08 febbraio 2007 16:22

Forse la settimana scorsa vi sono sembrata troppo categorica, quando vi ho chiesto di decidere la fine del vostro libro. Possibile che sia così facile? Basta davvero decidere che è arrivato il momento di mettere il punto finale? Sì, a volte è proprio così.

Potete anche rimandare all’infinito le decisioni creative più difficili, ma se volete ottenere risultati concreti a un certo punto dovete abbandonare ogni cautela. Quindi, se siete impantanati a metà libro o vi ritrovate a corto d’ispirazione, siate coraggiosi: fate un bel balzo in avanti e scrivete l’ultima scena. In fondo, cosa avete da perdere?

Anche se non siete ancora vicini alla fine del libro, questo stratagemma vi aiuterà a costruire la trama. Per quanto mi riguarda, io conosco sempre il finale dei miei libri, anche quando sono ancora a pagina tre. Diciamo pure che la prima e l’ultima pagina non mi creano difficoltà, sono quelle in mezzo a mettermi in crisi. Stabilire il finale e provare a scriverlo vi aiuterà a capire molte cose: per esempio che in realtà non volete assolutamente concludere il vostro romanzo in quel modo.

Si racconta che la giallista britannica Ruth Rendell, dopo essere arrivata quasi alla fine della prima stesura, cambi di colpo l’identità dell’assassino. È probabile che, mentre scrive la seconda versione, si preoccupi anche degli indizi contro il nuovo colpevole, lasciando però al suo posto il primo sospettato e creando così una falsa pista.

Dubito che sarete in molti a osare tanto. Ma anche se i fatti raccontati nell’ultima parte del vostro romanzo restano gli stessi, quando riscriverete il finale alla luce di quello che succede prima vi accorgerete che il tono cambia.

Ed è vero soprattutto se avete già pianificato un famigerato “lieto fine”, qualunque cosa quest’espressione voglia dire. Dopo aver vissuto per centinaia di pagine con dei protagonisti, sforzandovi di renderli credibili ai vostri occhi e a quelli dei lettori, potreste scoprire che qualche dubbio sparso qua e là li rende più realistici e convincenti.

Stando attenti a non complicarvi la vita inutilmente, perché non architettate una soluzione un po’ ambigua? È molto difficile inventarsi un lieto fine che sia lieto per davvero senza sembrare banali. Non vuol dire che non dobbiate provare, però dev’essere credibile.

La verosimiglianza dei personaggi è una questione diversa rispetto alla verosimiglianza del finale. La risposta a tanti problemi sollevati nel corso di quest’anno sta nello sviluppo dei personaggi ed è sempre lì che dovete tornare quando vi bloccate. A volte, quando ci si concentra sulle difficoltà della trama, è complicato trovare la strada che riporta ai personaggi.

Qualche settimana fa vi ho chiesto d’indicarmi quali sono i vostri problemi principali di scrittura. Kylie ha citato la difficoltà di differenziare i personaggi gli uni dagli altri. È un classico degli esordienti, che spesso popolano i loro romanzi di versioni differenti di una sola persona: l’autore.

Astra lo conferma: “Tutti i miei personaggi usano lo stesso vocabolario, finché non correggo e cerco di renderli più riconoscibili”. Ecco la parola giusta: “Correggo”. Perché spesso è proprio in fase di correzione che i personaggi si sviluppano.

Un cambiamento arbitrario può risultare indispensabile perché siano distinguibili gli uni dagli altri: se il vostro protagonista è bianco, fatelo diventare nero o viceversa; cambiategli nazionalità; inventatevi una nonna svedese in modo da farlo partire per la Scandinavia in cerca dei parenti. Insomma, mettetegli davanti un ostacolo o un imprevisto.

Rivelategli che è stato adottato. O più semplicemente fornitegli un hobby. Lo sapevate che certe tartarughe vengono nutrite solo con cibo per cani? Magari uno dei vostri personaggi potrebbe avere una tartaruga.

La prossima settimana citerò alcuni dei finali che mi avete mandato e vi assegnerò nuovi esercizi. Saranno semplici e chiari, concepiti per farvi arrivare con grinta alla conclusione di questa rubrica.

Internazionale, numero 679, 08 febbraio 2007