Un contadino in un campo di canna da zucchero vicino ad Ahmedabad, India, il 28 febbraio 2015.

Mi presti il tuo trattore?

Un contadino in un campo di canna da zucchero vicino ad Ahmedabad, India, il 28 febbraio 2015.
19 luglio 2018 12:42

Dicono che tra qualche decina di anni funzionerà quasi tutto così e la chiamano, in mancanza di un termine migliore, sharing economy – o economia collaborativa. Che non sempre prevede una collaborazione, ma piuttosto un cambiamento radicale nel rapporto delle persone con le cose: non c’è più bisogno di possedere qualcosa per usarla.

Qualsiasi origine è un racconto a colori, ma sembra che il fenomeno sia cominciato con le canzoni e i film: all’improvviso perché qualcun altro avesse quello che avevo io non c’era bisogno che io non lo avessi più. Al di là dello scioglilingua, la questione era chiara: se presto un libro non avrò più quel libro, se condivido il mio piatto di lenticchie mangerò mezzo piatto di lenticchie; se voglio dare ad altri il mio mp3 continuerò ad averne uno intero. Così è nato un modello che sfidava i princìpi della nostra società: dare non equivale a cedere, condividere non equivale a perdere. La generosità ha smesso di essere un sacrificio.

Civetteria e sopravvivenza
Il modello si è esteso a cose meno distribuibili, sotto forma di tempo. Non posso dare la metà della mia casa o della mia automobile, ma se non la uso per tre giorni o tre ore posso cedere quelle ore o quei giorni. Così sono nati gli airbnb, gli über e le altre attività innovative, che ben presto si sono rovinate sotto l’assedio dei soliti capitalisti.

Ma il modello resiste e cerca nuove espressioni. Una delle argomentazioni a suo favore è che sia il miglior modo di ridurre gli sprechi: il fatto che qualcuno abbia bisogno di spostare una tonnellata di metallo e plastica per andare al mercato è un fallimento della civiltà; se poi non li usa per il 90 per cento del tempo, il fallimento è ancora maggiore. Se le automobili fossero condivise, dice uno studio recente, invece del miliardo di auto che c’è nel mondo ne basterebbero cinquanta milioni, la Terra ce ne sarebbe grata e i terreni ancora di più.

In India solo un terzo dell’agricoltura è meccanizzata, perché i contadini poveri non hanno i soldi per comprarsi un trattore

Tuttavia il modello segue ancora un percorso preciso: noi che siamo più ricchi possiamo condividere quello che è relativamente superfluo; i più poveri condividono ciò che è assolutamente indispensabile. Il modello, che per noi è quasi una civetteria o una scommessa a lungo termine, per altri può essere già una questione di vita o di morte. Soprattutto quando manca il cibo. L’India è una smentita brutale al luogo comune della lotta contro la fame secondo cui, per combatterla, non c’è niente di meglio della democrazia e dello sviluppo. La democrazia più grande del mondo, un’economia che si è sviluppata come poche altre nelle ultime decine di anni, ha ancora il maggior numero di affamati: 250 milioni di persone.

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Un circolo ancora molto vizioso
La causa più visibile della povertà è la povertà: in India solo un terzo dell’agricoltura è meccanizzata, perché i contadini poveri non hanno i soldi per comprarsi un trattore. Negli Stati Uniti un ettaro arato e irrigato rende dieci tonnellate di cereali, e ogni agricoltore motorizzato può lavorare in media duecento ettari, producendo duemila tonnellate di cereali.

In India un ettaro rende tre tonnellate di cereali, e il contadino medio possiede e lavora meno di un ettaro: se ha fortuna, ne produce due tonnellate. Per questo, chiaramente, non riesce mai a comprarsi il macchinario che potrebbe cambiare la sua vita e continua ad arare con il suo bufalo o il suo bue: un trattore ara un ettaro coltivato a riso in cinque o sei ore, un aratro tirato da un animale ce ne mette centoventi.

Ci sono delle soluzioni. In India, l’invenzione più recente si chiama Trringo ed è un’applicazione per il cellulare che consente di condividere un trattore: quando un contadino ricco non usa il suo mezzo, lo noleggia a un vicino più povero per cinque euro all’ora. L’app è stata lanciata nel 2016 da un fabbricante di trattori, Mahindra & Mahindra, che spera di raggiungere un milione di agricoltori.

Se funzionasse, cambierebbe molte vite. Anche se ci sono ancora classi (e caste) in India: solo il 9 per cento dei contadini ha uno smartphone. Il circolo è ancora molto vizioso.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Questo articolo è stato pubblicato da El País.

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