La scultura Wave esposta all’Imperial war museum di Manchester, Regno Unito, per ricordare l’anniversario della fine della prima guerra mondiale, il 7 settembre 2018.

Un secolo dopo la grande guerra, il mondo ha perso l’orientamento

La scultura Wave esposta all’Imperial war museum di Manchester, Regno Unito, per ricordare l’anniversario della fine della prima guerra mondiale, il 7 settembre 2018.
09 novembre 2018 10:43

Cento anni fa, alla fine della prima guerra mondiale, il pianeta era in uno stato pietoso, non solo a causa del conflitto bellico ma anche perché l’ordine del passato, quello degli imperi, era crollato senza che un altro più stabile lo sostituisse.

L’11 novembre, una sessantina di leader politici saranno a Parigi per ricordare la fine della grande guerra, in un momento in cui il mondo è nuovamente in condizioni pessime. I riferimenti storici, negli ultimi mesi, non sono mancati. Qualcuno sostiene che siamo tornati al 1913, mentre altri propongono un parallelo con gli anni trenta o con la guerra fredda.

Quel che è certo è che la governance mondiale funziona male, come in tutte le turbolente epoche citate. Nel 1945 le Nazioni Unite hanno preso il posto di una Società delle Nazioni palesemente inadeguata, ma oggi l’Onu si ritrova nello stesso stato di impotenza dell’istituzione che l’ha preceduta.

Le speranze mai realizzata
I 350mila morti del conflitto siriano testimoniano l’inesistenza di una comunità internazionale capace di salvare o di ristabilire la pace come si sono ripromessi di fare gli stati dopo ogni guerra mondiale.

Non solo la speranza dell’”ultima guerra delle ultime guerre”, come si diceva nel 1918, non è mai stata realizzata, ma le condizioni del dopoguerra hanno regolarmente portato con sé i germi dei conflitti successivi.

È stato evidente con la seconda guerra mondiale, ma non solo. Nel mondo di oggi sono innumerevoli i conflitti legati direttamente a problemi che non sono stati affrontati dopo il 1918.

Basti pensare alla Palestina, che secondo il trattato di Sèvres del 1920 avrebbe dovuto rappresentare “un focolare nazionale per il popolo ebraico”, pur garantendo che “nulla sarà fatto per intaccare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche”. La storia ha deciso diversamente. Lo stesso vale per il popolo curdo, a cui lo stesso trattato di Sèvres prometteva uno stato. Un secolo dopo, i curdi stanno ancora aspettando.

All’altro capo del mondo, in Cina, l’attribuzione al Giappone dei territori tedeschi dello Shandong (est della Cina), garantita dal trattato di Versailles, ha partorito il movimento nazionalista del 4 maggio 1919, sfociato nella nascita del Partito comunista cinese ancora oggi al potere.

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A margine delle cerimonie di Parigi non mancheranno gli accordi privati, ma il clima internazionale non lascia molto spazio all’ottimismo.

È per questo che la Francia ha deciso di organizzare anche il Forum di Parigi per la pace, che per tre giorni riunirà una parte dei leader politici – senza Donald Trump – ma anche molti rappresentanti della società civile globale.

Il forum sarà inaugurato da António Guterres, il segretario generale delle Nazioni Unite, con l’intento di sottolineare il ruolo centrale delle istituzioni multilaterali nella governance mondiale.

In vista del forum è stato lanciato un appello alla società civile e durante l’evento saranno presentati 120 progetti provenienti da 42 paesi. È un’iniziativa lodevole, perché avvicina le società e i popoli a un dibattito che non deve restare confinato al livello degli stati.

Ma non dobbiamo farci troppe illusioni: Trump e Putin saranno a Parigi per versare il loro obolo alla pace, prima di procedere dritti in direzione opposta una volta ripartiti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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