08 dicembre 2020 13:11

In questi ultimi giorni, per proteggermi dall’intrusione delle videoconferenze nella stanza tutta per me, ho deciso di limitarmi ai soli messaggi vocali. La cultura ci ha insegnato a usare gli occhi per criticare e giudicare, consumare visivamente e desiderare. Eppure, l’udito, relegato a una posizione subalterna nelle nostre società tecnovisive, possiede una raffinata capacità d’interpretazione e di conoscenza. Una volta che avete chiuso lo schermo la connessione visiva vi lascia ancora più soli e vuoti, mentre le voci si attorcigliano su di voi, avvolgendovi.

La voce è il suono prodotto dal corpo umano quando l’aria proveniente dai polmoni passa dai bronchi e dalla trachea, raggiunge la laringe e fa vibrare le corde vocali. Questa sottile vibrazione usa la faringe, la bocca e il naso come casse di risonanza e d’amplificazione del suono. La frequenza della voce umana va dai sessanta ai settemila hertz, con un’enorme variazione di toni e consistenze.

La voce precede la parola. Diventa parola quando le vibrazioni delle corde vocali sono modulate dai movimenti rapidi della lingua, della glottide e delle labbra, attraverso l’interruzione del flusso d’aria che esce dai polmoni e la frequenza con la quale l’aria scivola lungo il palato o entra in collisione con i denti. L’articolazione della voce è una delle tecniche fisiche più sofisticate mai inventate storicamente dagli esseri umani e, essendo diversa in ciascuno di noi, presenta una gamma di articolazioni unica.

Voci normalizzate
I discorsi dominanti in occidente, tanto in ambito medico che nella storia della musica, distinguevano fino a poco tempo fa tre tipi di voce umana, ciascuno con diverse sfumature, a secondo del sesso e dell’età: maschile, femminile e infantile. In questa tradizione le voci acute erano dette femminili e le voci gravi maschili. Nel linguaggio del canto, era chiamata “estensione” la gamma di note che una persona può raggiungere modulando la sua voce. Secondo le considerazioni normative relative alle diverse estensioni della voce, le voci maschili possono essere da basso, baritono o tenore; quelle femminili da controtenore, mezzosoprano o soprano. Ma alcuni uomini hanno una voce da soprano e alcune donne una da basso.

L’erotizzazione delle voci acute dei castrati come ideale della musica barocca incarna i paradossi del desiderio misogino nel patriarcato. Le voci leggere, chiare e molto acute dei controtenori e le voci profonde dei contralti sono quelle che trasgrediscono i limiti normativi del genere, come nel caso di Philippe Jaroussky nell’opera contemporanea o, in passato, nel caso dell’immensa cantante egiziana Umm Kulthum.

In passato, alle distinzioni delle voci in categorie di genere si aggiungevano le divisioni razziali. Fino alla metà degli anni ottanta i commentatori musicali parlavano di “voce nera”, razzializzando tanto le voci quanto gli stili musicali. Le voci del blues potevano essere nere, ma quelle d’opera dovevano essere bianche. Nel 1939 la cantante nera Marian Anderson cantò per la prima volta alla Metropolitan opera house, dopo che l’associazione Figlie della rivoluzione americana (Dar) le aveva impedito di esibirsi alla Dar constitution hall perché non era bianca.

Una parola contiene in modo misterioso la memoria di tutti i corpi che l’hanno pronunciata in passato

Di fronte alle categorie sessuali o razziali normative, gli studi contemporanei sulla voce, influenzati dalla critica degli studi di genere e anticoloniali e dal numero sempre più importante di persone trans e non binarie, propongono d’intendere la voce come un organo che cambia durante tutto il corso di una vita.

Più che di voci di uomini, di donne o di bambini, bianche o nere, sarebbe più appropriato dire che esistono voci basse, acute, spesse, lisce, gorgoglianti, secche, nasali, gutturali, occlusive, sibilanti, rocciose, eteree, liquide, granulose, pastose, stridule, flautate, chiare, cupe, luminose, opache, saltellanti, martellanti, vellutate e così via.

Se all’inizio del ventesimo secolo si pensava che la fotografia rubasse l’anima, le registrazioni sonore sono forse il mezzo più appropriato per preservarla. Gli archivi della Bbc e della radio francese, con centinaia di migliaia di registrazioni, sono depositi infiniti di anime. Ascolto l’unica registrazione esistente di Virginia Woolf, una dichiarazione alla Bbc del 1937. La sua voce fine, eterea e intelligente lascia trasparire il suo carattere malinconico, la sua difficoltà ad ancorarsi pienamente nel mondo che la circonda. La voce è come un filo prezioso con cui Virginia Woolf cerca di collegare incessantemente il suo corpo alla vita. Ha appena 55 anni, ma sembra di ascoltare una persona centenaria o addirittura millenaria; la voce di qualcuno che, come il personaggio di Orlando, ha attraversato i secoli. Quattro anni dopo, questa voce si annegherà nel fiume Ouse, a qualche metro dalla sua abitazione.

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In questa breve registrazione Virginia Woolf parla della relazione tra la voce e il linguaggio. Le parole che usiamo sono piene di echi, dice Woolf, di ricordi, di associazioni, perché sono salite alle labbra delle persone. Una parola non è solo un’entità linguistica distinta, ma contiene in modo misterioso la memoria di tutti i corpi che l’hanno pronunciata in passato. È così che Virginia Woolf intende le parole: come delle voci d’occasione che lo scrittore decide o meno di pronunciare. “Ogni volta che inventiamo una nuova parola”, dice Virginia Woolf, “questa vuole salire alle labbra e trovare una voce”.

È forse per questo che le rivoluzioni cominciano in punta di labbra, lì dove il linguaggio storico incontra il corpo politico. #MeToo, NiUnaMenos, Black Lives Matter, Black Trans Lives Matter, il movimento per la libertà sessuale in Polonia, sono tutti cominciati come rivoluzioni della voce: nuove parole un tempo impronunciabili sono salite alle labbra delle persone e non vogliono più andarsene.

(Traduzione di Federico Ferrone)