La sera del 22 giugno il presidente francese Emmanuel Macron ha lanciato il suo attacco più duro contro la Turchia, accusata di fare “un gioco pericoloso” in Libia. Il 23 giugno Ankara ha risposto per le rime affermando che è Parigi a fare “un gioco pericoloso” e lanciando una campagna contro la Francia.

Come nelle matrioske, questa crisi ha varie dimensioni e si allarga ben oltre il suolo libico. È possibile che la Francia si sia infilata in una trappola che lei stessa ha contribuito a creare.

Cerchiamo di vederci chiaro in questo intrigo: la Francia rimprovera alla Turchia il suo intervento militare in Libia, che ha permesso al governo di Tripoli di respingere l’offensiva del maresciallo Khalifa Haftar, il capo militare che ha la sua base nella zona orientale del paese. Parigi accusa Ankara di violare l’embargo sulle armi destinate alla Libia, un fatto incontestabile e all’origine dell’incidente navale tra una fregata francese e alcune navi turche che scortavano un’imbarcazione da carico tanzaniana diretta a Tripoli per consegnare materiale militare.

L’equazione libica
Ma la vicenda è un po’ più complessa. La Francia non è un gendarme neutro che si sforza di far rispettare il diritto internazionale, bensì parte integrante dell’equazione libica.

Il governo francese ha adottato un comportamento sempre più ambiguo. Parigi sostiene ufficialmente il governo legale di Tripoli e incoraggia gli sforzi di mediazione delle Nazioni Unite, ma al contempo ha mantenuto e forse continua a mantenere evidenti legami (anche militari) con Haftar, come dimostrano le tracce lasciate in Libia o nella vicina Tunisia.

La Francia, come la Turchia, coltiva ambizioni nel Mediterraneo

La Turchia ha dunque buoni argomenti per contrattaccare davanti alle critiche sempre più dure della Francia, e sottolinea che anche i francesi sono impegnati nel conflitto, pur in maniera meno visibile. La Francia, inoltre, è molto più discreta a proposito delle violazioni all’embargo commesse dall’altro “fronte”, ovvero quello che sostiene Haftar e di cui fanno parte Emirati Arabi Uniti, Egitto e Russia.

Di fatto la Francia ha cercato di condurre un gioco fin troppo sottile, tentando da un lato una mediazione dal 2017 e dall’altro incoraggiando (senza dirlo) le manovre militari di Haftar. L’irruzione della Turchia con abbondanti mezzi ha cambiato la situazione sul campo, a scapito della strategia francese.

La Francia, come la Turchia, coltiva ambizioni nel Mediterraneo. È perfettamente legittimo, ma Parigi mantiene anche alleanze innegabili con gli Emirati Arabi Uniti e con l’Egitto, due clienti dell’industria bellica francese e soprattutto due paesi chiaramente ostili ai Fratelli musulmani e dunque alla Turchia di Erdoğan e ai suoi “amici”, tra cui il governo di Tripoli.

Nel frattempo Haftar, l’uomo che dovrebbe sbarrare la strada ai Fratelli musulmani, conserva alleati salafiti, si rende responsabile di massacri e si dimostra meno forte del previsto.

Aumentando la pressione sulla Turchia, Parigi evidenzia le contraddizioni della Nato, che tollera le operazioni militari autonome di uno dei suoi paesi. Ma allo stesso tempo corre il rischio di alimentare l’ostilità di Ankara, ormai troppo impegnata nel conflitto libico per fare un passo indietro.

La Francia non può accontentarsi di puntare il dito contro la Turchia e le sue ambizioni, ma deve anche mettere in chiaro la propria posizione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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