15 febbraio 2007 16:24

Com’erano i finali che mi avete spedito? Non è semplice esprimere un giudizio. Come molti di voi hanno giustamente osservato, è difficile dire se una conclusione è indovinata quando non si conosce quello che c’è prima. Ma una cosa è certa: gli eventi che chiudono un libro non devono sembrare appiccicati lì a caso o messi solo per stupire.

Al contrario, devono essere la logica conseguenza di tutto quello che è successo nelle pagine precedenti. Non importa se è un finale lieto o triste, l’importante è che sia pertinente. Non vuol dire, però, che debba essere prevedibile. Se nel vostro libro avete lasciato delle questioni aperte, allora potrete scegliere tra più alternative ugualmente credibili.

Nicky, per esempio, ha scritto due possibili finali, entrambi adeguati al tono del romanzo. Primo finale:”Jo è costretta dalla sorellastra Anna a ricordare fatti sepolti nell’inconscio che riguardano la morte della sorella maggiore Ellie.

Jo ha sempre creduto che Ellie fosse stata uccisa durante un tentativo di rapina. Ma alla fine si potrebbe scoprire che Jo è malata di mente e ha semplicemente rimosso la verità: è stata lei a uccidere la sorella in un attacco di folle gelosia”. Oppure, finale numero 2:”Anna, la sorellastra, è diventata un’assassina dopo aver cercato a più riprese, ma sempre invano, di incrinare la relazione simbiotica tra Ellie e Jo.

L’analisi del loro legame è il nodo centrale del libro. Jo scrive la sua storia al presente usando dei flashback. Quindi, fino all’ultimo è possibile scegliere tra uno di questi due finali”.

In questo caso ci troviamo di fronte a un romanzo per cui vanno bene sia uno sia l’altro finale: entrambi risultano del tutto plausibili. O addirittura possono essere inseriti entrambi nel romanzo e suonare pienamente verosimili. Perciò, non è un problema se Nicky non ha ancora deciso. Prima o poi lo farà e, quando accadrà, le sembrerà di aver fatto la scelta più logica.

Molti di voi sperano che i nodi del romanzo s’intreccino a tal punto da lasciare una sola via d’uscita, indicando l’unico finale ammissibile. Vaughan mi ha scritto:”È la prima volta che seguo questo metodo. Mi sembra al tempo stesso terribile e liberatorio. Tuttavia non so se mi sto raccontando una bugia o se sto davvero seguendo i personaggi, che hanno preso una loro strada”.

Personalmente, preferisco sempre stabilire fin dall’inizio dove voglio andare a parare, perché così mi sento più sicura. È vero, però, che moltissimi scrittori adorano l’incertezza, la sensazione che i protagonisti siano vivi sul serio e ragionino per conto loro.

Vivie la pensa così:”Vaughan ha colto nel segno. Questa storia della scrittura mi sta facendo impazzire. Il subconscio è una roba spaventosa”.

Ed è vero. Se, come me, preferite l’approccio teleologico – quello in cui si sa dove si va a parare – vi capiterà di sentire i personaggi che vi bussano nel cranio chiedendo un cambio di direzione. Spesso, comunque, vi diranno cose di cui siete già consapevoli.

Parlando di cose spaventose, penso che sia un errore madornale credere che i colpi di scena e le rivelazioni inattese siano roba da quattro soldi, buona solo ed esclusivamente per chi scrive racconti dell’orrore. E Jane Eyre? E Dickens? E Le Carré?

Vi ho promesso che gli ultimi esercizi sarebbero stati semplici, quindi vi farò una domandina facile facile.

Ma prima vi inviterei a prendere un po’ di tempo per riesaminare questi ultimi undici mesi da scrittori e per tornare su quello che avete prodotto. Quanto avete scritto? Tanto quanto volevate? Se no, perché?

Ed ecco la domandina: allora, com’è andata?

Internazionale, numero 680, 15 febbraio 2007