17 luglio 2011 15:27

In una riunione tra imprenditori israeliani che si è svolta a maggio, Idan Ofer, uno degli uomini più ricchi del paese, ha ammonito: “Stiamo diventando come il Sudafrica. Ogni famiglia israeliana subirà un duro colpo economico dalle sanzioni”.

Gli imprenditori stavano discutendo della sessione dell’Assemblea generale dell’Onu che si aprirà a settembre. In quella sede l’Autorità palestinese vuole chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese. Dan Gillerman, ex ambasciatore israeliano all’Onu, ha avvertito: “La mattina dopo l’annuncio del riconoscimento dello stato palestinese, comincerà un processo drammatico di sudafricanizzazione”.

Nella riunione di maggio e in altre simili l’élite economica israeliana ha esortato il governo a iniziative ispirate alle proposte saudite, cioè della Lega araba, e agli accordi di Ginevra del 2003, in cui dei negoziatori palestinesi e israeliani proposero una soluzione a due stati accolta con favore da molti paesi, ma liquidata da Israele e ignorata da Washington. Nel marzo 2011 il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha messo in guardia contro la possibile iniziativa dell’Onu definendola “uno tsunami”. Il timore è che Israele sia condannato dal mondo per aver violato il diritto internazionale in uno stato occupato ormai riconosciuto dalle Nazioni Unite.

Per scongiurare questo tsunami, Stati Uniti e Israele stanno conducendo un’intensa attività diplomatica. Se dovesse fallire, l’esito probabile è il riconoscimento di uno stato palestinese. Sono già più di cento, infatti, i paesi che riconoscono la Palestina. La Gran Bretagna, la Francia e altri paesi europei hanno promosso la delegazione palestinese “al rango delle missioni diplomatiche di solito riservato agli stati veri e propri”, osserva Victor Kattan sulle pagine dell’American Journal of International Law. Inoltre la Palestina è stata ammessa in varie organizzazioni internazionali.

L’Onu potrebbe riconoscere uno stato palestinese all’interno di confini internazionalmente accettati, composto dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza, e le alture del Golan – che Israele si è annesso illegalmente nel 1981 – dovrebbero tornare alla Siria. Per quanto riguarda la Cisgiordania, gli insediamenti israeliani e tutte le iniziative portate avanti per sostenerli, sono un’evidente violazione del diritto internazionale. Nel giugno del 2010 l’assedio di Gaza è stato condannato dal comitato internazionale della Croce rossa (Cicr), che lo ha definito “una punizione collettiva imposta in aperta violazione” del diritto internazionale umanitario. Secondo la Bbc, il Cicr “ha fatto un quadro allarmante delle condizioni di vita a Gaza: ospedali a corto di attrezzature, lunghi black out quotidiani, qualità insufficiente dell’acqua potabile”, oltre, naturalmente, a un’intera popolazione imprigionata.

Il criminale assedio di Gaza è la naturale conseguenza della politica adottata da Stati Uniti e Israele fin dal 1991: separare Gaza dalla Cisgiordania per fare in modo che un eventuale stato palestinese fosse circondato da potenze ostili, cioè da Israele e dalla dittatura giordana. Negli ultimi tempi questo “fronte del rifiuto” statunitense-israeliano si è scatenato contro un’altra minaccia: la Freedom flotilla, la flotta umanitaria che cerca di sfidare il blocco di Gaza. L’ultimo di questi tentativi, compiuto nel maggio del 2010, è stato oggetto di un sanguinoso assalto in acque internazionali da parte delle forze speciali israeliane.

In queste settimane gli Stati Uniti e Israele hanno fatto di tutto per bloccare la flotta. La Grecia ha acconsentito a impedire alle imbarcazioni (cioè a quelle che non erano già state sabotate) di salpare dai suoi porti. Nel gennaio 2009, durante il brutale attacco statunitense-israeliano a Gaza, la Grecia si era distinta per aver rifiutato di far partire dai suoi porti armamenti statunitensi diretti in Israele. Ma oggi, a causa della durissima crisi finanziaria, Atene non è più così indipendente da poter mostrare tanta integrità. Chris Gunnes è il portavoce del-l’Unrwa, la principale agenzia umanitaria dell’Onu che si occupa di Gaza.

A chi gli chiedeva se la flotta fosse “una provocazione”, Gunnes ha descritto una situazione disperata: “Se a Gaza non vi fosse una crisi umanitaria, se non vi fosse una crisi in quasi ogni aspetto della vita, di questa flotta non ci sarebbe alcun bisogno. A Gaza il 95 per cento dell’acqua non è potabile e il 40 per cento di tutte le malattie è portato dall’acqua. Il 45,2 per cento delle persone in età lavorativa è disoccupato, l’80 per cento degli abitanti è interamente dipendente dagli aiuti umanitari e i poveri assoluti sono triplicati dall’inizio del blocco israeliano. Liberiamoci di questo blocco e non ci sarà più bisogno di nessuna flotta umanitaria”.

Le iniziative diplomatiche e in generale tutte le azioni non violente sono una minaccia per chi detiene il quasi monopolio della violenza. Stati Uniti e Israele stanno tentando di sostenere posizioni indifendibili e di sovvertire il consenso, ormai maggioritario e consolidato, sull’opportunità di una soluzione pacifica a questo conflitto.

*Traduzione di Marina Astrologo.

Internazionale, numero 906, 15 luglio 2011*