Un manifesto elettorale del leader di Vox, Santiago Abascal, a Barcellona, il 13 aprile 2019.

L’estrema destra all’attacco nelle elezioni spagnole

Un manifesto elettorale del leader di Vox, Santiago Abascal, a Barcellona, il 13 aprile 2019.
26 aprile 2019 12:01

Il 28 aprile, per la terza volta in poco più di tre anni, gli spagnoli torneranno alle urne. Gli occhi del mondo saranno puntati su Vox, il partito di estrema destra che con ogni probabilità entrerà per la prima volta nel parlamento nazionale dopo aver fatto il suo esordio nel parlamento andaluso a dicembre, ottenendo l’11 per cento dei voti.

Tuttavia l’ascesa dell’estrema destra non è sufficiente a riassumere la situazione politica spagnola. È vero, la Spagna si prepara a entrare nel nutrito gruppo di paesi in cui l’estrema destra o i populisti ottengono grandi risultati elettorali, ma ogni nazione ha la sua storia politica.

In Spagna il motivo principale dell’avanzata di Vox non è la questione dei migranti. Soltanto il 9 per cento degli spagnoli considera il problema dell’immigrazione come la sua principale preoccupazione.

I candidati di Vox promettono di bandire i partiti indipendentisti

L’ascesa di questa nuova formazione politica è dovuta soprattutto alla questione catalana e alle minacce per l’unità del paese. In questo senso il voto per Vox è una bocciatura della presunta debolezza evidenziata dal Partito popolare, che rappresenta la destra tradizionale e a cui apparteneva Santiago Abascal, leader di Vox. Nei discorsi pronunciati durante la campagna elettorale, i candidati di Vox promettono di bandire i partiti indipendentisti.

Ma non è tutto. Vox è anche una reazione ai cambiamenti della società e al ruolo assunto dalle donne in un universo che era sempre stato patriarcale. Il partito utilizza spesso un neologismo violento, “femminazismo”, per prendere di mira l’equivalente spagnolo del movimento #metoo e le leggi contro la violenza sulle donne.

Il voto anticipato è stato indetto dal primo ministro socialista Pedro Sánchez, che per meno di un anno ha guidato un governo di minoranza. Oggi Sánchez è il favorito della vigilia, dopo aver approfittato dei dieci mesi di governo per costruirsi una credibilità che ai socialisti mancava da anni. Assistiamo dunque a una rarissima ripresa di un partito socialista nell’Unione europea.

Tuttavia i socialisti non dovrebbero avere la maggioranza assoluta e l’instabilità politica che ha segnato la politica spagnola dal 2015 rischia seriamente di prolungarsi. La speranza di Sánchez è quella di continuare a governare da solo, con una posizione di minoranza magari un po’ meno fragile.

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La frammentazione politica spagnola dura ormai dalla crisi che ha colpito duramente il paese nel 2008-2009. Due importanti partiti di recente formazione, i liberali di Ciudadanos e la sinistra radicale di Podemos, non sembrano in grado di approfittarne, soprattutto Podemos, in palese difficoltà.

In Spagna sembra che l’insoddisfazione politica non abbia ancora trovato la sua valvola di sfogo, nemmeno all’estrema destra. È una lezione che vale per buona parte dell’Europa.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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