La caduta di un impero di provincia

19 febbraio 2015 20:31
La squadra del Parma festeggia la vittoria alla finale della Coppa delle coppe contro la squadra di Anversa, a Wembley, il 12 maggio 1993.

Dove non arrivava il latte, arrivava lo yogurt. All’inizio degli anni novanta, grazie alla confezione curata e minimalista e alla pubblicità martellante, i vasetti bianchi dello yogurt Parmalat sembravano quanto di meglio si potesse trovare nei supermercati d’Italia. Nuovi, freschi, irresistibili. Gli stessi aggettivi potevano essere applicati, e lo erano, inconsciamente e immediatamente, a un altro prodotto dell’azienda di Callisto Tanzi: il Parma football club.

Oggi, in un’epoca in cui il rimpianto dei tempi d’oro è diventato una litania incessante e sempre più dolorosa, i nomi di quella squadra sono circondati da un alone quasi mitico. Cláudio Taffarel, portiere bravo con i piedi, senza capelli e ballerino. Poi, da destra a sinistra, Benarrivo Apolloni Minotti Di Chiara. A centrocampo i capelli di Marco Osio, la grinta di Zoratto, il crepuscolo di Stefano Cuoghi, a volte la faccia inespressiva e quadrata di Grün. Davanti l’idolo, l’uomo del miracolo ripetuto, per tutti Sandro Melli. Accanto a lui il bambolotto scattante Brolin. Primo anno in Serie A, quinto posto e vittoria della Coppa Italia. Da lì in poi è tutta discesa. Lo yogurt diventa più ambizioso ed esotico, nei sapori e nelle confezioni. Il Parma compra i campioni, i campioni che vanno a giocare nella provincia italiana, gli stessi campioni che oggi non si trovano più nemmeno nelle grandi città.

Tanzi arriva vicino alla vetta. Si azzarda persino a dare qualche spallata allo scudetto. Non riuscirà a conquistarlo, ma oggi, a 25 anni di distanza, nessuno ci fa più caso. Il Parma vince la Coppa delle coppe, Mussi serve a Baggio il pallone che cambia la storia di un intero mondiale, Thomas Brolin sembra un missile proiettato sul campo direttamente dagli anni ottanta. Faustino Asprilla un giorno si dimentica le mutande e porta i calzoncini troppo corti, entrando per sempre nella storia della fotografia. Buffon appare, chiede e ottiene miracoli da sé stesso. Arriva Zola e si capisce che la gloria non è effimera.

L’Italia impara a conoscere Parma nei servizi in tv dopo le azioni salienti, prima delle azioni salienti e al posto delle azioni salienti. Nell’immaginario nazionale la città è tutta un turbinio di yogurt, latte, prosciutti, soldi. Couto, Crippa, Branca, Pin, Fiore, Bucci, Baggio Dino. Coppa Uefa vinta contro la Juventus, ma davvero arriva Stoičkov? Dove va l’accento su Stoičkov? Quel ragazzino smilzo, Filippo Inzaghi, non è all’altezza. Forse un giorno lo sarà, ma oggi no, oggi si va dritto allo scudetto: è arrivato il Valdanito, Hernán Crespo. Questo è più forte di Batistuta, sta esplodendo Ernico Chiesa. Altra spallata, altro chiasso, altro spettacolo. Secondo posto in campionato a due punti dal paradiso. Stanić, Zé Maria, Amaral. Altri svedesi, nuovi africani. Un ex campione come Balbo non ce la fa a stare al passo, un passo diretto con commovente sapienza da Juan Sebastian Verón.

La storia del Parma del decennio d’oro va letta e ricordata così, tutta di fila, tutta mischiata, senza respirare e senza spiegare troppo a chi non ricorda. Chi deve capire capisce, chi deve ricordare ricorderà. Walem Amoroso Ortega Paulo Sosa Thuram Cannavaro (tutti e due) Maini Fuser Dabo. Marchino Di Vaio. Altre spallate al campionato e alle coppe, più timide, ma in qualche modo più belle perché più confuse, barocche. Tanzi continua a comprare, i sogni dei tifosi si autoalimentano in un delirio inarrestabile. Nel 2000 arriva un fallo di confusione senza alcuna cittadinanza, fischiato da un arbitro che presto sarebbe finito giustamente nella polvere. Quell’anno il Parma finisce quinto. Ma chiedete a chiunque di raccontarvi l’episodio e quasi tutti vi diranno: “De Santis ha rubato lo scudetto al Parma, quell’anno era una squadra imbattibile”. È il pregio del mito, ignorare la realtà dei fatti e dare ascolto solo alla realtà delle percezioni. Il grande Parma si è ancorato al ricordo di questo paese, stranamente ancora innamorato del calcio, perché la Juventus vinceva gli scudetti con giocatori che nessuno amava, mentre il Parma aveva quelli forti per davvero, giovani e vecchi che ognuno avrebbe voluto nella sua squadra.

