In un mondo di profonde disuguaglianze e aspre contrapposizioni, a quanto sembra c’è ancora una cosa che ci unisce: nessuno di noi riesce a concentrarsi. Gli ultimi eventi (“praticamente tutto” per citare il famoso meme di internet) sembrano averci annebbiato il cervello. “Possiamo correggere bozze o controllare dati”, mi ha detto di recente la storica dell’arte Susan Haskins, “ma qualsiasi lavoro nuovo, qualsiasi cosa richieda un forte impegno intellettuale, rimane un caos sconcertante”.

Passava troppo tempo a leggere le notizie, ha ammesso. Ma anche i suoi colleghi che avevano rinunciato a farlo e avevano continuato a curare i loro interessi avevano lo stesso problema. “Nessuno di noi riesce a scrivere”.

In questi casi, il consiglio che si dà di solito è occuparsi di una cosa alla volta: scegliere un piccolo compito specifico e concentrarci su quello fino a quando non lo abbiamo completato, poi passare al successivo, fino a quando non avremo messo insieme un numero soddisfacente di lavori finiti. Questo consiglio è giusto, ma anche al limite dell’inutilità. Dire a qualcuno che ha il cervello annebbiato che la soluzione è concentrarsi è come dire a una persona che soffre di aracnofobia che la soluzione è non avere paura dei ragni. A cosa serve?

Smettere di svolazzare
Un antidoto più utile alla confusione mentale parte dall’idea scientifica che, per semplificare un po’, possiamo concentrarci su una sola cosa alla volta. La sensazione di annebbiamento o la distrazione sono spesso il risultato del tentativo di svolazzare rapidamente da un oggetto della nostra attenzione all’altro senza rendercene conto. Possiamo imparare a svolazzare di meno, per esempio con la meditazione (sempre che riusciamo a concentrarci su quella). Ma possiamo concentrarci anche rassegnandoci: interiorizzando il fatto che nella vita fare qualsiasi cosa non implica, almeno per il momento, trascurare completamente tutto il resto.

Per me, e sospetto per molte altre persone, questo senso di dispersione di solito è frutto dell’ansia: mi sento in colpa per tutte le cose che avrei dovuto fare e non ho fatto, perciò svolazzo da una all’altra (o svolazzo su Twitter) per alleviare lo stress che ognuna di quelle cose in sospeso mi provoca. Ma così non si finisce mai niente. Invece, ho cominciato gradualmente a capire che la vera abilità consiste nell’imparare a sopportare di più “l’ansia di non aver fatto le cose”, rimandare coscientemente tutto quello che si può, tranne la cosa che si decide di finire. Ben presto, la soddisfazione di averla completata rende l’ansia più sopportabile. E comunque, più cose finiamo, meno ne avremo per le quali essere ansiosi.

Ma questo netto rifiuto di concentrarsi su più di una cosa alla volta ha un prezzo. Ci dispiace non rispettare una scadenza a vantaggio di un’altra, trascurare un’amicizia per coltivarne un’altra o lasciare che nostro figlio di cinque anni guardi la televisione per quattro ore per finire un lavoro importante (a seconda delle nostra situazione economica, naturalmente, i sacrifici possono essere molto più pesanti di questi). Ma bisogna pur rinunciare a qualcosa: l’essere umano ha dei limiti, anche in periodi migliori.

Perciò la sfida non è tanto evitare conseguenze indesiderabili, quanto scegliere saggiamente. È un consiglio disperato? No, è un invito a entrare nell’unico mondo in cui possiamo fare tutto quello che ci gratifica: il mondo reale.

Consigli di lettura
Nel suo saggio online One goal to rule them all, l’autrice di fumetti e graphic novel Jessica Abel applica il principio di “una cosa alla volta” al lavoro creativo.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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