Migranti arrivati nel porto di Malaga, nel sud della Spagna, il 9 dicembre 2018.

Anniversario triste per i diritti umani

Migranti arrivati nel porto di Malaga, nel sud della Spagna, il 9 dicembre 2018.
10 dicembre 2018 11:33

È un anniversario che passa relativamente inosservato, eppure il 10 dicembre 1948, al Palais de Chaillot di Parigi, veniva firmata la Dichiarazione universale dei diritti umani. Oggi questa ricorrenza è circondata da un senso di tristezza, perché la promessa del testo fondatore del dopoguerra è ancora lontana dal suo compimento.

Il primo articolo, che conosciamo tutti, appare ancora incredibilmente attuale: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”.

Leggendolo viene subito in mente il sentimento di disuguaglianza al centro del movimento dei gilet gialli in Francia. La dichiarazione ha compiuto settant’anni e resta il simbolo di un ideale verso cui tendere, ma che è più complicato del previsto da realizzare. Affisso nelle scuole, nei commissariati e nei tribunali, il testo del 1948 non è ancora considerato come il nucleo dei valori comuni dell’umanità. Ancora oggi nel migliore dei casi è ignorato o aggirato, e nel peggiore è attaccato in nome della negazione dell’universalità.

Le fratture persistenti
Le attuali divisioni esistevano già nel 1948. Dei 58 componenti delle Nazioni Unite dell’epoca, solo 50 votarono per l’adozione del testo. Il Sudafrica bianco rifiutò di riconoscere l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, l’Arabia Saudita si oppose all’uguaglianza tra gli uomini e le donne mentre l’Unione Sovietica e i suoi alleati contestarono la definizione di universalità.

Sono fratture che ritroviamo ancora oggi. La Cina ha recentemente risposto alle critiche sul trattamento riservato alla minoranza degli uiguri dichiarando che i diritti umani sono un’invenzione occidentale; una parte del mondo islamico continua a subordinare i valori universali alle leggi religiose, mentre gli Stati Uniti sono appena usciti dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu e rifiutano di riconoscere la Corte penale internazionale.

Gli stessi problemi li ritroviamo con il patto sulle migrazioni, firmato a Marrakesh e costruito basandosi sullo spirito dell’articolo 13 della Dichiarazione dei diritti umani, che tratta della libera circolazione delle persone. I nazionalisti attaccano duramente l’accordo e in Belgio ha addirittura causato la crisi di governo.

La magnifica dichiarazione del 1948 resta un ideale e un obiettivo da raggiungere per i paesi che vi aderiscono, oltre che una speranza per i popoli che sono ancora privati dei diritti universali. Come tutti gli ideali, anche quello della dichiarazione universale viene spesso calpestato, perfino nella Francia che si proclama “patria dei diritti umani”, ma la cui realtà smentisce ripetutamente gli impegni presi.

Molti obiettivi fissati dalla dichiarazione hanno fatto registrare grandi progressi al livello mondiale, come la lotta alla povertà, ma altri hanno vissuto addirittura una regressione su tutti i continenti, Europa compresa.

Questo settantesimo anniversario sarebbe potuto essere un’occasione per rinnovare gli impegni presi per la difesa dei diritti umani. E invece, secondo Amnesty international, “oggi la dichiarazione universale del 1948 non sarebbe approvata”. Viviamo in un’epoca triste.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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