera di terra circondata dai flutti agitati al confine sud di quell’idea che chiamiamo Europa. Gli isolani, ci ricorda il regista, hanno spesso lo sguardo rivolto verso terra, non verso il mare – quell’elemento perfido che è fonte di vita, di nutrimento, ma anche di morte.

Durante la preparazione e le riprese di Fuocoammare, Rosi ha vissuto sull’isola per un anno interno. Ha insistito perfino che il suo montatore, Jacopo Quadri, montasse il film a Lampedusa, invece che a Cinecittà.

Strutturato in modo sinfonico, il film comincia con un movimento dal tempo allegretto, seguendo Samuele, un ragazzo chiacchierone e un po’ birichino che vive a Lampedusa con il padre pescatore e la nonna casalinga. Come la sua isola, anche Samuele è vicino a una zona di confine, quella tra infanzia e adolescenza.

Ma per il momento è ancora a suo agio nel suo corpo in un’isola brulla nella quale va a zonzo come un Huckleberry Finn delle Pelagie. Costruisce una fionda per andare a caccia di uccellini, di notte, con un amico, con cui inscena anche i soliti giochi di guerra dei maschi, caricando un fucile immaginario e sparando dagli scogli in direzione del mare. Maria, la nonna, passa tutto il tempo, almeno nel film, a cucinare e a fare altri lavori domestici, mentre il padre pescatore, un uomo schivo con una profonda tristezza negli occhi, racconta al figlio le lunghe uscite dei pescherecci di una volta, anche fino a sei mesi senza quasi mai toccare terra.

Quando la cinepresa di Rosi va verso il mare e incontra una vera tragedia, le parole vengono meno

C’è un sub, che si tuffa alla ricerca di ricci; e c’è Peppe, che porta avanti da solo, a quanto pare, la radio dell’isola. In questa prima parte solo una notizia di radiogiornale letto da Peppe e un paio di registrazioni di telefonate fatte da voci disperate verso la guardia costiera ci ricordano che quest’isola apparentemente tranquilla ha, come il padre di Samuele, una tristezza nel suo sguardo, una tristezza sempre in agguato, che forse solo i bambini come Samuele ancora non soffrono.

Anche lui ha i suoi problemi però: soffre di mal di mare, rischiando così di deludere suo padre (“ma com’è che ci si abitua?”, gli chiede). Samuele ha anche un’occhio pigro, per cui è costretto a portare una benda, come racconta – con somma abilità comica – al suo dottore, Pietro Bartolo, il medico colto e sensibile dell’isola che diventerà una figura chiave nella seconda parte del film. Il mal di mare, l’occhio pigro: sono cose vere, ma risuonano anche come metafore.

A questo punto siamo già entrati, con Rosi, all’interno del centro di accoglienza di Lampedusa. Ma qui mi fermo, perché quando la cinepresa di Rosi va finalmente verso il mare, a bordo di una nave militare italiana, e incontra una vera tragedia, una di quelle che presto diventerà solo una cifra, solo statistiche, le parole vengono meno. Quando la distanza fra isola e sofferenza si accorcia, si annienta, questo film forte e importante, il più bello che ho visto finora al festival di Berlino, deve per forza parlare da solo.

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