Studenti abbracciano i parenti di alcune vittime degli attentati in due moschee di Christchurch, Nuova Zelanda, 18 marzo 2019. (Jorge Silva, Reuters/Contrasto)

La teoria razzista dietro la strage in Nuova Zelanda

Studenti abbracciano i parenti di alcune vittime degli attentati in due moschee di Christchurch, Nuova Zelanda, 18 marzo 2019. (Jorge Silva, Reuters/Contrasto)
18 marzo 2019 10:40

Si è parlato molto del manifesto di 73 pagine diffuso da Brenton Tarrant, il suprematista bianco australiano di 28 anni che il 15 marzo ha attaccato due moschee a Christchurch uccidendo cinquanta persone.

Come Anders Breivik, l’assassino dei giovani socialdemocratici in Norvegia nel 2011, anche Tarrant ha fornito la chiave interpretativa della sua radicalizzazione con un testo apertamente razzista e carico di odio verso i musulmani, in cui ritroviamo un riferimento tristemente familiare in Francia grazie a una tesi sviluppata da uno scrittore francese. Parlo di Renaud Camus e della sua teoria sulla “grande sostituzione”.

Naturalmente Renaud Camus ha escluso la possibilità che la sua tesi possa aver ispirato questo gesto criminale, ma in un’intervista rilasciata al Washington Post ha pensato bene di insistere e invitare alla “rivolta” contro quella che definisce “colonizzazione dell’Europa”. Fino a domenica, nei suoi tweet, Camus ha continuato a non mostrare alcun ritegno nonostante la strage di Christchurch.

Il fatto che demografi come Hervé Le Bras, ricercatore dell’Istituto nazionale di studi demografici, abbiano definito la grande sostituzione un “mito razziale” e un “fantasma” non interessa agli adepti di Camus. Anche perché siamo evidentemente nel campo dell’ideologia.

“Dietro ogni massacro c’è un’idea”, diceva qualche anno fa il regista cambogiano Rithy Panh dopo aver studiato il genocidio commesso dai Khmer rossi. “Come in ogni progetto ideologico, bisogna manipolare il linguaggio, perché le parole sono il sostegno dei gesti”.

Non riusciamo più a vedere le logiche in atto e verso quale piega ci vogliono spingere questi ideologhi: la piega dell’odio e della guerra civile

Che si tratti dei Khmer rossi, dei jihadisti o dei suprematisti bianchi, in effetti tutto parte dalla parola, ripetuta come un mantra, sacralizzata e capace di attrarre, grazie alla forza dei social network, gli spiriti più inclini all’assolutismo.

Negli ultimi anni questa idea di “sostituzione” si è propagata ai quattro angoli del mondo. I neonazisti che nel 2017 sfilavano a Charlottesville, negli Stati Uniti, gridavano “gli ebrei non ci sostituiranno mai”. Sempre lo stesso verbo, “sostituire”. Un anno dopo, a Pittsburgh, un altro suprematista bianco, Robert Bowers, ha attaccato una sinagoga uccidendo undici ebrei.

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Dietro le aggressioni contro ebrei e musulmani c’è la stessa logica, una logica di esclusione e superiorità razziale, un meccanismo di odio con una ricorrente matrice ideologica che pervade certe forme di antisemitismo e islamofobia.

Può sembrare paradossale, perché abbiamo l’abitudine di separare queste due diverse forme di discriminazione al punto da contestare persino l’uso del termine “islamofobia” o di contrapporre una comunità all’altra.

Nel vortice di informazioni e indignazione, forse non riusciamo più a vedere le logiche in atto e fino a che punto un’azione più intensa delle altre riveli la piega verso cui ci vogliono spingere questi ideologhi: la piega dell’odio e della guerra civile. Pensiamoci prima della prossima polemica pavloviana che puzzi di “grande sostituzione”. Dietro ogni massacro c’è sempre un’idea.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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