Il Partito democratico ha vinto le elezioni in cinque regioni su sette

Il partito del premier Matteo Renzi ha mantenuto con difficoltà l’Umbria e ha conquistato la Campania. Il forzista Giovanni Toti ha vinto in Liguria e il leghista Luca Zaia ha mantenuto il Veneto. L’affluenza si è fermata al 52,2 per cento

Chi ha vinto e chi ha perso le regionali

02 giugno 2015 16:02

Hanno vinto tutti, almeno a sentire i commenti dei politici dopo le elezioni regionali. Ha vinto Matteo Renzi (“cinque a due”), ha vinto Silvio Berlusconi e pure Angelino Alfano o Raffaele Fitto. Hanno vinto tutti, magari anche perdendo per strada milioni di voti. Ma bastava vedere le facce degli esponenti renziani del Partito democratico per notare che anche loro si sono perfettamente accorti come stanno davvero le cose. Certo, ormai il centrodestra è ridotto a governare tre regioni su venti mentre il centrosinistra è al potere nelle altre 17 e controlla tutte le regioni del centro e del sud del paese.

Resta però un piccolo neo: rispetto al voto europeo del 2014, il Pd ha subìto un vero salasso di voti e ha dovuto incassare la perdita della Liguria. Non va neanche lontanamente vicino a quel 41 per cento che rese Matteo Renzi fortissimo in patria e gli procurò grande autorevolezza in Europa. Ed è abbastanza inutile sottilizzare sul fatto che in molte regioni erano anche presenti liste civiche a sostegno dei candidati Pd: pure sommandoli ai voti dei democratici (il 25 percento) arriviamo sì e no al 30 percento. Anche in Toscana o in Umbria il partito è sceso di almeno dieci punti: due regioni in cui il peso delle liste civiche è stato minimo.

È già cominciata la discussione fra gli esponenti della maggioranza del Pd e gli anti-renziani su chi porta la responsabilità per questo esito tutt’altro che trionfale. Per gli uni sono stati i “gufi” che sistematicamente giocano contro la propria squadra, per gli altri la colpa è di chi con le sue politiche – il Jobs act o la riforma della scuola – avrebbe allontanato cospicui settori del proprio elettorato dal partito. Ma forse le cose non sono così semplici. È evidente intanto che il Pd ha perso voti dappertutto, anche in quel nord in cui giusto un anno fa poteva rallegrarsi di un vero trionfo. A quanto sembra non ha ceduto solo “a sinistra” ma anche fra quegli elettori moderati attirati nel 2014.

Infatti erano due i fattori a favore di Renzi giusto dodici mesi fa. Poteva presentarsi come l’innovatore capace di parlare a tutti, sinistra, destra, persino il segmento del voto di protesta. Il rottamatore, non identificabile con il vecchio apparato cresciuto nel Pci, sapeva darsi l’immagine di chi va contro la “casta”, di chi è disposto a osare riforme incisive, ma anche di chi vuole fare cose “di sinistra”. Non scordiamoci che una delle armi più potenti usate da Renzi nella campagna elettorale per le europee era il bonus Irpef di “mille euro all’anno per dieci milioni di persone”.

Su questo sfondo il Pd vinse in modo clamoroso, anche e soprattutto perché in quella campagna rimasero sullo sfondo i conflitti tra maggioranza e minoranze del partito. È questa forse la lezione più importante per il Pd: un partito di separati in casa non ripeterà mai quel risultato del 40 percento, anzi rischia di tornare al 25 per cento di bersaniana memoria. Non porta lontano l’approccio delle minoranze che continuano a vedere in Renzi un corpo estraneo come se non avesse vinto brillantemente le primarie (va ricordato che le vinse non solo nella platea più vasta dei simpatizzanti del Pd, ma che si piazzò al primo posto, con il 45 per cento, anche nel primo round tra gli iscritti al partito).

Ma non porta lontano neanche l’approccio di Renzi che tende a trattare i suoi avversari come relitti di un passato da superare, insieme con le loro istanze, siano esse quelle degli insegnanti (bacino elettorale importante per il Pd) o quelle dei sindacati. Al Partito democratico oggi si pone la secca alternativa: o andare a una separazione compiuta o ritrovare un terreno comune che solo potrebbe rendere possibili risultati elettorali come quelli raggiunti alle europee.

Intanto Silvio Berlusconi esulta per la conquista della Liguria – mentre Forza Italia non solo al nord, ma anche al centro viene declassata dalla Lega Nord che anche in Liguria può rallegrarsi di un ottimo 20 per cento. È sotto gli occhi di tutti che Forza Italia è a pezzi, è palese anche il fatto che la destra – se unita – rimane competitiva (e ormai può contendere al centrosinistra persino regioni come l’Umbria), ma è altrettanto palese che a destra al momento non esiste nessun progetto credibile per rifondare un’alleanza in grado di ambire al governo dell’Italia.

Infatti il vero vincitore si chiama Matteo Salvini. Con la sua svolta lepenista – contro gli immigrati e contro l’euro – ha sfondato in Liguria, Toscana, Umbria e nelle Marche. Ma è un partito di mera protesta che riesce a estendersi a livello nazionale proprio perché ha rinunciato a presentare ricette credibili per il governo del paese.

Al successo della Lega si aggiunge l’ottima affermazione del Movimento 5 stelle. Anche senza l’impegno di Beppe Grillo nella campagna, il movimento è riuscito a totalizzare il 16 per cento, con punte del 22 per cento in Liguria e del 19 per cento nelle Marche. E questo fatto allinea il voto in Italia alle tendenze del voto presenti in altri paesi del sud europeo. Ormai il 30 percento dei cittadini vota per forze che – con tutte le radicali differenze tra di loro – sono accomunate dalla forte polemica sia contro la “casta” a casa che contro lo stato delle cose in Europa. E mentre Syriza o Podemos reclamano un’inversione di rotta nella zona euro, M5s e Lega sono ormai un passo avanti: vogliono l’uscita tout court dall’euro. E il loro successo dovrebbe far riflettere molte persone a Bruxelles come a Berlino.

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