16 novembre 2018 11:31

C’è voluto l’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi per cambiare la situazione della guerra che sta devastando lo Yemen. Ormai sulla difensiva, la monarchia saudita deve dare segnali di buona volontà, mentre si moltiplicano gli appelli per chiedere la fine di questo conflitto.

Le forze della coalizione guidata da Riyadh hanno interrotto la loro offensiva contro il porto di Hodeida, in mano ai ribelli houthi. La tregua sul principale fronte di combattimento non significa che la guerra nello Yemen sia finita, ma regala un po’ d’ossigeno ai tentativi di mediazione e soprattutto garantisce che gli aiuti umanitari continuino ad arrivare a destinazione.

Il porto strategico di Hodeida è infatti il principe punto d’ingresso degli aiuti umanitari. La sua distruzione potrebbe avere conseguenze assolutamente disastrose in un paese dove secondo la Nazioni Unite milioni di persone rischiano di morire la fame.

La tempistica della tregua non è dovuta al caso. Il 16 novembre l’emissario delle Nazioni Unite nello Yemen Martin Griffith dovrà informare il Consiglio di sicurezza sulla situazione nel paese, mentre i principali alleati dell’Arabia Saudita chiedono la fine dei combattimenti.

Oggi tutti hanno interesse a favorire una pacificazione nel paese invece di lasciar crescere un dibattito sulla vendita di armi all’Arabia Saudita

Dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi, la diplomazia americana si trova in una situazione d’imbarazzo e sta cercando di limitare i danni. Le circostanze abominevoli della morte del giornalista hanno fatto luce sulla personalità del principe ereditario saudita Mohamed bin Salman, in passato “spacciato” come grande modernizzatore. È stato proprio lui ad aver scatenato la guerra contro lo Yemen tre anni fa e, nonostante le smentite ufficiali, tutti gli indizi sulla morte di Khashoggi puntano contro di lui.

Donald Trump ha scommesso molto sull’Arabia Saudita, soprattutto nella sua strategia di opposizione all’Iran, un fronte che resta prioritario. Per Trump bisogna dunque salvare il soldato “Mbs”, come chiamano nella regione Mohamed bin Salman.

Gli alleati occidentali dell’Arabia Saudita devono dimostrare di non essere disposti a “coprire” le peggiori nefandezze di questo regime. È nello Yemen, dove è in corso una guerra inutile per loro stessa ammissione, che gli occidentali possono far sentire il loro peso senza pagare dazio. Miracolosamente, oggi tutti hanno interesse a favorire una pacificazione nel paese invece di lasciar crescere un dibattito sulla vendita di armi all’Arabia Saudita o essere chiamati in causa nel disastro umanitario che si aggrava davanti ai nostri occhi.

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La diplomazia francese è stata sorprendentemente discreta in questo periodo, se non addirittura controcorrente quando Emmanuel Macron ha definito “demagogica” l’idea di interrompere la consegna di armi all’Arabia Saudita, come aveva appena fatto la sua amica Angela Merkel.

La Francia ha l’occasione per rimediare con la visita a Parigi, prevista per la prossima settimana, del principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed, le cui truppe sono in prima linea nello Yemen. Parigi dovrà far sentire tutto il suo peso, affinché la speranza di pace nata nello Yemen non sia perduta.

(Traduzione di Andrea Sparacino)