Poi però arrivò Theo Müller e fate l’amore con il sapore. Gli italiani ci provarono con imbarazzo, a fare l’amore con il sapore. Nessuno ci riuscì, ma nel frattempo persero un amore diverso, meno sensuale e più infantile: quello per lo yogurt Parmalat e per il Parma. Gilardino segnava quanto Crespo, ma nessun tifoso di un’altra squadra lo desiderava ardentemente prima di andare a letto. Morfeo non era Ortega. Bonazzoli non era Balbo. Adriano era una grossa confezione senza il prodotto, piena di polistirolo. E chi mai avrebbe voluto andare a cena con Prandelli per parlare di calcio? Meglio stare a casa e ricordare quant’era simpatico Nevio Scala.

Il Parma di Prandelli, l’ultimo Parma di Tanzi, è stato una triste bugia raccontata male. Nel 2003 il presidente viene arrestato, Prandelli scappa verso altri balletti ipocriti e il Parma resta lì, lontanissimo dallo scudetto e vicinissimo alla serie B. Arriva Tommaso Ghirardi e la bugia si trasforma in farsa. Giocatori alla frutta o senza speranza, scarti delle grandi squadre che ormai sono grandi solo da questa parte delle Alpi. Come il fantasma di Crespo, che anni prima avrebbe dovuto vincere una Coppa Campioni e non l’ha vinta perché le partite di calcio sono strane. Come Sebastian Giovinco, fratello minore e svantaggiato di Alex Del Piero. Come Alberto Paloschi, che non sarebbe mai stato Inzaghi nemmeno se gli avessero risparmiato aggettivi iperbolici che per il giovane Pippo nessuno mai aveva azzardato. Arriva anche Cassano per l’ennesima risalita della sua carriera: ma come si fa a risalire se devi passare la palla ad Amauri e Belfodil?

L’ultimo decennio del Parma è segnato da un filo sottile di banale partecipazione senza gloria, di panza e presenza. Come un vasetto di yogurt tra i tanti, che lo noti sul banco frigo soltanto quando è in offerta speciale, vicino alla scadenza. Ora, finalmente, è arrivata la scadenza anche per il Parma. Qualcuno, con un minimo di senno, capisce che è meglio finire così piuttosto che restare nell’acquitrino dell’irrilevanza. Altri, quasi tutti, si limitano a ripetere le solite frasi sull’Italia imbrogliona e sul calcio malato.

Intanto sulla panchina del Parma c’è ancora Donadoni, con una maschera sul viso che esprime grande dignità. Ma è quella dignità che si mescola pericolosamente con la tristezza. In tribuna si susseguono presidenti sempre più improbabili. Ghirardi è scappato lasciando i debiti. L’albanese Taçi ha comprato la squadra, ma non lo ha mai ammesso, quasi se ne vergognasse, e poi l’ha mollata. Il nuovo capo Giampietro Manenti è partito per la Slovenia perché c’è un problema con un trasferimento bancario che probabilmente non è mai esistito, e a quanto pare ha una società con capitale sociale di 7.500 euro, zero dipendenti e zero giro d’affari. Un presidente dopo l’altro, un dirigente dopo l’altro, ognuno meno credibile del precedente. La fine è vicina, e sembra quasi un sollievo.

In questi giorni di malori e scritte sui muri delle ville dei ricchi, il fantasma di un’apertura di Veron, d’esterno e a filo d’erba, sembra molto più vivo delle promesse, delle analisi economiche basate sulle voci di corridoio. E nei bar, quando si parla del Parma, si sentono ripetere sempre le stesse due frasi. “Ma ti ricordi quel gol annullato a Cannavaro, che furto? Quello scudetto lo doveva vincere il Parma, aveva una squadra fortissima”. E poi, senza ritegno: “Ma se li radiano dal campionato, come funziona al Fantacalcio?”.

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