(Jan Stromme, Getty Images)

Ho sognato di fare un lungo sonno

(Jan Stromme, Getty Images)
26 dicembre 2017 09:47

L’intelligenza è partita all’attacco. Viviamo in un mondo dove quasi tutto è intelligente: i telefoni, le case, le macchine, i forni, perfino dio, o almeno in alcuni casi. A patto che si dica, chiaramente, che stiamo parlando di intelligenza artificiale. La più naturale, la più intrasferibile delle qualità umane, la sua intelligenza, ultimamente è stata trasformata in un artificio che cerchiamo di associare a qualsiasi cosa. Letteralmente: a qualsiasi cosa. Adesso, per esempio, ai pigiami.

Un’azienda statunitense, la Under Armour, ha appena lanciato sul mercato i suoi “pigiami intelligenti”: pare che siano una creazione di Tom Brady, grande star del football americano nonché marito di Gisele Bündchen, che ha scoperto che i raggi infrarossi della bioceramica che usava per rilassare i suoi muscoli lo aiutavano anche a dormire meglio. L’azienda è riuscita a inserire un gel di bioceramica nel tessuto dei suoi pigiami, rendendoli al tempo stesso confortevoli e, così pare, intelligenti.

L’ossessione dei corpi
O non tanto, ma quel che conta è l’intenzione: vogliamo controllare anche quello che facciamo quando facciamo qualcosa che non possiamo controllare. Il sonno è, in questo senso, una delle ultime frontiere. E in quest’epoca di ossessione per i corpi – i nostri, quegli degli altri, quelli confusi – la scienza e la tecnica del sonno occupano sempre più spazi e persone, producono appetiti sempre nuovi.
Qualche tempo fa il New York Times ha pubblicato un articolo intitolato “Il sonno è il nuovo status symbol”, in cui esaminava le ricerche dei migliori laboratori statunitensi, le invenzioni delle aziende più audaci. Nel sonno – in quello perso, nella sua ricerca – ci sono anche tonnellate di denaro. E il pigiama intelligente non è, chiaramente, l’unico a volerne approfittare.

L’industria del sonno, fino a poco tempo fa dominata da materassai ottocenteschi che cercavano di darsi arie di modernità e pasticche che somigliavano troppo alle temibili droghe, si è diversificata in rami e rametti.

Sappiamo che non è facile dormire bene e che, quando lo facciamo, siamo diversi

Ormai esistono cuscini intelligenti quasi quanto il pigiama, lampade che ti attivano la melatonina, cuffie che ti resettano le onde cerebrali, musiche che ti addormentano come una mamma ma che sono molto più pazienti, app che stanno a guardia del tuo sonno e lo interrompono o lo proteggono quando vogliono e alla fine ti informano di com’è andata e di cosa puoi fare per renderlo ancora migliore, per essere un trionfatore del sonno.

Il fatto è che, nonostante tutto, continuiamo a ignorare un sacco di cose. Il sonno, l’hanno già detto in molti, è una strana frontiera. Non sappiamo molto di cosa succede quando dormiamo: accettavamo (finora, abbiamo accettato) che fosse una terra incognita, un territorio in cui siamo e non siamo. Conosciamo, questo sì, i suoi risultati e i suoi effetti: sappiamo che non è facile dormire bene e che, quando lo facciamo, siamo diversi.

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Lo sanno anche i datori di lavoro: un dipendente che ha dormito male è un dipendente che lavora male, ecco perché ai capi del personale interessa trovare modi per migliorare il sonno dei loro sottoposti.

E per questo pagano, per esempio, una fiera del sonno come quella che ha organizzato per LinkedIn qualche mese fa a New York una signora, Nancy Rothstein, che si presenta come “ambasciatrice del sonno”. “Se il sonno è stato il nuovo sesso, come aveva proclamato dieci anni fa Marian Salzman, talent scout di tendenze e dirigente di Havas, oggi è una misura del successo, un’abilità da coltivare e curare, che moltiplica il potenziale umano e prolunga le nostre vite”, ha scritto sul Times Penelope Green.

È vero che almeno in inglese le parole sonno (sleep) e sogno (dream) sono chiaramente diverse. Non è lo stesso in spagnolo, dove un’unica parola, sueño, indica sonno e sogno: e che oggi il sogno di molti sia non perdere il sonno la dice lunga sui tristi sogni dei nostri tempi.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Questo articolo è stato pubblicato su El País.

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