Nel caos politico britannico attorno alla Brexit, diventato evidente il 10 dicembre, c’è un’idea che si fa strada lentamente: e se si annullasse tutto e il Regno Unito restasse nell’Unione europea? Quest’idea, a lungo considerata eretica e inverosimile, sostenuta soltanto da pochi europeisti, sta prendendo forma mentre il mondo politico britannico è sempre più impantanato.

Il 10 dicembre l’ipotesi ha ricevuto un’improvvisa spinta in avanti dalla decisione della Corte di giustizia europea, il più alto tribunale dell’Unione. La Corte ha infatti stabilito che un paese, dopo aver innescato il famigerato articolo 50 che prevede l’uscita di uno stato dall’Ue, può ritirare unilateralmente la sua richiesta, senza consultare gli altri paesi europei e a condizione di accettare di rientrare con gli stessi termini di prima.

La decisione della Corte non cambia gli equilibri politici a Westminster, il parlamento britannico attualmente in ebollizione, né al numero 10 di Downing Street, l’ufficio della premier May. Tuttavia il verdetto dimostra che l’opzione non è inimmaginabile quanto poteva sembrare fino a poche settimane fa.

Non esiste una buona soluzione per uscire dall’impasse

Theresa May rifiuta l’idea di un secondo referendum e vuole rispettare il voto del 2016, e questo le fa onore. Ma la giornata del 10 dicembre ha dimostrato che non esiste una buona soluzione per uscire dall’impasse.

May ha dovuto rinunciare in modo umiliante a far votare in parlamento l’accordo concluso con i 27, ammettendo di non avere la maggioranza. Ora il primo ministro cercherà di ottenere condizioni di facciata da un’Europa che non è affatto disposta a rinegoziare l’accordo. Il testo che May riporterà in patria dopo il suo tour europeo, agli occhi dei deputati rischia di non essere più accettabile di quello attuale.

Se così fosse, quale opzione resterebbe? Una Brexit senza accordo il prossimo 29 marzo, ovvero la conclusione che secondo tutti infliggerebbe un colpo durissimo all’economia del paese, oppure un ritorno alle urne, in un modo o nell’altro.

Un ministro del governo May ha evocato per la prima volta l’idea di un secondo referendum come “piano B” in caso di fallimento. È ciò che chiedono il partito scozzese Snp e una parte dell’opinione pubblica, sottolineando che oggi le condizioni sono diverse rispetto al 2016 in quanto si conosce il costo dell’uscita. Inoltre nel Regno Unito ci sono due milioni di giovani elettori in più rispetto al 2016.

Perché i partiti politici accettino l’idea di un secondo referendum, stavolta basato sui fatti e non sulle menzogne, serviranno un peggioramento della crisi politica a Londra e un’impasse totale. Per il governo sarebbe un’ammissione di fallimento, ma in fondo il fallimento è già palese dopo due anni di tergiversazioni.

Brexit means Brexit”, la Brexit è la Brexit, diceva Theresa May. Ma forse alla fine non sarà così. Qualunque sia la vostra opinione, si tratta comunque di una possibilità.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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