Il presidente statunitense Donald Trump lascia il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York, il 26 settembre 2018. (Spencer Platt, Getty Images)

La pericolosa escalation di Trump contro l’Iran

Il presidente statunitense Donald Trump lascia il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York, il 26 settembre 2018. (Spencer Platt, Getty Images)
02 novembre 2018 15:42

Donald Trump vuole dare il colpo di grazia all’Iran. Dal 4 novembre gli Stati Uniti diminuiranno le importazioni di petrolio iraniano, principale risorsa del paese.

La decisione di Washington segna una nuova escalation nell’offensiva americana contro Teheran, sei mesi dopo l’uscita dall’accordo sul nucleare e l’imposizione alle aziende società europee di interrompere qualsiasi attività commerciale in Iran.

Le sanzioni sono unilaterali, ovvero sono state stabilite da Trump senza l’avallo delle Nazioni Unite e contro il parere degli alleati. Gli americani hanno un modo semplice di imporre la loro legge, sintetizzato da John Bolton, consigliere nazionale per la sicurezza della Casa Bianca: siete con noi o contro di noi, se comprate petrolio iraniano non potrete più fare affari con gli Stati Uniti. Fare i conti è semplice.

Gli europei non hanno scelta all’interno dell’attuale rapporto di forze. La Francia, diventata la prima acquirente europea di greggio iraniano dopo la cancellazione delle sanzioni dell’Onu nel 2015, non compra più il petrolio iraniano dall’estate scorsa.

La chiave del successo o del fallimento dell’embargo, comunque, è la Cina, principale importatrice di greggio iraniano. In piena guerra commerciale con Washington, Pechino mantiene il silenzio sulle sue intenzioni.

Il governo iraniano potrebbe non essere così fragile come pensa la Casa Bianca

Per il momento le esportazioni iraniane, nell’ordine di due milioni di barili al giorno, si sono già ridotte di un terzo. Teheran ha cominciato a vendere piccole quantità di petrolio sul mercato libero, a un prezzo inferiore e ad acquirenti anonimi. Ma questo non basterà a rimpiazzare le esportazioni regolari.

Per l’Iran, totalmente dipendente dal petrolio, si tratta di una minaccia gravissima. Il paese è già alle prese con enormi difficoltà economiche, e gli americani scommettono sul malcontento popolare per metterlo in ginocchio.

Il governo iraniano, però, potrebbe non essere così fragile come pensa la Casa Bianca. I falchi, gli stessi che sono accusati di progettare attentati in Europa, non si lasceranno mettere da parte senza reagire, e hanno già previsto che se l’Iran non potrà più esportare il suo petrolio, allora nessun altro nella regione potrà farlo.

Nel mirino c’è lo stretto di Ormuz, situato all’estremità meridionale del golfo Persico e attraverso il quale transita un terzo degli idrocarburi trasportati via mare in tutto il mondo. Una crisi senza la possibilità di usare questo passaggio strategico rappresenta lo scenario catastrofico a cui nessuno vuole credere, perché se si avverasse farebbe schizzare in alto il prezzo dell’energia e rischierebbe di trascinare l’intera regione in una guerra sanguinosa.

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Il regime di Teheran non è un modello di virtù, ma Donald Trump ha un lato da apprendista stregone e ricorda l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, con le sue disastrose conseguenze.

Oggi nessuno riesce ad arginare il presidente americano, nonostante l’indebolimento del suo indispensabile alleato saudita a causa della vicenda Khashoggi e malgrado l’assenza di un piano B nel caso in cui la situazione volga al peggio.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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