Captain Fantastic. (Impuls Pictures/Outnow)

L’utopia da cartolina di Captain Fantastic

Captain Fantastic. (Impuls Pictures/Outnow)
14 dicembre 2016 11:35

Il film di Matt Ross racconta una famiglia che rifiuta la società contemporanea e vive nella natura, finché una tragedia non costringe il padre e i sei figli a lasciare il nido e spostarsi. Ma l’incontro con la società dei normali non li cambia gran che. Il film è gradevole, ma anche piuttosto insipido.

Cos’è. È una specie di commedia esistenziale amara, scritta e diretta da Matt Ross, con Viggo Mortensen come protagonista. Racconta la storia della famiglia Cash, cioè Ben (Viggo), la moglie Leslie (Trin Miller) ricoverata perché affetta da disturbo bipolare e i loro sei bambini cresciuti da hippie nelle foreste del nordovest degli Stati Uniti: niente tv, niente elettricità, niente cibo industriale, niente scuola se non impartita dai genitori; tanta esplorazione, esercizio fisico, studio, utopie socialiste, caccia e agricoltura biologica. Un evento drammatico costringe il clan a spostarsi e mettere in discussione il proprio sistema, interagendo anche con persone “normali” tra cui il severo nonno materno (Frank Langella).


Il direttore della fotografia è Stéphane Fontaine (Un sapore di ruggine e ossa). Il montaggio è di Joseph Krings e la musica è di Alex Somers. Proiettato in anteprima al Sundance festival lo scorso gennaio, Captain Fantastic ha poi vinto il premio per la regia nella sezione Un certain regard dell’ultimo festival di Cannes.

Com’è. Come molti altri film americani dallo spirito indipendente, presentati spesso al Sundance, anche Captain Fantastic sta a cavallo tra diversi generi e diversi toni. Somiglia abbastanza a Little miss Sunshine, il film che raccontava la storia di una famiglia stramba alle prese con un concorso di bellezza per bambine. Tra l’altro anche in Captain Fantastic c’è un mezzo scalcagnato e allegro (qui è un vecchio scuolabus chiamato Steve) che trasporta una famiglia atipica perché sbrighi un’incombenza.

Le storie con protagonisti originali che rifiutano il mondo dei banali integrati hanno sempre molto potenziale, perché chiunque legga, veda o ascolti si sente parte degli esclusi senza regole, mai della maggioranza noiosa che li giudica male. Anche se il rischio di arruffianarsi il pubblico con del populismo è molto elevato, i capolavori sanno evitarlo. Il caposaldo assoluto del genere, Il giovane Holden di J.D. Salinger, si smarca usando la violenza verbale del protagonista (che in italiano si coglie solo nella nuova traduzione di Matteo Colombo) e il suo misto tutto personale di disprezzo, incomprensione e disinteresse per i suoi simili. Il gruppo di improbabili di Little miss Sunshine esibiva un equilibrio precario tra bugie, droghe pesanti, antipatie e goffaggini che li rendeva amabili e imperfetti, perfino saggi, ma sicuramente non un modello da seguire.

Captain Fantastic si muove negli stessi territori, tra paesaggi naturalistici avvolgenti e scene collettive in cui il clan dei Cash fa cose in squadra, come uno sciame originale e a suo modo simpatico. Eppure non si raggiunge praticamente mai la vera dimensione della commedia, anche in scene buffe come quelle del furto al supermercato e del festeggiamento del Noam Chomsky day. Il registro tragico è spesso all’orizzonte, ma non si manifesta mai veramente.

Viggo Mortensen unisce in sé due categorie che insieme possono paradossalmente risultare pericolose: è molto bravo e molto fico.

Viggo Mortensen e Frank Langella sono impeccabili, e i loro personaggi hanno il pregio di essere rappresentati senza manicheismo: due nemici acerrimi che si contendono porzioni diverse di ragionevolezza. I sei giovani attori che interpretano i fratelli Cash esibiscono un’affinità che non si può non trovare perfettamente naturale, quasi contagiosa. La regia, molto grammaticale, sparisce al servizio di personaggi e storia.

Perché vederlo. Viggo Mortensen unisce in sé due categorie che insieme possono paradossalmente risultare pericolose: è molto bravo e molto fico. Ma la sua grandezza sta nel fatto che, nonostante questo carisma che dai tempi del Signore degli anelli non lo ha mai abbandonato, risulta sempre adatto alla parte e non fa mai ombra al film. Il suo Ben Cash è comunque Captain Fantastic, il pilastro che tiene in piedi tutto, ed è reso ancora più forte dalla sua nemesi, il suocero. Intorno a lui orbita questo clan di ragazzi che risulta un organismo unico, quasi mai petulante e spesso coinvolgente. Accanto all’allegra brigata ci sono dei comprimari adeguati. Se il film coinvolge, si piange un po’ e si ride un po’, il che non è male.

Perché non vederlo. Per un film che racconta una vita alternativa, un rifiuto della collettività, un imperativo etico e civile da applicare all’esistenza propria e dei figli, Captain Fantastic è troppo carino e decorativo. Questo padre amorevole dittatore, che priva i figli del contatto con la società e li rinchiude in un clan allegro ma sempre tale, non è mai veramente messo in crisi né dagli altri né dalla sua maturazione. Quando l’impianto sembra vacillare, poco dopo torna tutto a posto: anche il viaggio simbolico della famiglia non cambia gran che e conferma la condizione di partenza. Non ci sono veri momenti di commedia, ma piuttosto molta tenerezza prodotta dai bambini, dal loro modo di essere piccoli adulti strani. E anche la tragedia, che sembra sempre dietro l’angolo, in realtà non ha spazio.

Insomma un conto è la leggerezza da galleggiamento di chi non si pone delle domande nonostante viva in una situazione al limite; altra cosa è costruire un film intero su una contraddizione, ma non avere il coraggio di rappresentarla e affrontarla. E allora se il film è innocuo, perché non può essere davvero divertente? Perché tutta questa filosofia, se il risultato nella migliore delle ipotesi è una cartolina tenerissima?

Dopo Into the wild era chiaro sarebbe arrivato un altro film che mescola Jack London e Naomi Klein, ottenendo il risultato di mettere in scena una versione sciocca e narcisistica dell’ambientalismo e della critica alla società contemporanea. Nel bene e nel male, Matt Ross è molto meno ideologico di Sean Penn, ma il campionato è quello.

Una battuta. A meno che non sia scritto su un cazzo di libro, io del mondo non so assolutamente niente.

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