The shape of water.

Cinque film da non perdere visti al festival di Venezia

The shape of water.
12 settembre 2017 15:20

L’edizione 2017 ha confermato che Venezia rimane una delle celebrazioni del cinema più importanti del mondo. E di questi tempi il semplice mantenimento di posizione e prestigio sulla scena internazionale non è un risultato da poco per l’Italia. La giuria presieduta da Annette Bening ha fatto delle buone scelte, forse fin troppo equilibrate. Uno di questi giorni, quando saremo a distanza di sicurezza, chiederò al mio amico giurato David Stratton, decano dei critici australiani, qualche confidenza sulla discussione di quest’anno. È difficile pensare che due film controversi ma rimasti a mani vuote come Mother! e Mektoub, my love: canto uno non abbiano avuto dei paladini in giuria.

Li ho inclusi entrambi nella mia selezione personale: cinque film del concorso che ogni amante del cinema dovrebbe cercare di vedere quando saranno in sala.

The shape of water

Sarebbe facile sottovalutare il film più compiuto di Guillermo del Toro, degno vincitore del Leone d’oro. Già dire che è una fiaba ambientata nel 1962 – nella quale un uomo-pesce, catturato da uomini cattivi e potenti, viene liberato da una donna delle pulizie muta che lavora in un centro di ricerca dell’esercito americano – rischia di ridurlo a semplice evasione natalizia per adulti. In realtà è un film ricco, complesso, che abbraccia la magia infantile del cinema, ma ci dice anche delle cose importanti sulla repressione delle diversità e sui rischi che si corrono quando vengono sospesi i diritti per presunti motivi di sicurezza nazionale. Il film è anche un omaggio ai b-movie degli anni cinquanta come Il mostro della laguna nera, e rende espliciti due dei significati nascosti dei monster movies dell’epoca del maccartismo: la paura del comunismo come forza malsana e contronatura; e il razzismo a sfondo sessuale, cioè l’ansia che “le nostre donne bianche” vengano rapite (un filone che parte da King Kong).


The shape of water gioca, in modo ironico, con queste due fobie, ma senza quella freddezza postmoderna che troppo spesso guasta operazioni analoghe. È un film di grande cuore, una storia d’amore malinconica, triangolare, perché insieme al legame tra l’uomo-pesce Doug Jones e Elisa, la donna delle pulizie interpretata dalla vulnerabile ma sensuale Sally Hawkins, c’è un terzo polo. Richard Jenkins, uno dei migliori caratteristi americani, è un artista solitario e vicino di pianerottolo di Elisa. È un gay in un epoca in cui essere gay significava solitudine e sotterfugio, e per questo non lo sa nessuno. In una società repressiva ma anche insicura, voleva dire vivere in un mondo cifrato, allusivo, in cui un’occhiata aveva la stessa valenza di una password. Inserire questo personaggio in un mondo macho, un complesso militare-industriale rappresentato da un sadico capo della sicurezza interpretato da Michael Shannon e dalle spie russe che cercano di scovare i suoi segreti, crea un gioco di rimandi con gli Stati Uniti intolleranti di Donald Trump.

Mother!

I fischi che risuonavano in sala Darsena dopo la proiezione stampa del nuovo film di Darren Aronofsky erano più che altro liberatori, un sano “ma va…” dopo un film di due ore. Ma come non riconoscere l’audacia di questa bestia rara – un film sperimentale di grosso budget destinato alle sale commerciali, non al circuito dei cineclub. All’inizio sembra una specie di Funny games fiabesco. Un dottore smarrito chiede ospitalità nella casa nel bosco di una coppia apparentemente felice, lei (Jennifer Lawrence) una donna che passa tutto il tempo ad arredare e dipingere la casa, lui (Javier Bardem) scrittore affermato alle prese con un blocco creativo.


Poi arrivano la moglie del dottore e i due figli; in breve tempo la casa viene invasa dalla famiglia, e infine si trasforma in una scena di apocalisse. Intriso di simbologia cristiana, di frammenti di legenda, di richiami horror (legati soprattutto alla casa), è un film che si interroga sull’egoismo dell’atto creativo. Mother! racconta l’incubo di una “musa” indifesa, costola di un marito venerato come un dio dai suoi estimatori, ma in realtà vuoto e superficiale. Non era un segreto che Jennifer Lawrence sapeva recitare. Qui è una rivelazione.

Foxtrot

Ai genitori di un giovane soldato che sta facendo il servizio militare nell’esercito israeliano viene detto che il figlio è morto per cause che non possono essere svelate. Foxtrot comincia come il ritratto dei momenti che precedono l’elaborazione del lutto – un ritratto scolpito nella faccia del padre, un magnifico Lior Ashkenazi.


Ma poi il film vincitore del Leone d’argento diventa qualcosa di totalmente diverso, un trittico sorprendente ambientato a Tel Aviv che racconta un paese bloccato, autistico, autolesionista, intrappolato nella danza del titolo: un passo avanti, uno di lato, uno dietro, un altro laterale, per poi tornare al punto di partenza.

Sweet country

Anche se fosse solo un western aborigeno, il secondo film del regista australiano indigeno Warwick Thornton funzionerebbe benissimo: i paesaggi dei Northern Territories intorno ad Alice Springs si prestano e la sceneggiatura schiera alcuni elementi classici del western americano – uno sceriffo tosto alla ricerca di un fuggitivo, la tensione fra indigeni e invasori, la giustizia sommaria.


Sweet country, premio speciale della giuria, fa tuttavia qualcosa di più ambizioso: risale a un periodo di incertezza nei Northern Territories per cercare di capire l’identità australiana di oggi e le ferite ancora aperte della pulizia etnica compiuta in questa terra di frontiera per tanti anni (l’ultimo massacro di indigeni risale al 1928, un anno prima della storia raccontata dal film).

Mektoub, my love: canto uno

Il regista francotunisino Abdellatif Kechiche è uno dei veri innovatori del cinema contemporaneo. I suoi film, da La schivata (2003) a La vita di Adele (2013) – con l’eccezione del colpo mancato di Venere nera (2010) – sono delle esperienze immersive segnate da sguardi intimi, ritmi ossessivi, emozioni epidermiche. In modo molto diverso da Tarantino, meno prolisso e verboso, Kechiche riesce a espandere il tempo cinematografico, a creare scene della durata anche di mezz’ora che non hanno la solita funzione di portare avanti la storia, o non solo quella: registrano il flusso della vita delle persone come fossero dei corpuscoli in movimento.

In Mektoub, my love: canto uno, la prima parte di una possibile trilogia, l’estate balneare di un gruppo di giovani francesi di origini maghrebine diventa la fotografia di un esuberante girotondo sociale capace anche di ferire. Inoltre è un film caratterizzato da uno sguardo maschile innamorato del corpo femminile, una twerking d’autore. Bello e frustrante, come il protagonista che osserva la passione senza tuffarsi, non raggiunge l’apice di La vita di Adele, ma regala lo stesso dei momenti di grande cinema.

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Pier Andrea Canei