31 gennaio 2015 17:27

Nei lunghi applausi dei grandi elettori che hanno salutato sabato 31 gennaio a Roma l’elezione alla quarta votazione di Sergio Mattarella, 73 anni, c’era qualcosa di più del semplice rispetto per il dodicesimo presidente della repubblica italiana. In effetti il successore di Giorgio Napolitano merita tutto il nostro rispetto. Siciliano, vedovo, giudice costituzionale, ex ministro indisciplinato della Democrazia cristiana, fratello di un presidente della regione Sicilia ucciso dalla mafia il 6 gennaio 1980, il nuovo presidente della repubblica sembra sulla carta meritare tutti gli onori dovuti alla sua reputazione di rettitudine morale e di servitore imparziale dello stato.

Ma nella faccia contenta dei votanti (deputati, senatori, delegati regionali) si leggeva anche un grande sollievo. Sollievo per aver cancellato con questa elezione l’incubo del 2013, quando i grandi elettori, incapaci di eleggere il capo dello stato, demoralizzati e umiliati avevano supplicato Giorgio Napolitano di accettare un nuovo mandato. Sabato 31 gennaio il parlamento italiano ha ritrovato le sue prerogative e il suo onore.

Ma per i rappresentati del Partito democratico questa gioia è un vero e proprio trionfo. L’elezione di Sergio Mattarella è prima di tutto una nuova prova dell’abilità tattica e politica del loro capo Matteo Renzi. Dopo aver dato prova della sua capacità di saper gestire le elezioni a suffragio universale (le europee del 2014, con più del 40 per cento dei voti per il Pd), Renzi ha dimostrato di essere altrettanto abile nelle elezioni a suffragio ristretto, come nel caso del voto sul presidente della repubblica.

Mentre tutti scommettevano che il presidente del consiglio si sarebbe messo d’accordo sulla scelta di un candidato con Silvio Berlusconi, suo alleato nelle riforme costituzionali (legge elettorale e riforma del senato), Renzi ha presentato il nome di Mattarella al suo partito, mettendo l’ex Cavaliere con le spalle al muro. Mattarella o niente. Un uomo capace di dimettersi da uno dei governi Andreotti nel 1990 per protestare contro l’adozione di una legge che favoriva la costruzione dell’impero televisivo dell’imprenditore dei media Berlusconi!

L’ex presidente del consiglio, che avrebbe preferito la personalità più malleabile di Giuliano Amato, da cui si aspettava la concessione di una grazia o almeno un accomodamento per ritrovare il suo posto di senatore, ha battuto i pugni sul tavolo, ha gridato al tradimento, ha parlato degli “aiuti” che i parlamentari di Forza Italia avevano dato al capo del governo in occasione dei voti sulla riforma del mercato del lavoro e sulla legge elettorale. Ma tutto ciò non è bastato a far cambiare idea a Renzi, che ha approfittato dell’occasione per ricompattare il Pd. Come ritorsione Berlusconi ha chiesto alle sue truppe di votare scheda bianca.

Bastava vedere le facce arrabbiate dei suoi parlamentari, con le braccia penzoloni e muti di fronte all’annuncio del nome del dodicesimo presidente della repubblica per indovinare la loro amarezza. Amarezza per essersi fidati di Renzi che, machiavellico e fiorentino, ha preferito stavolta privilegiare il suo partito dal quale deve farsi perdonare molte cose. Amarezza anche per aver puntato ancora una volta sulle presunte qualità di negoziatore di Berlusconi.

Chiuso nella sua villa di Arcore, dov’è obbligato a rimanere ogni fine settimana in detenzione domiciliare in seguito alla condanna per frode fiscale, Berlusconi deve affrontare una spaccatura all’interno del suo partito. E Raffaele Fitto, stella montante di Forza Italia, gli rimprovera di essersi fatto ingannare da un presidente del consiglio di quasi quarant’anni più giovane. Per un uomo che ha regnato per vent’anni sulla vita politica italiana, un errore tattico del genere potrebbe affrettare il suo declino. Solo 105 parlamentari su 143 di Forza Italia hanno rispettato l’ordine di votare scheda bianca.

Non è riuscito neanche a convincere della sua linea i parlamentari del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, suo ex delfino. Diviso tra l’affetto per l’ex mentore e i privilegi e la visibilità del suo posto di ministro dell’interno che deve a Renzi, Alfano alla fine ha scelto con i suoi parlamentari, tra cui molti siciliani come lui, di rimanere fedele al presidente del consiglio che ha minacciato di cacciarlo dal governo.

L’altro grande sconfitto si chiama Beppe Grillo. Disponendo solo di 127 parlamentari dopo le dimissioni a ripetizione di decine fra deputati e senatori, ha ordinato loro dopo una consultazione su internet di votare per Ferdinando Imposimato, un ex magistrato coraggioso. Scegliere un altro candidato, come per esempio Romano Prodi – arrivato secondo nel referendum online tra i militanti del movimento – avrebbe potuto tentare i grandi elettori del Pd e confondere i giochi. Anche se hanno dimostrato la loro disciplina e la loro fedeltà, i parlamentari del M5S hanno dato ancora una volta prova della loro inutilità. Mattarella è stato eletto con 665 voti su 995 votanti.